IL
PELLEGRINAGGIO
DEL GIOVINE
AROLDO POEMA DI
LORD BYRON
George Gordon Byron,
Giuseppe Gazzino
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IL
PELLEGRINAGGIO
DEL
GIOVINE AROLDO
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IL
PELLEGRINAGGIO
DEL
GIOVINE AROLDO
Doenia hi Covò %£Kòn
TRADOTTO
GIUSEPPE G VZZINO
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Il deviendra ce qu'il pourra
jt l'abandonue soa «ort.
!.. Sterne.
GENOVA
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1836.
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AD
ANGELA CAZZINO
QUESTO SUO POETICO VOLGARIZZAMENTO
IL CONSORTE
L' u ni ver* est une esp.Ve de li vre dont on a' a la que la
premiere page , quand on n' a tu qae »ou pari. J' co ai
fenilleté un aste* grand n ombre que j' ai trouvéVs égalemeot
mauraises. Cet examen n'a point été infructueux. Je bai'ttais
ma patrie : toutes lei ini pertinente* de« peuple» diirer» par-
mi Ics qnel* j' ai récu m' oat reooncilié avec elle. Quand je
n' aurau tiré d' autre Wnéfire de mei yoyagea que celui-ci ,
je n' en re gre Iterai» ni le* trai» , ni le* fatigne*.
LE Cosmopolite.
PREFAZIONE
Mi Poema seguente fu scritto in gran parte in meuo
alle scene che descrive. Fu cominciato in Albania : e le
parti relative alla Spagna, ed al Portogallo sono state
composte in seguito di osservazioni fatte dall' autore sopra
queste contrade. Ecco ciò ch'era necessario avvertire da
prima per far conoscere qual grado di esattezza potessero
avere queste descrizioni. I luoghi che procurai di abboz-
zare sono scene della Spagna, del Portogallo, dell'Epiro,
dell' Àcarnania, e della Grecia (*). Colà per óra si arresta
il Poema. L' accoglimento che riceverà dal pubblico de-
ciderà , se V autore possa rischiarsi a condurre i suoi
lettori nella capitale dell'Oriente, traversando l' Ionia e la
Frigia. Questi due canti altro non sono che un puro saggio.
Un protagonista immaginario fu introdotto nel Poema,
onde avesse almeno un'apparente concatenazione, giacché
non potevasi pretendere ohe riuscisse regolare. Parecchi
amici , T opinione de' quali è per me di gran peso , mi fa
cero osservare, che il carattere fittizio di Childe Harold
poteva far supporre che avessi voluto dipingere un per-
sonaggio reale. Mi sia permesso rigettare ora per sempre
questo supposto: Harold è la creazione della mia mente,
Ci In quett* Prefazione bob »i parla ché dei duè primi Casti.
qui tratta allo scopo già indicato. In alcune particolarità
triviali affatto, ed in altre semplicemente locali questa
supposizione potrebbe avere qualche fondamento; ma nel
maggior numero di oasi spero eh* ella sarà riconosciuta
arbitraria.
È superfluo il dire, che la voce Guide, come Childe-
Watersj Childe-Childers, ecc. si adopera perchè più con-
veniente alla vecchia struttura di versi per me adottata.
Il Good Niglìt, o — Addio — posto al principio del
primo canto mi venne suggerito dal Good Night di Lord
Maxwell, nel Border MinstreUj. (Ballate antiche delle
frontiere di Scozia, raccolte da W. Scott).
Troverassi forse qualche lieve somiglianza tra il primo
canto ed alcuni poemi dettati sopra soggetti spaglinoli;
ma questa coincidenza non deve attribuirsi che al caso;
mentre, ad eccezione di alcune stanze verso la fine, fu
scritto tutto quanto in Levante.
La stanza di Spenser, giusta il parere di uno de' più
rinomati poeti , è capace di una grande varietà di tuoni.
Il D.* Beattie fa la seguente osservazione : „ È gran tempo
„ che ho intrapreso un poema nello stile e colla stanza
n di Spenser. In esso poema mi propongo piena libertà,
„ volendo mostrarmi or gajo, or patetico, descrittivo o
„ sentimentale, tenero o satirico, come meglio mi ag-
„ gradi; chè, se non m'inganno, la misura adottata
„ ammette del pari qualsiasi genere di composizione. „
Confermato così nella mia idea da una tale autorità, e
dall'esempio di alcuni de' più insigni poeti italiani, non ho
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d'uopo di giustificarmi dell'essermi provato a combinare
una simile varietà di tuoni nella seguente composizione ,
persuaso, che, dov'ella non riuscisse, ciò non verrebbe dalla
forma sanzionata coli' esempio d'Ariosto, di Thompson, c
di Beattie, ma soltanto dal modo di condurla a fine.
AGGIUNTA ALLA PREFAZIONE
Aspettai, onde aggiungere queste poche linee, che i nostri
Giornali periodici avessero tutti distribuita la loro consueta
dose di critica. Quantunque in generale convenga della
giustezza delle loro osservazioni , crederei poco dicevole
per me il disdirmi in seguito di tali censure veramente
leggiere; dacché, forse, usando meco con minori riguardi,
sarebbero stati più schietti. Ond'è, che offerendo a tutti
in generale, ed a ciascuno in particolare i miei sinceri
rendimenti di grazie per tanta cortesia, mi ristringerò
solo a fare un'osservazione sopra di un punto. Fra le
molteplici obbiezioni giustamente fatte riguardo al carat-
tere indifferentissimo del Pellegrino Childe (che a mal-
grado di tutte le opposte insinuazioni protesterò sempre
essere un personaggio fittizio) fu detto, che, oltre l'a-
nacronismo evidente , Childe non «era niente meno che
cavalleresco, mentre i tempi della cavalleria erano tempi
d'amore, d'onore, e via dicendo. Ora egli è noto questi
giorni , allorquando V amour da bon vieux temps,
t
l'amour antique fioriva, essere stati i più corrotti. Chi
avesse ancora alcun dubbio su di ciò , può consultare
St. Palaye passim, ed in ispecie alla pag, 69 del secondo
volume. I voti della cavalleria non erano meglio osservati
di qualsiasi altro, ed ì canti de* Trovatori non più de-
centi di quello che si fosse Ovidio ne' suoi, e certo erano
meno eleganti. — Le Cours d'amour, parlemens d'a-
mour, ou de courtoisie, et de gentilesse si distinsero ben
più per V amore che per la cortesia, e la gentilezza.—
Vedi, Orlando nello stesso soggetto di St. Palaye. — Per
quante obbiezioni vengano fatte contro il personaggio poco
amabile di Cliilde Harold egli fu cavaliere cosi perfetto
ne' suoi attributi come coloro de' quali dicevasi : Non ei
fu un giovinastro dedito al bagordo, ma un cavaliere
templario (*). Temo forte che Sir Tristram e Sir Lancelot
si. mio stati migliori di quello che doveano essere, abben-
chè personaggi poeticissimi, e veraci cavalieri sans peur,
ma non sans reproche. Se quanto dicesi dell' insti tuzione
della Giarrettiera non è una favola , i cavalieri di questo
Ordine vestirono per più secoli i colori di una Contessa di
Salisbury cui non monta il ricordare. — Ma basti intorno alla
Cavalleria. — Non era necessario per Burke il lagnarsi che
i suoi giorni fossero trascorsi, benché Maria Antonietta
sia stata unto virtuosa quanto furono presso che tutte le
Dame in onor delle quali si ruppero lance, e si atter-
rarono cavalieri.
(•) No waitr r , but a knight triti piar.
( The Rorer».-An<i jfteobia. )
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Prima dei tempi di Bayard sino a quelli di Giuseppe
Bankes (i più illibati, ed insieme i più illustri cavalieri
dell'antica, e dell'odierna età) rinverrannosi ben poche
eccezioni colle quali contraddire si possa questa propo-
sizione; e credo benissimo, che ben poco studio baste-
rebbe onde apprendessimo a non più sospirare dietro
queste stravaganti zannate del medio evo.
Lascio adesso Childe Harold perchè viva finché potrà.
Sarebbe stato per certo più gradevole e più facile il di-
pingere un amabile carattere. Potevasi benissimo velarne
i difetti, dargli azione maggiore, e far meno riflessioni:
ma ponendo in iscena Childe Harold, non m'ebbi altra
mira che quella di far conoscere come la corruzione pre-
coce dello spirito e della morale ne tragga alla sazietà
de' piaceri passati, e ne vieti gustarne de' nuovi; e come
eziandio le bellezze di natura, le attrattive de* viaggi, e
tutte le molle del cuore umano (meno però l'ambizione
la più possente di tutte ) vadano perdute per un' anima
siffatta e così traviata. Dove avessi proseguito questo
poema , avrei meglio svolto il carattere di Childe Harold
e datagli una tinta oscura di misantropia, come s' è già
potuto rilevare in parte verso la fine del secondo canto :
l'abbozzo, che mi prefiggeva di ordinare essendo a un
dipresso il saggio di un moderno Timone, o forV anco
di un Zeluco poetico.
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AD YANTHÉ *
Mn mezzo a queste regioni che io percorsi pocanzi , e li
cui bellezza parve gran tempo impareggiabile: in queste
visioni che rivelano al cuore delle forme dietro alle quali
ei duolsi sospiroso indarno, che in un co' sogni svanirono,
nulla mi si affacciò che in realtà, od in immaginativa
potesse a te compararsi. No; dacché t' ho vista, tenterei
inutilmente di dipingere que' vezzi che sono varj pur unto
ed incantevoli. Per chi non ti conosce, e non ti vede,
deboli e vane riuscirebbero le mie parale : per chi ha la
ventura di contemplare la tua faccia, come varrebbero esse
a degnamente celebrarti?
Oh! possa tu sempre essere quale ora sei: né rendere
fallaci le promesse della tua primavera! Sempre mostrarti
in quelle forme soavi, e nudrire un cuore cosi tenero
sempre e cosi puro: serbarti immagine in terra dell'amore
senz'ali, ed innocente più ancora de' pensieri della spe-
ranza! Oh certo! Colei che guida adesso con tanta tene-
rezza la tua gioventù, già vede in te, adorna di sì grandi
attrattive, l' iride de' venturi suoi giorni, che fuga ogni
nube di tristezza co' celesti colori.
Giovine Peri d'Occidente! — Buon per me che il novero
degli anni miei sia doppio di quello de' tuoi ; il mio sguardo
può (ìsarsi in te , ora che più non teme d' amore, e de-
liziarsi senza danno, nelle tue beate sembianze. Me felice,
* Ladr Carlotta Harteigh.
se non mai abbia a vederle oscurarsi I E più felice ancora ,
mentre tanti giovani cuori languiranno, di poter salvare il
mio dal crudele destino che i tuoi occhi preparano a co-
loro i quali dall' averti ammirata proveranno 1' angoscia
che si mesce ben anco alle più care dolcezze dell'amore !
Oh! questo tuo occhio, che, vivace come quello dell*
gazzella, ora superbamente ardito, ed ora soavemente mo»
desto, seduce quando errante si volge, abbaglia quando
a* arresta : oh ! quest' occhio miri a' miei versi , e non ri*
cusi loro quel sorriso cui il cuore sospirerebbe forse in-
darno , dov' io potessi essere per te qualche cosa più di
un amico. Cara fanciulla, — assentimi, deb! questa gra-
zia! Non chiedermi il perchè dedichi i miei canti ad una
m giovine bellezza : ma lascia eh* io aggiunga alla mia ca-
duca corona un giglio incorruttibile, immacolato.
dosi il tuo nome saia unito a' miei versi : e 6n tanto
che un occhio indulgente guarderà alle pagine d'Aroldo,
il nome d' Yantlai consecrato in questo scritto si offrirà ad
esso pel primo e sarà 1' ultimo obbl'iato. £ compiuti che
sieno i miei giorni, possa questo antico omaggio invi-
taro le tue gentili dita a toccar la cetra di colui' che lì
ha celebrata in tutta la pompa di tua vaghezza! Questo
è quanto m' avanza a bramare per la mia memoria: la
speranza non ardisce riclamar tanto ; ma 1' amicizia pr»
tre bb' ella mai chiederti meno?
CANTO PRIMO
o Musa 1 — in Grecia dita ! O da! possente
De' vati immaginar surta , tu eui.
De' menestrelli il vii carme cotanta
Crebbe vergogna — oh ! da' tuoi sacri poggi
Te cotesto appellar non osa. Eppure
Dell' Ippocrene anch' io sulle ridenti
Sponde già trassi, e lacrimando in Delfo (1)
Vidi 1' are diserte , ove con basso
Murmurc or sol la tua sorgente il cupo
Rompe silenzio : — pur — non io le nove
Donzelle a risvegliar n'andrò, chè troppo
Semplice suona e disadorno il canto.
D' Àlbion sulle rive un giovinetto
Visse, cui nulla mai porse dolcezza
Di vii-inde il sentier. Contaminati
Di sozzure per lui scorreano i giorni :
E nelle ore notturne a lui le vaglie
Forme de' suoi piacer movean turbando
Il placido sopor. Quanto di turpe
Havvi quaggiù , sino alla feccia , tutto
— Chi Ha che '1 nieghi? — assaporò : d' onesto
- 16 -
Sentir 1 ebbrezza disdegnava ; solo
Con putte ei si piacea; pago, se folto
Stuol di tristi garzon, qual che ne fosse
11 grado o la prosapia, a sè compagni
Trarre impudente al lupanar potesse.
\ rokìo ei si nomava: a che qual era
La sua stirpe cercar? Basti che furo
Non senza gloria gli avi, ed onorati
Nelle vetuste età ; ma , dove sorga
Di chiari eroi degenere un nepote
Quelli deturpa sì, che in nero obblìo
Quanto più grandi pria , tanto gli affonda.
Ciò eh* aura vana di saper disserra
Da' tacenti sepolcri , numerose
Carte cercando, o menzogne r di vate
Blandimento gentil, mai non potrebbe
Caro il biasimo far, sacro il delitto.
L'estate de' suoi dì rapida eorse
In grembo del piacer: né mai la mente
Gli affannava il membrar come de' mali
Tosto sventura il balzerebbe in fondo.
Ma della vita un breve stadio appena
Precorso avea quel misero, e, maggiore
Fra quanti a noi sorte ministra, il colse
Tormento — il tedio del fruir. — Ben anco
Pel terreno natio covò nell' alma
Odio segreto, e più che trista cella
D'anacoreta uroil, deserto il tenne;
l
Chè già tutto di colpa ei corse il lungo
Vìi labirinto, e del rimorso il grido
Ignora ancor. Di mille amante , sola
Una donzella vagheggiò, né mai,
Fuor che V aspetto, altro ei godeane. Oh
Lieta ella fu d'aver potuto ai sozzi
Abbracciamenti di coiai sottrarsi
Che dell'alito sol beltà si pura
Contaminar potea: di lui che tosto
Quelle dive sembianze, a turpi in braccio
Volgari voluttà, neglette, tutto
Disperso avria, sol che a mina estrema
Altri nel porti, disdegnoso al dolce
Domestico gioir volgendo il tergo.
Vinto nel cor da nova inedia , lunge
Da lor che socj ebbe alla colpa trarsi
Ben volle Aroldo, e anco talvolta al ciglio
Improvvisa una lagrima gli corse ,
Ma il fero orgoglio la ghiacciò repente.
Mesto , pensoso , in solitaria parte
Si ritraea: — quando alla patria il vale
Ultimo dar risolse, e i climi adusti
Di là da' mari visitar vagando.
Di gioire ornai stanco, ahe amarezze
Col desìo sospirò: purché di sua
Sorte mutato il tenor fosse, lieto
Degli abissi nel seno anco sarebbe.
Ei del castello esce del padre; vasto
E gotico edificio, e si vetusto,
Che mirabile è ben se vòlto tutto
In ruìne non è; ma ancor le «aldo
Mura il tempo rispetta. Asilo un giorno
D'alme dilette al cielo, — oggi profana
Di colpe stanza: — ove l'incenso al Nume
Arder solca , canti lascivi or solo
Di Pafb modular odi fanciulle
Dal riso seduttor. D' orgie a sembianza
Quai nelle prische età, se falso it grido
Non suona a noi caiunniator, già fero
Quelle all' ara devote anime pie-
Pur nell'ebbrezza delle feste, spesso
Oscura nube di dolor la fronte
Ad Aroldo offuscar parve , siccome
D' un evento fatai ve la traesse
La rimembranza , o nel suo petto a un tempo
Fosse un' acerba passion ridesta.
Ma miei secreto alcun non sa: — ne alcuno
Penetrarlo ha pensier, cbè, diffidente,
Delle amarezze sue giammai quell'alma
D'un fedele nel sen non seppe un dolce
Lenimento cercar. Qual che T affanno
Fosse onde il cor gh palpitava , aita
0 consigliar dell' amistà rifugge.
*
Amarlo? — Oh! nullo il potè mai: pur d'ogni
Parte donzelli bordellieri accolse
Nel suo caste! ; di lusingar fallace
Prodighi nel convito, a lui da canto
Cor prezzolalo ognor recaro: — affetto
Un sol non gli nutrì; — di quante intorno
Svergognate fanciulle ebbe, per lui
Nessuna sospirò; ch'auro e potenza
Vuol la beltà : questi cui sol V infame
Putta quai numi venerò. Simile
Ad errante farfalla, ove maggiore
Si diffonda fulgor, tosto è rivolta;
E il dèmone dell'auro un ©or ttavolve
Dove un angiol farla sue prove indarno.
Tenera madre Aroldo avea, né mai
Dalla mente gli uscì , ma a lei l' estremo
Addio dir non s' intese : — amala suora
Pur diegli il ciel, ma pria che al lungo suo
Vagar desse principio ei non la vide. —
Amici al sen, se alcun n' avea, non strinse. —
Non sia però tal che I* incolpi d' alma
Dura, crudel. Voi che per prova amore
Ben intendete , oh ! dite voi se acerbo
Fosse quel vale , e come un cor n spestai
Cui speme sorridea di far men crude,
Presso gli oggetti del su' amor, le pene.
-
Terre, — castello, — e dolce in gio venirne
Delizia , vaghe dagli azzurri sguardi
Donzelle a cui ricciuto crine, e quasi
Neve le palme candidette, tanta
Gentilezza crescean, che, qual più salda
Chiude virtù nel sen vinto ne fora , —
E del più raro nettare ricolma
I
— 20 —
Sino all'orlo la tazza, — e quanto m fine
Possa i sensi allettar, — tutto abbandona
Nè sospir move. Ei lungo il mar si spinge
Col fervido pensiero, e già le amene
Piagge trascorre d' oriente , e quasi
Della torrida zona il sol vagheggia.
♦ •
Già spiegansi le vele, e le rigonfia
Dell' aura lo spirar propizio Unto
Che tutta intesa par lunge a portarlo
Dal suo nido natal. Fuggenti al guardo
Vede ornai farsi le bianchiccie rupi,
E poco a poco de' sonanti flutti
Tra le spume celarsi ! — Ahi l forse allora
Del suo proposto si pentì: — ma chiuso
Il pavido pensici- nel più profondo
Del cor restò, nè alcun gemito mai
Dalle labbra gli uscì; mentre piangente
Orni altro nasseppier , che impetuoso
Fosse d'Euro il soffiar, facea lamento.
•
Ma neir istante che ne' flutti il sole
Ascondersi parea, l'arpa onde spesso
Solea svegliare un suon negletto, allora
Che celato ad ognun credeasi , strinse.
Van le sue dita negligentemente '
Destando un' armonia mesta , che possa
Il canto accompagnar, mentre più dense
L' ombre il crepuscol della notte aduna.
Solca il naviglio I' umido elemento
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Celere sì che par di renai in vece
AJe al volo spiegar. Dietro gli fugge
La riva , e canta Aroldo il vale estremo :
■ •
Vale, oh vale ! — Lo man sotto le azzurre
Acque s'asconde la natal mia terra;
Odi il muggito de' marosi , e il soffio
Della brezza notturna: acute strida
L'airone mandò; vòlti sull' orme
Siam noi del sol che fugge. — Addio, perenne
Astro, e voi pur paterne sponde, — Addio!!
Per poco ancor, e fia ch'ei neda, e seco
Il dì novello: un'altra fiata il cielo
E il mar saluterò, ma non la terra
Che vide il nascer mio. Deserto, mulo
È il mio vecchio castel; freddo, solingo
N' è il focolar : lungo le grigie mura
Cardi selvaggi sporgeranno, e fido
Abbajcra presso la soglia il cane.
Qua, mio paggio diletto: a che quel pianto?
Questi gemiti a che? Forse de' fiotti
Temi il furor? O tremi forse al fero
Rombo del vento? Oh! va — tergi la stilla
Che dall' occhio ti pende ; agile , o stolto ,
Ben connesso è il vascel ; noi vedi ? — Appena
Qual de' nostri falcon pia ratte al volo
Spiega le penne , giungerlo potria. —
— Fìschii pur forte l' aquilon , muggiti
Dicno pur l'onde tempestose, io sfido
E venti c flutti. O mio signor, se tanta
Mestizia in volto mi si pinge, alcuno
Non ven prenda stupor; io mi dilungo
D'ogni mio bene in terra: un padre io lascio
Ed una madre ; oh ! pari al vostro , amore
Chi mi darà fuorché i miei padri , e Dio?
Teneramente al sen mi strinse , e solo
Poche versò , di benedirmi in atto ,
Lagrime il padre mio — ma dolorosa
La madre gemerà fin eli' io ritorni. —
— Cessa, o mio paggio, cessa! — agli ocelli tuoi
Ben il pianger conviensi : oh ! se innocente
Io pur mi fossi, piangerei con teco.
■
E tu, forte garzon, vien, mi t'accosta: —
Onde il pallor sulla tua fronte ? Alcuno
Franco nemico temi forse ? O forse
De» venti il fischio? Oh! chi vel disse, ch'io
Morte paventi, o mio Signor? Si vile
Alma non ho ; ma il rimembrar 1' assente
Compagna egli è pensier cruccioso tanto
Che allo sposo fedel V anima agghiaccia.
Là del vostro castel presso le mura,
Del cheto lago sulla sponda, stassi
Mia Donna, e i cari fanciulletti : oh! quando
Chieggan di me, che dirà lor la madre? —
— Deh! basta, o mio fedel ! Chi tua tristezza
Biasmar potria ? Sol io che meno accorto
Ho in seno un core, io sol, mentre la mia
Patria terra lasciai, rido c folleggio.
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Ah! di sposa chi mai, rhi mai d* amante
Credei puote al sospir? Feste novelle
Quegli occhi che di pianto umidi ancora
Vedemmo al dipartir, allegreranno.
Non che di ben perduto io l'acerbezza
Risenta , o di perigli a cui vo contro
Tema quest' alma, ma che nulla io lasci
Che una lacrima sol merli, cotale
M' è pena al cor che tutte pene avanza.
■
E or che d' immenso pelago ricinio
Sol nel mondo son io, mover sospiro
Potrei per altri mai, quando nessuno
Per me sospirerà? Forse lamenti
Sul mio partir trarrà, finché straniero ,
Noi nutra, il can ; ma se il reddir fra tardo
Sbranerà primo il suo signore antico.
Teco sulla spumosa onda , o veloce
Nave , io meu fuggo lietamente : — dove
Mi tragga tu, non calmi. — Oh! purché almeno
U terrei» primo ov' io starò non sia
Quel che mi vide in cuna. Onda azzurrina ,
Salve ! — e quando di là dall' oceàno
Starommi, — oh salve! — ridirò : deserti
Grotte , salvete ! E tu, mia patria — Addio ! !
Sparve il suol , vola il pin : già di Biscaglia
Lungo la baja tempestosa i venti
Ben quattro giorni l'aggiraro; al quinto
Nova proda s' aperse al desioso
Guardo de' lieti naviganti. Il sommo
Già di Cinlra apparta: veggonsi a fronte
11 Tago che de' suoi flutti dorati
Porta tributo al mare. Un lusitano
Nocchier sale il naviglio, e alle feroci
Contrade il drizza là Ve copiosa
All' industrc colon messe risponde.
Oh ! con che gioja nel soave incanto
L' occhio s' affisa , di che il ciel con quella
Beau terra fu cortese ! Oh ! quanta
Copia di frutta saporose a un tempo
S' incolora sui rami ! Oh ! quai dall' alto
Delle colline all'occhio stupefatto
Scopronsi scene maestose ! Ed avvi
Empio così che saccheggiar quest' almo
Terren s'attenti? Ohi it calice riversi
Iddio su lui nel di dell' ire : ardenti
Di triplice furor me legioni
Il tristo Gallo inseguano , e , francata
Da' suoi tiranni , alfin rida la terra.
Quante, o Lisbona, e quali in pria riveli
Beltà ! L' immago tua rifletton l' onde
D'altero fiume che non più si piace
Dell'aureo letto onde onoràrio i vati.
Mille ci sostiene poderose antenne
Dal dì che ad Albion la lusitana
Donna amica si fea, terra d'orgoglio
Tumida e d'ignoranza: ora la mano
Bacia ed abborre insiem che sul feroce
Nemico ruoti, onde serbarla, il brando.
Pur questa che da lungc appar celeste
Cittade, al viator che in lei novelle
Orme imprima, nell'alma un sentimento
Desta che il tragge a sospirar ! Qui tutto
Quanto ei scopre l'affligge; abbietti in vista
Son palagi e tugurj; atti gentili
Dispregia il cittadin vile, incurante,
Forte o ricco sia pur, mentre più crudo
Su d'Egitto su lui l'orrendo affanno.
Popol di schiavi ! — K che sulla tua cuna
Tanto riso di ciel? Oh! perchè i suoi
Tesori a tal genia largì natura P —
Pari ad Eden novel di Chi tra i colli
Lei fanno, e le vallee col molli forme
Aspetto. E qual potrìa man sulle tele,
Od in carte spiegar quanto da quella
Vista tripudio in ogni petto ferve?
Men leggiadre di lei, quelle ridenti
Sci vette fur, s'io non m'inganno, cui
Pinse il Vate gentil, che già si piacque,
Con arte arcana ond'uom si meraviglia,
Gli elisj disvelar sacri recessi.
Qua una roccia scoscesa, e al sommo, aulico
Gotico monister: più là un dirupo
Cui veste intorno di sue bianche fòglie
Fra dense macchie il sughero; di nero,
Sotto P ardente ciel , muschio coverti
Vedi i monti apparir: valica profonda
Mille arbusti rinverdono 've sole
Non entra mai : V interminato azzurro
Dei placido oceàn ; de' melaranci
Ai verdi rami i frutti d* ór sospesi ;
Torrenti che riversansi spumando
Da' balzi nei vallon : verdi sul poggio
Pampini serpeggianti, e in sulle rive
Delle fontane il salice pendente —
Tutto al loco beltà giunge novella.
Ma se ardilo aggrappandoti po' massi ,
Delle montagne al vertice ti spingi,
Spesso il capo volgendo onde una nova
Scena scoprir — vi giungi appena , ed ecco
Che tosto all'occhio estatico si para
Maestoso teatro. Ivi in modesto
Aitar Colei da' popoli s' onora
Ch' è di duol Madre : monaci devoti (i)
Sacre t' addileran reliquie , e pie
Godran leggende a le ridir. — Punita
Qui giacque I' empie là ; molli e moli' anni
Chiuso Onorio là stette entro d'oscura
Grotta , ii ud rendo in cor speme di cielo ,
Mentre vita traea di cruccio eterno.
Qua è là pel calle discosceso , osserva
Rozze croci apparir; pur non devote
Are elle son , né il creder no : di crudi
Masnadieri il furor n'additan questi
Fragili monumenti. Ovunque estinta,
V.
D'efferato assassin sotto il coltello,
Una vittima giacque , ivi un' informe
Croce di secchi rami ergesi , e tutti
Di tai dogliose rimembranze pieni
Sono i boschi e le valli , in quest' infida
Terra di stragi sol feconda, dove
È frale schermo al cittadin la legge. (5)
Sul declivio de* colli , o in mezzo ad ime
Valli, i castelli raffiguri, stanza
Di regi un tempo; or sol piante selvagge
Cingonli intorno, e dell'onore antico
Altro più non riman che poche sparse
Macerie. E là splendido al cielo pria
Un palagio s' ergea pel lusitano
Prence; e tu pur, che in Albton sortisti
Ricco il natal, Vathek , tu pur qui un tempo
Movesti, e qui d'ogni speranza, e d'ogni
Voluttuoso tuo desir ponevi
L'adempimento, ahi! di mutevol sorte
Gli avvolgimenti non pensando, e come
Rechino a' suoi favor l'alma contenta
E perfetto gioir abbian sol quanti
Han vòlte all' empia voluttà le spalle.
Qui dove in bel pendìo colla ridente
Valle ha il monte confin , teco lo stuolo
D'ogni piacer visse compagno, ed ora! — •
Qual se soggiorno di sventura quello
Fosse per l'uomo, al par di te tacente,
»
1
— 28 —
Solitario si mostra: ispidi rovi
Ognor crescenti appena appena incerto
Lasciano un varco ver le abbandonate
Stanze, e i portici ognor patenti! Oh! quanto
Vero ad un cor che mediti traluce
Dalle mine ! Ahi ! vana larva in terra
Voluttà, se nel vortice degli anni
U tempo inesorabile l' inghiotte !
Ma il palagio non è questo ove furo
Raccolti or dianzi i nostri duci , ahi ! troppo (4)
Per I'Anglo abbominato? Ohi che maligno
Genio dal riso schernitor s'affaccia
Ritto alle soglie? Esili membra, e il fronte
D'elleboro gli cinge una corona.
Clamide ei veste d'aurei fregi; accanto
Ha l'impronto reale: inscritti sovra
Nero papiro stan nomi famosi
Tra cavalieri , e mille arcani segni ,
Cui sogghignando il tristo Nano accenna.
Conveiuion si noma il genio infido
Che irride a quanti cavalieri assembra
Il palagio Marialva. Ei d' ogni senno
— Se pur n' ebbero mai — spogliarli , e in duolo
D' un popolo mutar la folle ebbrezza
Potèo: del vincitor trasse il famoso
Pennacchio a calpestar V iliade, e quanto
Fu premio dianzi del valor, la fredda
Politica riebbe. Ahi ! come indarno
Per colali guerrier 1' allór s' edùca !
Oh ! più che a' timi , ai vincitor sul capo
L'onta ricada, or che vittoria «tette
Disdegnata del Tago in sulle sponde.
•
Dal consesso fatai , Cantra , è sgomento
Il tuo nome a* Britanni : i pochi a cui
D' Anglia le sorti è di librar concesso
Fremono , ed arrossir pur li vedresti
Se potesse giammai sulla lor fronte
Palesarsi il rossor. Quale i nepoti
Appelleran l'atto esecrando? E quanto
Spregio a color non metteranno i mesti
Ch'ebber consorti all'onta nostra i padri ,
Senza fama guerrier ! Dacché fu 1* oste
Vinta sul campo pria, poscia vittrice
Parve là dove suonerà per noi s
Nel volgere di secoli, perenne
De* popoli sul labbro il vitupero.
Tal d' Araldo il pensier era , e sui colli ,
Solitario movea. Gioja nel petto
Tanta beltà gli desta, e dilungarsi
Già in sua mente volgea, mobil più assai
D' irondine che intorno al ciel volteggi.
Pur di arcano pensier che lo travaglia
Spesso il vedi in balìa: non chiuse Araldo
Al freddo meditar l'alma per anco;
E secreta una voce al cor gli parla,
Che gli rimembra in suon di cruccio i primi
Anni , pur troppo ! vaneggiando spesi :
Poi quando il vero a contemplar s' avvia
Fitta nebbia i piangenti occbi ravvoWe.
— „ \1 corsiero , al corsier „ — grida, e per sempre
Una terra abbandona ove celeste
Provò dolcezza il cor. Dall'affannata
Mente ogni egro pensier cacoia: non cb'ei
Alle gioje d' Amor rieda , o di Bacco
Le colme tazze ancor aneli; ei fugge,
E del lungo errar suo la fine ignora.
Mille dinanzi a lui varie, ammirande
m s' apriranno anziché morto
nel petto il desir che vagabondo
Di terra in terra il mena, e pria che s'abbia
La pace, e saggio esperienza il renda. ,
Pur mena ben che pochi istanti almeno
Mafra il rattenga. Un dì la lusitana (5)
Sventurata rema e trono ed ara
Ivi adunò, gonne e cocolle, arcani
Riti , e fèste profane : — estrano invero
Misto 1 - ma pur di Babilonia quivi
Ricco così la prostituta Donna
Palagio ergea, che di qual sangue lorda
L' empia si fosse obblìa l' uomo , e devolo
Al cospetto di lei piega e s' atterra
Che di gemme adornar seppe i delitti.
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D' ogn' intorno i rapiti occhi rivolge
Araldo, e valli fertili contempla,
E romantici colli. — Oh! perché questi
Siti ameni cotanto abbietti schiavi
Avran, retaggio indebito? — Dal lezzo
Ove poltre l'uom vii, folle pur gridi
Chi '1 patrio ciel si scorda, e meravigli
Ch'altri, più ardito molto, in obbllo ponga
1 morbidi origlieri, e si commetta
A perigliosa via , lunga sfidando
Vicenda di dolor. Oh ! qual soave
Balsamo ha 1' aere sovra i colti , e quanta
Di vita ebbrezza sen diparte ! E mai
Alma indolente a tal gioir s' allegra.
*
Biancheggia — di lontano indi si cela
Delle montagne il vertice, e più liete
Valli, benché men ricche assai, d' Aroldo
Svelansi al guardo indagator; — immense
Pianure , cui sol dà ronfi ri V azzurro
De' cieli interminato. Ispana terra,
Lunge così quanto penètra acume
D'occhio mortai, saluta, ove ne* campi
Mena agnelle il pastor per ricche lane
Famose; — ed or sol da nemiche offese
Armato il villanel ripara il gregge ,
Che un'oste invase formulata il vago
Terreno ibero, e a' popoli sol resta
La scelta della pugna o del servaggio.
Là dove il lusitano al lido ibero
Si giunge, oh! qual v'ha limite che parta
Le due terre rivali? Il Tago forse
Co* suoi flutti superbi alle gelose
Genti frapponsi ? 0 di sue rocche antique
Schermo lor fa Sierra Morena? 0 posto
Argine ad arte già vi fu simile
All' alto propugnacolo che cinge
Il cinese terren? — Non è mortale
Ante murai che le protegga, o largo
Fiume profondo, o di scoscese rupi
Orribile riparo; e non le serra
Quella che il Gallo audace , al freddo Ibero
Giogaja insuperabile nasconde: —
Ma semplice ruscel, che inosservato
Con basso mormorio 1' argenteo flutto
Volve, e appena si noma. A lor comuni
Son le rive fiorite , e là ricurvo
Sul vincastro il pastor medita air onda
Che ognor lenta discorre in mezzo all' ire
De' popoli nemici. Altiero al paro
Del più nobil fra* suoi duchi il più vile
Colono ispano sa quanto soprami
Al Lusitan che tra gli schiavi è schiavo. (6)
Stroscian non lunge i fragorosi flutti
Della veloce Guadiana, a cui
Tante i vati sacrar ballate un giorno.
Già del superbo fiume in sulle rive
Cinti di maglia rilucente il petto
Sietler ben mille cavalier rincontro
Al Mauritano indomito: e qui furo
Morti i più prodi infra i guerrieri; e quanti
Agili al corso ebber le membra , ahi ! sempre
Immoti si restaro: orientali
Bende e divisi elmi piombar nell'onda
Che al tonfo de' cadaveri gemea.
Iberia! O vago, oltre ogni dir famoso
Romantico terreno ! Ov' è il vessillo
Che il fier Pelagio alto spiegava il giorno (7)
Quando nel patrio suol mille straniere,
Della Cava traea l'iniquo padre,
Orde nimiche , ond' è che i tuoi montani
Rivi scorrean di goto sangue infetti?
Le bandiere ove son che sanguinose
Stetler sul capo de' tuoi figli allora
Che di vittoria ebbri cacciar V insano
Assalitor fin dentro alle sue cupe
Rupi native? Aureola in ostro tinta
Raggiò la croce intorno, e sbigottito
II lunato vessillo impallidio.
Quando F eco affricati© i dolorosi
Lamenti ripetè che dalle maure
Sponde mettean le vedovate donne.
Ed oggi ancor queste guerresche imprese
La romanza volgar celebra. — Ahi ! solo
Premio al guerrier la fama ! — Allor che infranti
Cadono i marmi , e van perduti i fasti
3
die l'istoria vergò, pur tuttatia
Eterna vive de' pastor nel canto.
Orgoglioso mortale. I In te per poco
L' audace sguardo a tòsta, c vedi t cone
Un'umile canzon serbi a' nepott
11 nome degli eroi 1 Nutrì tu fórse
Speme che i libri» le colonne, e gli archi
La tua grandezza eternino? Oppur credi
Che di te a' figli tuoi debba 1' antico
Vegliardo favellar, quando travolti
Nella notte d' obbiio dormano i tuoi
Parassiti con teeo, e abbominato
Varchi il tuo nome ai secoli venturi?
Sorgi, Ispano, ti sveglia! Ecco t'appella
La prisca di tua mente inspiratrice
Cavalleria. Gridar non l'odi — All' ai mi? —
Non quale un dì solea V asta temuta
Ella squassa , né più I' elmo a' adorna
Del vermiglio pennacchio all' aura aparso.
Ma su globi di fummo ella s' affaccia
Che dalle ardenti folgori di guerra
Svolvesi , c parla , e la sua voce è tuono : —
Su destatevi; — all' armi ! — Ella più (toc*
Suonar s'udrà che non suonava allora
Quando per tutte le andalusie sponde
I bellici intuonar canti s' udio?
De' cavalli non senti ai concitati
Passi scossa la terra , al piallo il fero
Strage contempla, chè 1* istante è presso
Che tre possenti nazioni a «era
Convengano tenzon, perchè di questa
Barbara deità così s'appaghi
L' alma che sol <T uman sangue si pasce.
Mirabil vista ! — ove non sia tra quelle
File amico o fratel — «piegate ai venti
\
\
\
- 1
D'armi cozzar? E quanti al suolo infranti
Tronchi rimbalzin dall' acciar non vedi ?
Né vorrai tu d' estrema aita i tuoi
Fratelli confortar, pria che gli atterri
La rabbia del tiranno, o de' suoi crudi
Sgherri il compro pugnai ? — Già mille intorno
Fuochi di morte divampar: dovunque •
Fere il bellico tuon. — Di rocca in rocca
L'atro rimbombo ad or ad or n'eocheggla
Onde spenti cadean mille gagliardi.
Tra sulfurei vapor morte imperversa ?
E delle stragi il dio pei sanguinosi
Vostri campi discorre > « fraddo^ ingombro
Son popoli sgozzati a r passi suoi.
Ve' su quel monte minaccioso, orrendo
N' è il folto orin; con man di foco afferra
Roventi aste di morte; il cupo sguardo
Venefico ogni cosa arde , consuma ,
Chè 1' orbita sanguigna ove si volga
Mille folgori avventa; al di lui piede
Distruzion s' asside empia , e la dira
.4
— 36 -
Osservar d' alto le bandiere , in vari
Color distinte , e incontro a' rai del sole
Luccicar l' arme ! Simili a rabbiosi
Mastin che i denti digrignando, il cielo
Co' latrati feriscono , e da lunge
Già minacciali la preda, ecco avventarsi
Immense schiere infra i perigli; e solo
Breve drappel fia che risenta il grido
Della vittoria, e qual di prode ha vanto
Ingojerà la tomba. Appena il fero
Nume di guerra numerar le spente
Falangi può, tanta é la gioja — ahi cruda
Infernal gioja ! — che gli avvampa in petto.
Tre qui pronte già stanno avverse schiere
Al sanguinoso sacrificio: grida
S' ergono fino al ciel da tre diverse
Favelle uscite, ed altrettanti in alto
Stendardi sventolar. Odi d' intorno
Francia, Spagna, Albion, gridar — Vittoria \
Vedi sul pian di Talavera accolti
Coir aggressor la vittima , e fra quelli
L' alleato pugnar onde s* accresca
Negli animi vigor — come se troppo
Non scendesse la morte ! — e agli avoltoj
Grato pascol daranno; e di lor salme
Saran coverti i contrastati campi.
Gioco d' insana ambizìon fien tutti
Freddo ingombro sul piano , e gloriosi
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37 -
virgulti n' andran di lor solinghe
Tombe intorno cresciuti. — Ingannatrice
Lusinga ! — E eh 1 altro mai son questi prodi
Fuor che abbietto strumento onde il tiranno ,
Che a mille a mille struggerli non pavé ,
De* cadaveri lor disseminata
S' apra una via, che il meni — ove ? — ad un sogno !
Forse i despoti trar potranno in mezzo
Di serve regioni unquà un sol passo,
O volgersi a una terra , e dirsen donni ,
Se orrenda strage pria compra non 1* abbia ?
Albuféra ! — Od' eccidio e di ruine
Campo famoso! Allor che il tuo terreno
Aroldo chino in sul corsier premea,
Oh ! chi detto I' avria che poscia vólto
In teatro saresti ove s' aduni
A vincere o a perir nemico stuolo?
Pace agli estinti eterna ! Oh 1 po<*san queste
Lagrime eh' io verso al valor de' prodi
Far che eterna di lor fama sen voli !
Fino al di ch'altre vittime, novella
Faccian contrada di lor sangue rossa,
D' Albuféra avverrà eh* ogni gentile
Il bel nome ripeta , e sempre fia
Nobil soggetto alla canzon del bardo.
Or di guerra non più : — lascisi a' forti
Per bramosìa di fama alle spietate
Ire di marte il petto espor : non fia
Che la gloria a destar valga a novella
Vita lor salme, e caggiano pur mille
Onde a' accresca onor d* un solo al nome.
Pur crud'opra sarìa questi felici
Mercenari sgannar , che credon , folli !
Cader pugnando per la patria terra;
Abbietti ! — che I* avrien di vitupero ,
Vivendo ancor contaminata , o turpe
Sedizion tentando , o per distorti
Campi con vili masnadier confusi.
Sempre ne' suoi pensier chiuso , alle terre
Volgesi anelo Aroldo , ove orgogliosa
Siviglia appar, perchè non doma. Ancora
Devota è a libertà questa che il Franco
Far sua preda vorria , ma ohimè ! s' appressa
L'ora fatai, quando tra '1 foco e M sangue
Fero il conquistator piombi e i superbi
Suoi palagi distrugga, e lo spavento
Dovunque il segua, e V esterminio e il lutto.
Inevitabil ora ! — Indarno al fato
Resister vuoisi aitar che a maledetta
Terra i crudi suoi figli eccidio manda: —
Nè , se ciò fosse , in cenere conversi
Foran Pergamo e Tiro , e tuttavia
Laude avrebbe virtù , morte il tiranno.
Eppur F inerte Sivigliese ancora
Della ruìna sua lontano il giorno
Crede , e alle feste s' abbandona , e cura
Dì lieti canti c di piacer sol premi e : i
E ogn' istante per lui di sempre novi
Godimenti è foriei . Ché non potrìa
Suon di nemico accìar scoter quel molle
Petto giammai: né di guerriera tuba
Squillo s'intende, ma soave arpeggio
Caro ad amante cor. Incensi e voti
Porgon suU' are a vanita e he scria
Per essi è diva. Orgie notturne anela
La gioventù d' amori ebbra , e da quante
Follie deturpali le citta seguila ,
Erra la volultade, e regna, e intanto
Di Siviglia cader sembran gii spaldi.
Non così il campagnnOl , — ma Ove s* asconda
Cerca, e seco la pavida consorte
Mena fuggendo, né lontan s'affida
Volger gli occhi piangenti , pauroso
Che tratto trailo sbarbicata innanzi
Gli si affacci la vite , o dall' ostile
Foco consunta. \hi ! più non son que' giorni
Quando al chiarore di propizia luna
Il fandango danzar godea , scotendo
Le liete castagnette. Oh 1 se potesse
Di quel vivo gioir che per voi vólto
È in fatale velen sola una stilla ,
0 monarchi , nel cor scendervi ; mai
Di gloria il menzogner grido sedurre
Polria vostr'alme, e non s'udrebbe il roco
. Suon de' tamburi che i placidi sonni
Rompe , e felice V uom forse saria.
Quale 'or del mulattier gagliardo è il canlo?
Religione , amor suonano forse
Nell'alpestre romanza, onde al frequente
Del campanel de' muli suoi tintinno
Cerca al lungo cammin tessere inganno?
No ! — ma T odi ad ognor queste parole :
— Viva el Rcy\ replicar; ed interrompe (8)
Spesso quel canto , e Gaudoy e l' antico
Re Carlo maledice, e impreca al giorno
Quando il donzel dai negri occhi la prima
Volta d' Ibcria la reìna scorse :
Adultero commercio onde principio
Ebbe l'infame orribil tradimento.
Su questo piano interminato, cui
Fan le rupi corona , e dove ancora
Sorgon torri moresche, ovunque pesto •
È il suol dall' orme de' cavalli ; e adusta
L' erba dai foco , assai mostra che scese
In Andalusia il ficr nemico. Questi
Gli accampamenti , e gli avamposti , e i fuochi
Della guerra qui furo. E qui l' ardito
Colon rapìa del rio dragone il covo;
E il loco ancor con trionfale orgoglio
Addita e queste rupi erte che furo
Conquistate in un di spesso e ritolte.
Quanti incontri per via, vermiglia nappa (9)
Recan sul capo onde qual fugga , e quale
Giunger possa conosca. Maledetto
Chi questo segno d amistà non reca
Per battuto sentici*. Pronto c l'aguzzo
Pugnai , subilo il colpo : oh ! se ti' ascose
Daghe sotto al manici giammai la punta
I brandi a rintuzzar valesse, e il fummo
De' cannoni affrontar, vedresti — e tosto —
II nemico abbonir le sue conquiste.
Lunge cosi quanto uman guardo puote
Giunger, le cupe di Morena alture
T appresentano al guardo ovunque feri
Bronzi di guerra : e vie dirotte , e spesse
Palafitte, e fossati ampj di torba
Onda coverti , e gli avamposti , e ferme
Le scolte alle vedette , e vittuaglie
Nel fesso ascose delle nipi , e sotto
Un asilo di stoppie, impazienti
I bardali corsieri, ed i fatali
Di piramide in guisa ammonticchiati (10)
Globi, e le miccie ardenti: — indizj questi
Certi ben son che l'inimico é presso.
•
Ma il braccio di Colui che tutto move ,
E sol d'un guardo crolla i troni, e i vili
Tiranni atterra sbigottiti, ancora
Un istante ristassi anziché scoia
La verga ria dell' csterminio, e mite,
D' un istante il fatai cozzo rallenta :
Ma ben tosto in fticor di mezzo a queste
Falangi minacciose i suoi campioni
Fia che s'aprano il varco, e l'occidente
Il fero ludo infesti. Oh ! come acerbo
Sarà, Iberia, per te quel dì che a volo
Stenda il gallico augel le vincitrici
Penne , ed i mille tuoi figli ravvolga
Delle tenèbre sue Torrida notte!
* *
S' immolerà così dunque l' altera
Tua prode gioventù, perché di crudo
Duce resti il furor pago e l'orgoglio?
E fian nella crudel lolla i meschini
A soggiacer dannati ? e non v' ha meno
Tra il servaggio e la tomba? e trionfante
L' ingiustizia vedrassi, ed in ruine
Vòlta Iberia sarà ? L' Ente che i savi
Onorano quaggiù , commessa forse
L* estrema ora ne avrìa , nulla del suo "
Appello supplichevole curante?
E de' prodi il valor fia vano? e i sani
De' vegliardi consigli , e delle patrie
Rive l' affetto intemerato , e il brìo
Di giovinezza, e dell'età matura
Il non domabil cor, tulio fia vano?
E fia vano non men, che generosa
Sorga l' ibera vergine , e sospeso
Del salce a' rami il tenero liuto ,
Del sesso ad onta, al molle fianco cinga
La spada , ed il guerrier cantico , esposta
A qual maggior stringa periglio , iniuoni ?
Colei che già pallor coprìa letale
Sol che spicciar fuor da ferita il sangue
Scorgesse, cui della cornacchia il grido
Inorridir già feo , de' brandi il truce
Lampo or sostiene, e il luccicar di mille
Bajonette non teme in ordin mosse
Quasi mobile selva; e calpestando
Salme spiranti , a Pallade simile ,
Tragge fin là 've forse avrìa temuto
Volgere i pasti il fier Mavorte , ei stesso.
Tu che udendo di lei ti meravigli,
Oh ! se in più lieta età vista 1' avessi
Quella pupilla sua più nera assai
Del vel che la coprìa l Se ne' riposti
Boschetti il modular giunto ti fosse
Della diva*sua voce, e que' disciolti
Capei veduti avessi a cui ritrarre
Arte umana non vale, e la prestante
Forma, e la grazia oltre ogni dir perfetta:
Oh ! avresti detto mai , che un dì la torre
Di Saragozza lei vedrebbe un riso
Mover di scherno in faccia de' più cru<*
Perigli, e trar le spesse file dove
Di gloria appar più periglioso il varco?
Cade l'amante; — né di vane stille
Sparge le gote; e, il duce suo trafitto,
Succede al fatai posto. — Turpemente
Dansi alia fuga i militi — resiste
— 44 —
Sol essa, ed i fuggenti iosiem rappclla.
L'oste s'arretra: — ad inseguirlo è prima.
Qual più di essa poirìa quotar lo spirto
Dell' amico fedel ? Qual di più pronte
Vendetta ri merlar di generoso
Duce il morir? Qual donna mai potrebbe,
Se non ella , nutrir di speme un raggio ,
Quando per 1' uom non v' ha più speme ? O quale
Sarebbe nel ferir di lei più crudo
Che il nemico fugò presso alle mura
Già de' bromi al tuonar arse e distrutte? (11)
Pur d' amazzone il cor non ha l' ibèra
Vergine , chè a' piacer creolla amore ;
E se audace lalor nelle battaglie
Co' fratelli gareggia, e minacciosa,
Alle falangi §amUklà^m^ 9 ^A^
Incede alteramente , altro cotesto
Bellico ardir non è che di colomba
Amoroso furor, in ver la cruda
Destra villana, che minaccia il dolce
Sposo rapirle. E di valor l' ibèra
Donzella, e insieme di dolcezza avanza
Quante soli' altro ciel crescon famose ;
Ma in petto più sublime alma rinserra,
Né seducente è men la sua beliate.
kJ&b vii ;<#rt&fH*> l *tb>../
Questa pozzetta che d' amor la dia (12)
Mano sul mento le imprimeva , tuitt^)
Di venustà la lusinghiera imprt|*^#^^
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Mostra, ed i labbri ove a scoccarsi presti
Stan mille baci , in cor del giovinetto
Destan la speme pria che nullo ancora
Merto se n' abbia. Oh ! come bello e fero
Appar lo sguardo a un tempo 1 e come invano
Scemarne s'attentò, mentre alla gota
Corse Febo col raggio, il bel primiero
Candori Quanto più splende or che da quei
Ra$ji amorosi si ripara ! E ancora
Tal vi sarà che a tanto bel preponga
Le nordiche beltà pallide, emunte?
Oh I come ingrato n' é 1' aspetto , e quanta
Fral languidezza da que' volti spira I
Voi che inspiraste de' poeti il carme,
O sponde avventurate, e voi di questa
Spiaggia narèm fortunati, ov' io di lode
Cantico innalzo alla beltà lontana
Che fora ad ammirar stretto egli stesso
11 cinico sever, ditelmi voi
Se d' iberia alla vergin dalle nere
Pupille scintillanti le gentili
Vostre Uri comparar giammai si puonno
Cui sommo bene par che non conteso
L' 8er del cielo abbiate lor, cotanta
Tema v' assai che sulle ali de' venti
Scenda amore in que' petti, e li seduca. —
Ohi non vi gravi il confessar, siccome
Per noi s' apra colà del vostro accorto
Profeta il paradiso, allor che delle
Da' neri occhi celesti alme fanciulle
N'allieti il santo vcrginal sorriso.
Oh! tu, Parnaso, ch'io, non nel deliro (13)
Di fantastico sogno, o ne' concetti
Di mitica canzon, dia tal ravviso
Qual nel terren natio t' ergi gigante
Colla fronte di diacci, e in un di grevi
Vapori incoronata , — oh 1 nella pompa
Di tua selvaggia maestà , superbo
Monte, che il nome tuo nel canto splenda
Chi fia che meravigli? Un sol v'ha forse
Vialore , e il più uraìl , che delle tue
Falde intorno s'aggiri, e non sia vago
L'eco tacente ridestar cantando?
Benché alcuna non v' ha deMe gentili
Muse che l'erto giogo ornai passeggi. x
Oh ! quante volte io te , colle famoso ,
Vidi ne' sogni miei ! Non sa dir quanta
Parte di ciel I' umana mente accolga
Chi '1 tuo non sa sublime nome: ed ora
Che ti contemplo, ohimè! de' fiochi accenti
Onde laudane io pur volea m' adonto.
S' io penso quai ne' secoli che furo
A te diedero onor, tremo , ed umile,
— Ch'altro non posso — innanzi a te mi prostro.
Nè più voce mandar , nè spiccar vano
Volo m'attento, e attonito m'affiso
In quel che sul tuo capo ergono eterno
Padiglione le nubi , e taciturno
Nel pensier mi ricreo che a me dappressc
Stai vera forma, e te qual sei contemplo.
Più avventurato ami di tanti egregi
Cui , poiché visser sotto stranio cielo,
Tanto mirar niegossi, i sacri moghi
Insensibil vedrei , che di devote
Cantilene onorar sforzansi quanti
Noi vider mai ? Benché più non alberghi
Apollo le sue grotte, e tu soggiorno
Già delle muse or non sii lor che tomba:
Pur questi ermi recessi anco penètra
Qualche spirto gentil, e le aure pure
Gode spirar: — silenzioso in questi
Antri vocali posa, e coli' ignudo
Piede la sacra armonie' onda tenta.
Di te poi narrerò. — Pur dilungarmi,
A farti omaggio, dal cantar mi piacque.
Dell' Iberia dimentico, e di sue
Verginelle e garzoni , e de* suoi fati
Cari a libero cor, — a te, non senza
Una lacrima pia , volsi il saluto.
Or donde torsi rìederò ; ma pria ,
Del tuo sacro terren deh ! non niegarmi
Un pegno che di te mi parli : almeno
Concedi eh' io d' una sol fronda spogli
L' arbor di Dafne intemerata , e 1' alto
Desir che in sen mi freme , oh ! fa che n
Appaja pueril vano trastullo.
No — di Grecia a' bei dì , le torreggiami
Tue cime non iscorsero giammai
Starsi a tue falde un sì leggiadro coro ;
Né mai, qualor scossa dal Dio, l'arcano
Pittico inno suonar la furibonda
Sacerdotessa fea , Delfo simile
Stuolo non vide di donzelle, e a cui
Tanto negli occhi ardesse amor, siccome
Queste d'Andalusia ch'ogni più forte
Nutron desir neh" agitata mente.
Oh! perchè non le fu dell'ombre chete
Cortese il ciel , di che s' abbella ancora
Grecia, benché d'ogni sua gloria ignuda?
Pregio di leggiadria vanta 1' altera
Siviglia, e braccio poderoso, e molto
Oro, e vetusta origine, ma senza (14)
Che di tanto laudar suono la vinca
Pur attraente più dalle lontane
Rive Cadice appar. Qual dolce move,
O voluttà , da' tuoi sentieri incanto 1
Mentre in giovine petto ardente e pieno
D' affetti il cor trabalza, oh! chi potrìa
Al fascino del tuo magico sguardo
Sottrarsi? A noi di serpentine avvolta
Ingannevoli spire, a cui divino
Giugnesi il capo di cherubo , scendi ;
E il seducente lusinghiero aspetto
A seconda d ogn'uom muti e confòrmi.
— 49 —
Quando Pafo cadea — che inesorato
La strusse il tempo — (oh l'esecrando veglio!
Infin la dea che tutte cose al suo
Volere inchina a te piega ! ) — repente
S' involar© i piaceri , un altro amico
Asil cercando; e Venere cui solo
Diletto è il mar domi' ebbe vita , in questi
Lidi si piacque avventurosi, e Tare
Ripor qui dove una città di mura
Candide cinta si scorgea, dispose.
Ben mille templi a lei sorsero, a lei
Mille altari sacrarsi ù dei misteri
Fra i riti arcani eterna arde la fiamma.
Dal mattino alla notte, e dalla notte
Al rorido mattili che col novello
Raggio mille rischiara alme , beate
Nel giocondo pensier che le avvalora
Di lor gioje notturne — ovunque — canti
Odi amorosi, e intessere di fiori
Vedi leggiadre ghirlandane , e giochi
Novelli pullular, nove follìe.
Chi di Cadice al bel lido s' arresta
Lungo a composto tripudiar un vale
Dice, che nulla qui rompe l'allegro
Gavazzar d'ogni guisa, abbenchè, solo,
Di vero culto invece, arda sull'ara
L' incenso monacai : congiunto spesso
Colla prece è l'amor, ed a vicenda
Religione e amor si parton l'ore.
4
-so-
li dì festivo sorge: ecco il beato
Istante del riposo 1 Ohi la ledete
Terra qual compirà rito solenne
Che la raccosti al ciel? Osserva! — Sacro
Al tripudio il di fia. — Silenào ! — 11 fero
Muggir non odi tu che manda il rege
Delle foreste? Ei l'aste spessa, e il sangue
Che spiccia fuor dalle squarciate vene
A' cavalli non mcn che a' cavalieri
Cui col corno fatai pur diami spense ,
Lambe feroce: a nova pugna invito
Move con alto strepito incessante
L' arena popolosa : e V insensata
Ciurmaglia plaude , allor che sparsi osserva
1 palpitanti visceri. Né torse
Pur la beltà l'intento sguardo, ch'ami
L' alma non parve a unto orror commossa.
Sorge il settimo di — gaudio agli umani ! —
Tu questo di sacro alle preci, assai,
Londra, conosci. Allor movono insieme
Col pulito borghese, artier, famigli
Parati a festa, od a spirar la pura
Aura sen van , che ogni altro di noi puormo.
Cocchi , berline , whiskeys i numerosi
Tuoi quartieri attraversan strepitanti
Che ad Hampstead , a Brentford , a Ha ito w soti vólti:
Finché spossata pel cammin la rózza
Resta, e le rote cessalo .studenti.
Mentre intanto il pedon dalla sua via
Cento mette ver lei voci di scherno.
d b y Goo gle
Quei «ul Tamigi, d'ogni vezzo adorna
Tragge beiti : questi al regal sentiero
Più cauto si commette; altri il bel colle
Di Richmond sale , a Ware altri s' avvia ;
E <T Highgate al bel poggio immènsa schiera
Giunger s' affretta. E a che ? — - V ombre diranno
Della Beozia. — Ad onorar l'arcano (U)
Sacro corno solenne. (*) Iti i gattoni
Convengono e le vergini; e dappoi
Che al temuto giurar suo nome , in tresca ,
Sin che giunga il maltin, cioncando stanno. «
Son dovunque follìe — pur terra alcuna
Non avvi che le tue vinca o pareggi ,
Cadice bella, che nel cupo azzurro
Del mar t'ergi sublime. Appena il tocco
Della campana mattinai la nona
Ora segnò , che a' lor salmodie danno
I devoti principio, e istantemente
Alla Vergin pregar gii ascolti — sola
Cui nulla macchia appanni — onde le ree
Vergogne lor purifichi, che tante
Son, quanti sono a venerarla; in fòlla
Poscia al circo s' avviati. L' età fiorente
Della canuta al par, ricchi e mendichi,
Al comune gioir là traggo» tutti.
S' apre la lizza ; — spaziosa e vota
Appar l'arena, e intorno a mille a mille
(») Festa simbolica , temuta da' miriti.
S' accalcano ansiosi i riguardanti.
Moli' ore scorreran pria che lo squillo
Delle trombe s' intenda , e già per tutto
Gremito è sì che ornai pe' sorveglienti
Loco non resta. I Do« e le Grahdkze (' )
Molti qui son: molte le dame il cui
Occhio scaltrito di tal luce brilla
Che chi mal cauto vi si affisa incende:
Pur non evvi tra loro alcun, negletta
Vittima dell'amor, siccome spesso
J] trovator lunatico s'intinge.
*ì - .
Cheto è l' insano murmurc : — di snelli
Destrieri in groppa, candido sul capo
aurei recando,
Ben quattro cavalier, che in gentil atto
À dritta a manca a riverir son vólti.
Di nobile lavor ondeggia», ricche
Di moli' oro le ciarpe, e destri e gai
S' impennano i corsier : se vincitori
N' andran , compiuto il periglioso gioco ,
Fia che il lungo plaudir ne li rimetti
Delle addensate turbe , ed il sorriso
Della beltà — premio alle grandi imprese ; —
Nè d'altro mai van duci e re superbì
Che d'ottener ciò ch'ei lottando avranno.
* 1 t^mk^^r^^- -, > vii c eicp "6
'jfi&*'*àm*mMti-* ^nw'i v*rf/
H Titoli de' nobili i B I.pag.a.
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Di ricche vesti ornato, e di fastoso
Mantel gli òmeri cinto — a piè — nel mezzo
Lanciasi dell' arena , impaziente
Che ornai col re de' greggi arda la zuffa
L' agile matador : ma cauto il loco
Osserva pria , se mai v' abbia non visto
Intoppo al suo fuggir: sola difesa
Ha un dardo — e lunge pugna — altro non puote
L' uom , se con seco agii corsiero , ahi ! spesso
Per lui dannato anco a perir, non abbia.
Tre volle risuonar le squille: — oh vedi! —
Dato è il segnai. Disserrasi il selvaggio
Antro: — sospesa palpita la pressa
Lungo il circo tacente. Appena tocco
11 robusto animai mugge , e fcroce-
- mente guatando a sé d' intorno , batte
Il suol colla sdegnosa unghia : nè cieco
Però si slancia incontro all' uom , ma d' una
In altra parte pria la minacciosa
Fronte volge , onde al primo urto s' accinga,
(lolla mobile coda ad or ad ora
I fianchi si travaglia , e dalla vasta
Orbita schizza fuor l'occhio rabbioso.
0
Ad un tratto ristà : fisso è lo sguardo. —
Arretra, incauto giovinetto, arretra!
La lancia afferra , ecco V istante; — o spento
Cadi, o se destro assai , nel sanguinoso
Urto il ratticni. Hanao i corsier, leggeri
— 54 —
Balzi spiccando, di schermirsi il destro.
Spuma il tauro in furor; — torsi ai mortali
Picchj pero non vale. Ecco a torrenti
Da' fianchi aperti il nero sangue sgorga:
Ei fugge, si ravvoltola, fremente
Per eroe' ohe trae dardi confitti al dosso.
Strale a strale s'aggiunge, e delle lancie
Il tempestar s' addoppili, e la percossa
Belva dolenti manda alti muggiti.
Ma già Iena ripiglia, e dardi e lancie
Noi ratti iranno ornai, né violento
Divincolarsi di destrier cui stringa
L'ultim' ambascia. Invan colle possenti
Armi l'uomo l'assai; vane le picche,
Vano è il valor. Scisso cadaver giace
Corsier superbo in sull'arena steso;
Un altro , orribil vista ! spalancato
Mostra l'immane ventre, e per gli aperti
E sanguinenti fianchi le minugia
Si veggion palpitar: — morente — ancora
Le estenuate membra al trascina
Che ogni ostaool sormonta, e barcollante
Trasporta il cavalier fuor da' perigli»
Vinto ed ansante a stento, e nel supremo
Punto ancor furibondo, in mezzo al campo
11 toro immobil sta ; fra suoi nimici
Che la pugna cessar tremendo ancora,
Ad onta di sue piaghe, e degli strali
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Nelle cuoja confitti. — Ecco I* istante
Che il rosso manto il matador scotendo
Volgesi intorno a lui, mentre il suo leve
Quadrello vibra. Ultimo sforzo ei tenta:
Già s'apre 11 passo — ahi furor vano! Iniqua
Destra il manto abbandona, e gli occhi fascia
Quegli s'avvolge, e sul terren procombe.
Là 've alla 6pina vertebral s' aggiunge
11 collo, qual nella guaìa/i brando,
Immergesi lo stral: ei resta, e freme -r
Di rincular sdegnoso — lentamente
Cade fra i gridi t rionfali , e sema
Mandar muggito o dar tremito — - spira.
11 carro adorno già s' avanza : — suvvi
La pesta spoglia ammontasi -r- gradita
Vista ad occhio volgar ; — quattro selvaggi
Destrier robusti traggonla , di freno
Intolleranti ancor : cosi la grave
E negra mole allo spiar s' invola
Della stupida calca, inosservata,
Tal è iì crudo spettacolo che spesso
Le ibere assembra giovinette* e gaudio
Desta in seno al pastor cui sin da' primi
Anni nudriro a' sanguinosi ludi.
Di vendetta al pensier s' allieta , e vede
Le altrui pene e sorride. Oh ! qual ne' borghi
Rea gavazza discordia , e li sommuove ,
Gli atterrisce, gì' insanguina ! Se viste
— 56 —
Già fur mille falangi incontro «tarsi
Dell' invasore , ahi ! che d' Iberia assai
Rimangon figli ad aguzzar furtivi
Lungc dal campo quel pugnai che debbe
Punir di morie il più leggero oltraggio.
Or gelosia non più: — ceppi, catene,
Scolte feroci a custodir vegliami ,
E ciò che in alma generosa un cupo
Fremito desta, ed al senil marito
Fu atroce mezzo a sicurar l'oggetto
Del terror suo — le sbarre — in muto obblio
Il secolo che fu tutto ravvolse.
Qual donna ornai di liberta si vanta
Quama n* avean le ibere giovinette
Pria che di guerra il rio furor — qual arde
Vulcan repente — s' accendesse , allora
Che colle sparse trecce altri le vide
Starsi sui prati verdeggianti in tresca,
Mentre del raggio suo Y ilari danze
Che amor movea, schiarò l'astro notturno?
Oh ! quante volte al sen d' Araldo il foco
D' amor s* apprese — oppur d' amar s' illuse —
Chè il più vivo gioir che nutra amore
— Ulusìon — altro non è: — ma chiusa
A ogni dolce sentir s' era queir alma ,
Poiché air onda letea non anco ei bebbe;
Ed apprese poc'anzi — c vero il crede —
Amor di prezioso al par dell' ale
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— 57 —
Nulla serbar per lui. Chè — sia pur quanto
Vuoisi bello, gentil, florido — sempre
Dalle sorgenti del piacer diparte
Un non so che d'amaro, e sui più vaghi
Fior si distilla, e gli avvizzisce, e strugge. (16)
Pur di beltade al seducente aspetto
Cieco ei non è ; ma non que* vezzi puonno ,
Più che sul saggio , in lui. Non che Sofia
Della casta sua luce un cor sembiante
A quello, s'abbia irradiato mai;
Ma della mente il delirar feroce
O s' acqueta o s' estingue. E da gran tempo
Ogni sua speme , a tal che più non sorga ,
Sepolta il vizio avea , che sotto a' passi
Scavasi ognor voluttuosa tomba.
Vittima infausta del piacer ! Ahi ! lento
Lo strugge il sovvenir tristo de' suoi
Abbominati di, tanto che mostra
Sulla livida fronte la bestemmia
Onde l'alma a Cain sempre frenica.
Stranier fatto quaggiù — più colla folla
Ei non si mesce — e pur non l'odia: — forse
Un desiro talor gli arse nel petto
Di danze e feste, — ma può mai sorriso
Affacciarsi sul volto a lui che geme
Vinto dal suo destin? Nulla di quanto
Vede, il cupo martir temprar potria.
Pur del demone rio contro la possa
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Leva* un dì : — menlre m riposta stanza
A una Grazia devola, abbandonato
Stavasi a freddo «editar repente
Mormora l' arpa — «- ed incensalo un carme
RipQton l' aure, -»- Ei la bellezza onora -
Ma (al , che ancor gli avventurali giorni
Quando ammirata ei pur l'avea, rtmeaibra.
* •
AD INE Z
Oh ! all' ansia fronte non sorrider — cessa
Che render, lassa! il riso tuo non sa:
Ti guardi U eie) che dal bel ciglio espressa
Cada una slilla ignota alla pietà.
Tu clùcdi qual secreta doglia gli anni
Attoschi di mia gaja gioventù?
Oh! perchè saper vuoi si crudi a (Tamii
Cui lenir non polria diva virtù?
Non odio, non amor, e non abbietto
Che mi divori il sen desio d'onor,
rianimi il mio fato a maledir costretto ,
E fuggir lei per cui stniggeasi il cor;
Ma quel tristo languor che, ovunque miri,
Intollerante affacciasi al pensici.
Più non puotc beltà far eh* io sospiri ;
Fiu gli occhi tuoi me» belli a m<* si fer.
Egli è quel fero intimo cruccio eterno
Che del ramingo Ebreo V alma turbò:
Oltre la fredda tomba altro uon scerno ;
Speme , pria eh' io vi scenda , altra non ho.
Qual esul può fuggir sè stesso? Errante
Volga alle zone più remote il pi$, —
Dovunque — 1" atro demone ho davanle
Ch' ardemi l' ossa — è il mio pensicr con me.
Altri alle larve del piacer s'arresti,
E gusti quel che più bramar non so;
Duri eterno 1' incanto, e ov' ei si desti,
Non sia del duol che V alma mia provò.
Me da membranze maledette scorto
Veggo , a qual terra traggami il desjr;
E solo nel pensiero io mi conforto
Che il più grave provai d' ogni marlir.
i.
-
— E qual? — Noi chieder per pietà! - Paventa
D' interrogarmi — oh! tu sorridi ancor!
Se il rio verme infemal clic V uom tormenta
Svelar non vuoi, deh! non tentarne il cor.
*
Addio, Cadice bella! ab si, per lungo
Volger di tempo — Addio ! — Scordar la tua
Costanza nel lottar, oli 1 ehi '1 poi ria?
Mentre d' intorno a te tutto a novello
Sir piegava, fede! fosti tu sola.
La liberlade a conquistar tu prima,
Ultima ad esser doma: e se fra l'alte
Scene di morte, e il fero «contro, il sangue
D'alcun de' figli tuoi le vie t'allaga,
Un sol empio cadea sotto il coltello. (17)
Là magnanimi tutti eran, se sola
La nobiltà ne togli , e al carro infame
Nessun di voi, fuorché la tralignata
Cavalleria — neasun — curvò la fronte.
Tali di Spagna i figli sono : e oh ! quanto
Strano il destin ne fu: per libertate
Pugnan quei che non fur liberi mai.
Popolo senza rege, aita al fiacco
Monarca e muor per lui : dove rivolti
Sieno i grandi a fuggir, pugna il vassallo:
Allo schiavo più vii che al tradimento
Venda l'avara man, fidi, una terra
Aman che lor non dié più della vita.
Le vie di libertade, il vanitoso
Animo accenna lor , sicché rispinti
Nelle battaglie, e oppressi sempre: — guerra!
Gridan, — guerra!— al colte! — s'altro non puossi. (18)
Tu ehe saper quale Tlberia, e quali
N' erano i figli aneli , i sanguinosi
Volgi suoi fasti, a meditarli inteso.
Quanto adoprar per ria vendetta contro
Nemico estranio puossi , ivi de' Franchi
Alle vite attentò: dal nobil brando,
Al celato pugnai, tutto nell'atra
Mischia, di guerra fu strumento: — oh! eh* ella
Suora e consorte almen ne serbi, e intero
Degli oppressor si versi il sangue , ed abbia
Qual v' ha conquistator sorte simile.
Se chiedi al Castiglian, perchè dal ciglio
Pietà una stilla non gli spreme: — Ohi vedi,
Ei ti dirà, quel pian fumante, e in vòlta,
Bruttate neirostil sangue le destre,
Donne aggirarsi : e abbandonati a' cani
E agli avoltoj cadaveri insepolti.
Ciò che al vorace augel preda non ha —
Le ossa spolpate — e dell'orrenda strage
L'indelebile traccia, — ohi della pugna
Serberà ancor le dolorose impronte;
E tanta guerra membreranno i figli.
Né ancor tocca al suo fine. Orde novella
Piomban da' Pirenei : chi delle stragi
Può il terrain presagir? Vòlte all' Ibero
Son le tremanti nazioni: oh! s'egli
Libero sorge, sorgerai! con lui
Tanti, onde il tristo novero fia vinto
Di lor che un dì traea Puzarro in ceppi. —
Strano di sorti avvicendar ! — Felice ,
1 mali che patir di Quito i figli ,
La Colombia ripara, e si travaglia
La madre ancor fra orribili sciagure.
• *
Di Talavera non poteo lo sparso
Sangue a torrenti , o di Bassora al campo
— ni —
Le alte imprese d'onor, o d'Albufera
La strade interminata i sa<?ri dritti
Rivendicar dell'egra Iberia. Ohi quando
Vedrem ne' campi «usn fiorir l' olita ?
Quando Ha mai quel dì che da' guerrieri
Stenti alfin posi? Ohi ohe crudeli in pria
Giorni ravvolgerà l'ombra notturna
Che il francese ladron lasci la preda,
E lo stranier di libertà germoglio
Nelle montagne sue metta radice !
E tu, amico fedeli poiché dall'alma (19)
Inutile dolor fugge , ed a' miei
Canti si mesce , - oh 1 il brando alroen t' avesse
Tratto a perir co' generosi , e queste
Amare stille all'amistà l'orgoglio
Terger forse potria. Ma che tu scenda
Senza un serto di lauro, entro la tomba,
Obblìato da ognun, fuor che da questo
Cor solitario, e, non piagato, all'alme
Cui morte dianzi gloriosa incolse
Sul campo del valor, giungerti, mentre
Cotanti abbietti hanno per fama onore 1 I
Ch'hai tu fatto, o mescli in, che sotto a' tuoi
Passi sì cheta si schiudea la tomba ?
0 degli amici miei primo, e fra tutti
Quel eh' io meglio estimai ; tu cui perenne
Amor quel cor serbò , eh' altri pur volle
D'ogni affetto nudar; benché perduto
Senza speranza io t'abbia, ohi ne' miei sogni
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— 63 —
Vien talora , ten prego ! Allor ridesta
La coscienza del mio duol, sul ciglio
Nova trarrà stilla secreta , e sovra
L'avel tuo freddo aggirerommi spesso
Col caldo immaginar, fin che disciolto
Rieda il frale alla polve onde fu tratto:
E l'amico, e colui che mono il piange
Dell' ombre neh 0 asil dormano insieme.
Ecco d' Aroldo peregrino un canto. —
Oh I se pur v' ha chi più saper desìi
Altro carme novel fia eh' egli intenda ,
Se il vate di più scriverne s' attenta.
Deh! la severa critica non abbia
A dir del primo — è troppo! — Oh! non si tolga
Che d' Aroldo narrar possa ciò eh' ei
In altre terre vide ove dannato
Peregrin s' aggirò — terre che ancora
I monumenti additano che furo
Pria che la Grecia e le arti belle avesse
Barbaro ferro debellate e strutte.
®
»
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CANTO SECONDO
Vieni aspettata, o dagli azzurri «guardi
Vergin celeste — vien: — ma, ohimè! il tuo riso
S' ebbe giammai canto morta I ? 0 diva
Che presiedi al saper — a te devoto
Tempio qui sorse, e invan le guerre, e il foco (1)
Divoratore , e I* indomabil possa
De' secoli che il tuo culto disperse,
Struggerlo s' attentaro : — ei tuttavia
Sussi. Ma più che il foco, il ferro, e l'onte (2)
Del tempo edace, paventato e duro
È l' impero dell' uomo a cui nel freddo
Petto non allignò giammai quel sacro
Sentir che ogni alma a civiltà nudrita —
Sol che a te, o a figli tuoi pensi — avvalora.
Antiqua , augusta terra — Atene ! — Or dove
I tuoi genj s'aggirano, e i famosi
Tuoi spirti eccelsi? Ahi! più non sono, e solo
Trapelan fuori dalle vote larve
Degli eventi che fur. Primi alla lizza
Ove premio di sé la gloria fea
Conseguirla, e disparvero: — ammirati
5
- 66
Vieterei un' ora , e questo è unto ? Tema
Or sol di scole fien. De' forti il brando
Ricerchi invano e de' Sofisti il manto.
Sovr'ogni torre ruìnosa cui
La nebbia oscura dell' etate, ancora
L'ombra del prisco onor pallida posa.
Sorgi — t'appressa o Monsulman — ma d'onte
Non deturpar, per dio! quest'indifesa
Urna: — oh contempla! — di famosa gente
Quest'è la tomba. — Ve' l'asil de 1 numi
E Tare abbandonate: — a) cielo istesso
Dunque il cedere è fòrza? — Ecco di sacri
Riti le pompe avvicendarsi: quivi
Giove un tempo regnò; di Macometto
Or solo il nome è venerato, e forse
Colle venture età vedransi nove
Sorger credenze, infin che Tuoni s'avvegga
Che invan sul! ' are arde gì' incensi , e invano
Offre cruenti sacrifici. — Ahi ! gramo
Delle dubbiezze figlio, e in un di morte,
A fragil canna il tuo sperar s' attiene.
Debile creta ! — oh ! perché il guardo audace
Sospingi al ciel? — (he tu, misero, vivi
Noi sai ? Che vuoi di più ? Fora' egli è dono
Grato così la vita tua, che debba
Desiar di protra ria oltre la tomba?
E indagar col pensiero irrequieto
Soggiorni ignoti .... e errar.. , . dove? noi sai. —
Ohi perchè dal terre n che t'alimenta,
Vinto da reo desir, cerchi coli' etra
Mescerli, o stolto? B perchè tuoi presagi
Di remote Tentare or liete or gnm
Rappresentarti alla commossa mente?
Pria che i Tenti la sperdano, cotesta
Polve raccogli — e pensa — e, d'uman labbro
Più dotta assai, dirà quest'urna il vero,
Oppur — r altero monumento sperza
D' eroe che più non è, cui die* solinga
RiTa lontana asilo; ei cadde, e intere (3)
Nazioni al cader suo diergli tributo
Di funebre onoranza. Ed oggi, un solo
Non v' ha che pianga alla sua tomba, o in questi
Lochi , che già — pur com' è fama — albergo
Eran di semidei, raccolto in pio
Arcano meditar guerrier nessuno
Di Teglia a lui dona conforto. Oh! questo,
Fra le ossa sparte, ignudo teschio stringi; —
Tempio ei sarà che d'abitar sia pago
Spirto divin? Pur quella stanza, allora
Ch' è sciolta in polve il Terme istesso abborre.
Vedi! — Rotta è la Tolta, e rulnosc
Le pareti ne son: l'interna chiostra
Desolata, romita, ed il marciume
1 portici ricopre: — eppur — superba
D'ambizion stanza fu questa — altero
Soggiorno del peosier — magion dell'alma! —
— 68 —
Mira le vote occhiaje, asti ridente
Pel genio un tempo, e di saggezza e d'ogni
Fomite rio che al fren s'irrita. Or quanto
Santi, «aggi, sofisti ebber concetto
Col vasto immaginar questa deserta
Sede ripopolar, o alla primiera
Ri tra ria venustà giammai potrebbe?
Oh bene, oh ben — tra quanti eccelsi spirti
Vanta Atene il più saggio — oh ben dicesti:
„ Ciò sol I* uom sa, che nulla sa „. Temuto
Or perchè -fia ciò ch'evitar l'umana
Non può fralezza ? — Ha doglie ognun ; — ma vile
Di mali che nel cerebro deliro
Concepe spesso , uom si travaglia , e geme
Come il pungesse un duol verace. Oh ! lutto
Che a te il destino offre di meglio afferra ;
Chè d'Acheronte in sulle rive in pace
1 mortali staran. Là nullo il labbro
Sazio alle dapi porgerà costretto
D' ingannevol convivio , e là felice
Q silenzio daranne etema calma.
Pur — se di là dal nero stagno, amico
È un soggiorno delle anime, siccome
Vaticinaro i saggi, onde confuso
De' Saducei fosse il saper , e il folle
Scuoi de' Sofisti tumidi d' orgoglio
Per l' insano dubbiar , oh ! come dolce
Fora il prostrarsi, e venerar con quelli
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Che più leve ne fér l'umano incarco;
E delle voci il suon noto, onde nulla
Lusinga V alme ne molcea , ridato ,
A faccia, a faccia nelle generose
Ombre affisarsi, e contemplar di Sarao
Il saggio antico, e il Battriano, e quanti
Di virtude già furo archimandriti.
•-
Te allor vedrei — te pur! — che amore e vita
Perdesti a un tempo, e me lasciavi in terra
D'amor pieno e di vita — indamo! 0 primo
Di questo cor sospiro — oh ! come posso
Creder che più non sii , quando perenne
Di te memoria nel pensier mi dura?
Oh ! verrà dì eh* io ti rivegga , e al tuo
Fianco mi posi: nel solingo petto
Sol questa dolce illusimi vagheggio !
Se nulla pur di nostre giovanili
Memorie avanza , oh ! certo pegno a noi
Resti dell' avvenir , ché assai felice
I* mi sarei , se accor giammai di tua
Felicità certezza in me potessi!
« ■ *
Qui — un istante — su questa io Vito' sedermi
Scavezzata marmorea colonna
Cui non infranta ancor sporge dal suolo
La base. — 0 figlio di Saturno ! trono
Avesti qui fra tutti eletto : o sommo (4)
Fra gì' immortali Dei che al prisco tempo
Ebbcr di culto onor, deh! non vietarmi
Ch» io le ▼esiigia del tuo sacro tempio
Cerchi, — Ahi! lo tento invan, chè non la stessa
Mente con calda fantasia potrebbe
Rinnovellar ciò che struggean del tempo
Le penne infaticabili; ed or queste
Orgogliose colonne al passeggiero
Un sol sospir non traggono: — s' asside
Stupido l'Ottoman sovra i riversi
Fusi neglettamente , e V incostante
Greco d' intorno si raggira , e canta.
Ma di tanti predon vili che fóro,
A questo che d'Acropoli sul dorso
Tempio s'innalza, oltraggio, onde costretta
Palla si dilungò del suo vetusto
Dominio lamentando , il più feroce ,
Il più dannoso e V ultimo qual fue?
Cai edoni a arrossisci ! — un de* tuoi figli. — •
Ben io m'allegro che da le non venne,
Anglia, tant' onta: i cittadini tuoi
Cresciuti in liberlade, a quanto pria
Libero fu nuocer non san. Pur — guasti
Giacquer per essi, e violati i mesti
Penetrali de' templi abbandonati,
E trasser le are sovra i flutti, a lungo
Per quest'orrido eccesso tempestosi. (5>
Ma di Pici novello il vile orgoglio,
Quanto al furor scampò de' Goti , e il tempo,
E il turco rispettò, strugger si vanta. (G)
Fredda siccome le natie sue rocce
Chiude un'anima in sen, stèrile quanto
Barbaro ha il cor colui che in mente accòrre
Potè il crudo pensiero, e mover 1* empia
Man non temè per depredar d' Atene
Gli avanzi venerandi. Ahi ! troppo abbietti
I figli suoi, forse potean que' sacri
Monumenti serbar P Allor le doglie
Onde alla madre trambasciava il petto
Infelici! partir, ed un martino
Ignoto ancora gli affannò — de' ceppi (7)
Che U tiranno apprestò P incarco orrendo.
Ecchè? — Sì ardito fia labbro britanno
Che d'Atene al dolor Albion dica
Felice mai? Benché il suo nome usurpi
Di schiavi empia genia che il vago seno
Sì le deturpa , oh ! denso vel quest' onta ,
Onde arrossir vedriasi Europa , avvolga.
Donna de' mar la Ubera Brettagna
L'ultima, a un suol che sanguina, divelle
Grama spoglia. Colei di che laudato,
E da ognun benedetto è il generoso
Braccio , con man d' arpia queste sì tolse
Gloriose reliquie a cui gelosa
Perfin P età che tutto strugge , o P ira
Di despota crudel , nuocer non seppe.
L' egida allor Pallade ov' era , ond* ebbe
Nel suo devaslator corso sgomento
Il barbaro Alarico? Ove il Peli de? (g)
L' ombra sdegnosa iman le stanze interne
Minacciando scotea perchè concessa
Del dì la lampa ancor le fosse in quello
DI formidato, e nelle armi fatali
Sfolgorante apparì. — Che? non potea
Pluto all' invitto eroe dar che d' averno
L' ostello doloroso un' altra volta
Lasciasse , onde , mozzati i crudi artigli ,
Al novello ladron tolga la preda?
Desidioso errante in sulla stigia
Riva, non scese, cpial solea, di questo
Suol difensore , in che si piacque , Achille ?
Bella Ellenia gentil ! — Alma di ghiaccio
Ben ha chi in te s' affisa , e non risente
Quel fremito secreto onde all' amante
Sussulta il cor quando la fredda polve
Di quella ond' arse guata. Istupidito
È l'occhio che non dà stilla veggendó
1 diruti palagi, e rùinosi
Gli augusti templi , e T are tue divelte
Dall' empia mano de' Britanni — cui
Più che ad altri serbato era le sante
Reliquie custodir — Oh 1 maledetto
L' istante allor che dall' isola avara
Que' barbari salparo, onde novelle
Ti bruii. isserà il scn turpi ferite,
E i desolati tuoi lari nel grembo
Accogliesse un' austral terra abborrita.
Ma Araldo ov'è? Non scorgerò sull'onda
Il mesto viator? Poco quell'alma
S' affanna nel partir di ciò che tanto
Amareggia il mortai. Finte querele
A lui non mosse alcuna amante , ond' abbia
D' intenerirlo il vanto ; e non prostesa
Amica man nel duro vale scórse
Pria che vólto a lontan clima si fosse
Questo freddo stranier. Fero é qual chiude
Alle lusinghe di beltade il petto:
Ma d' Araldo nel sen non più 1' usato
Turbamento si desta; — ei parte — e tutto
Di guerra sozzo e di delitti il suolo
Ibero lascia, e un sol sospir non move.
Miro portento a chi lunghesso il tetro
Azzurro mar vogando erra, talvolta
S' affaccia ; allor che rugiadosa brezza
Tende le bianche vele alla leggera
Nave eccelsa; e le antenne, e le sporgenti
Campane da' pinacoli , e la riva
Retro s'asconde, mentre il mar dinante
Lontan lontano si protende, e della
Flotta vogano i pin pari a selvaggi
Cigni. Qual v'ha men presta navicella
Or par che voli , così spesse l' onde
S'avvolgono, s'attergano spumose
Scherzosamente ad ogni svelta prora.
Or l' interno non men di questa ammira
Mobile cittadella; il lampo osserva
De' lisci bronzi , e di solecchio in guisa
Tese le maglie in sulla tolda: i cenni (9)
Che rauca voce intorno manda; il sordo
De' marinari strepito incessante
Allor che al profferir d'un motto, tutti
Vólti in alto 8' aggrappano : l' appello
Odi del mastro, e le giojose grida
De* mozzi , cui dalla callosa mano
Scorron le funi cigolanti: osserva
Cotesto imberbe condollier, che appena
Il ginnasio lasciò, come la voce
Aspra rallenti, o acceleri, secondo
Che approva o danna. E già quel garzo n puote
Docile trar vecchio drappello all' opra !
La tolda al guardo qual cristallo splende ,
Cui nulla macchia appanni; e grave in atto
Vi passeggia alla guardia intento il baldo
Luogotenente. Or là ti volgi a quella
Eccelsa parte del naviglio, solo
Asilo al capitan che altero avanza
E taciturno, e da ciascun temuto.
Egli ritroso a suoi volge il dimando,
Onde il severo sovra lor conservi
Dominio, che, perduto, a lui varrìa
Gloria, trionfi insiem; ma fier Britanno
Raro o non mai dipartesi da questa
Legge, quantunque sia dura , che tanto
La valentìa dell'animo rinforza.
Oh spiri ! — oh spiri ognor placida questa
Breiza propina, e il navigar secondi
Sin che i raggi affraliti 'il sol ne celi.
Allor le vele a ripiegar costretto
La capitana fia, perchè i più lenti
Vascelli la raggiungano. Penoso
Importabil l' indugio che allo spiro
Del vento amico ne ritoglie ! Oh ! quanto
Spazio pria varcherà che rugiadosa
Mostrisi l'alba in cielo e all'ansioso
Sguardo sull'onda placida, le tarde
Navi attese gran tempo alfin riveli !
La luna è all'orizzonte. — Oh ciel ! Qual vaga
Notte tranquilla ! vivida a torrenti
Sui marosi diffondcsi la luce.
Ecco l' istante in cui sulla tacente
Riva il garzone a sospirar s'accoglie,
E la donzella credula l'orecchio
D' amore intende ai giuramenti. Oh ! allora
Che giunga il dì del rieder nostro, sulle
Sponde native ugual deslin n' accolga 1
Pur di rozzo Arion pronta risveglia
La mano un' armonia fòrte che scenda
Grato a' nocchieri , a lui d' intorno accolti
In festevole cerchio; o se una noto
Cadenza ai salti li richiami, come
Se al lido in liberto fossero , tutti
In preda del piacer tesson carole.
— 76 —
Lungo l'angusta Calpe Araldo osserva
Rocce sublimi : di colà 1' Europa
Neil' affrican lido si affisa ! — Ei scorge
D'Ecate al raggio pallido, la terra
Che la vergin dai neri occhi nudrica ,
E quella insiem laddove il Mauro alberga
Dal nericante aspetto. Ohi come vago
D Iberia sulle rive è del notturno
Pianeta il raggio I Ei rupi accenna, e colli,
E verdi selve, cui l'occhio discerne,
Abbenchè il lume dell' argenteo disco
Non tutta schiari la costiera: mentre
Le ombre giganti delle mauritane
Rupi le creste minacciose innalzano
E fin del mare ai lidi si protendono.
È notte : — allor che il meditar nell' alma
Desta amorose rimembrarne , quando
Fuggì dal petto amor. I) solitario
Cor che pensa gemendo alla tradita
Speme , benché privo d' amici , in sogno
Ch'ebbe un amico penserà. Qual mai
Sotto la soma dell' età vorrebbe
Curvarsi , se all' amor la giovinezza
E alla gioja sorvive? Ami quando il dolce
Tenero nodo d'amistà, che due
Alme giungea si spezza, ed obbliato
Nel tempo irrevocabile si volve,
Che avanza onde rapir ne possa morte ?
0 felici que' di ! perchè la pura
Gioja infantile in noi si rinnovclli
De' pargoli l' età chi non desia?
Cosi pendente sulla curva sponda
Dell' agii pino a contemplar nell' acque
Riflesso il disco di Diana, obblìa
L'alma le vane ambiziose cure,
E l'orgoglio imperante; e suo malgrado
1 dì che furo a riguardar si volge.
Mortai non v'ha così diserto, cui
Una cara persona — assai più cara
Che a sè stesso ei non è — talor non desti
Un arcano pensiero, o col pensiero
D' una lagrima pia chiegga l'omaggio.
Angoscia tormentosa onde pur tenta
L'anima oppressa liberarsi, — indamo!
•
Sulle rupi sedersi ed ai torrenti
E agli abissi pensando, lentamente
In mezzo a selve maestose, dove
Ogn' impero dell' uom tace — che raro
Presse uman piede — o mai — smarrirsi : o sovra
Ispido monte inerpicarsi, al volgo
Mal noto, dove in libertà selvaggi
Errano greggi che dell' uom la destra
Non alimenta; ed alle frane, ed alle
Da inacessi dirupi acque cadenti
Sospesi soprastar — non é cotesta
Inerte solitudine: è soave
Rapimento dell' alma alla vaghezza
Di natura ritolta, — è un affisarsi
Ne* tesori che a noi prodiga syela.
Ma della folla al mezzo, ore gli umani
Urtami strepitando, — udir — sentire —
Veder — moli' oro ratinar — la fila,
Qual fastidito cittadin del mondo,
Trar di nessuno amico, a nessun caro; —
In faccia al vile cortigian cui solo
Fortuna è diva, e all'appressar di grami
Giorni s' arretra, ognor starsi: — non uno
Amico noverar che di sincero
Affetto ti ricambii , sì che mesto
Al tuo morir si vegga, assai più eh' altri
Che a te giungea sordido lucro, e vano
Di lode suon, oon labbra al falso avvezze,
Ti profferta, — quegli fia solo — e piena
Solitudin sarà solo co testa.
Più avventurosi assai scorrono i giorni
Dell'eremita pio che il viandante
D' Atos per le solinghe orride rupi
Incontra spesso, allor che in queta sera
Sull'ardue vette a meditar s'arresta.
Ei r azzurro del mar di là vagheggia,
E un ciel puro così, che quale a tanta
Ebbrezza di gioir solo un istante
L' alma schiudesse , ciò che ancor gli avanza
Di vita , trarre ei sol vorrìa fra questi
Incantevoli siti, e dalle dive
Scene mesto disviasi incontro al fato
Pur lamentando perchè a tai dolcezze
Noi serbava dal nascere. — Ei ritorna —
Ed al mondo in suo cor vie più furente
Di che quasi obbliato erasi — impreca 1
A che narrar lungo cammin cui mai
Scena novella non allieta, e spesso
Da numerosi viator ricorso,
Senza che nullo serbisi de' loro
Passi vestigio? E ì venti, e poi la calma
Tacciasi, e in guerra ogni elemento, e quanti
Volve Tonda in furor nembi e procelle:
Nè le gioje si membrino, o gli affanni
Che nel petto ai nocchier con lotta alterna
Fervono, allor che lui la fluttuante
Chiude alata magion ; e qual letizia
Accolgano nell'alma ove seconda
Spiri la brezza al lor desiro, e quanta
Disperazion, se avversa, li consumi: —
E il rider nella calma, e il maledire
Nel muggir de' marosi , insin che P alba
Sorga del lieto dì quando s' intenda
— „ Terra — terra „ — gridar , e ognun sia pago.
Ma non delle ridenti alme isolette
Di Calipso si taccia, somiglianti (10)
A gruppo di donzelle in mezzo a' flutti.
Là agli stanchi navigli ancor sorride
Amico sen, benché dalle sue rocche
— 80 —
Già da gran tempo la vezzosa diva,
Qual solea più non pianga, allor che invano
11 riedere attendea di tal che seppe
Ad essa preferir mortai consorte.
E qui nell'onda il periglioso salto,
Che sino al fondo risuonò, spiccava
D' Ulisse il figlio per la man possente
Di Mentore sospinto, onde trafitta
In vedovili panni un' altra volta
Di cari naufragati orbata giacque
Quella cui fu la ninfa Eucari ancella.
i', ipriti 3 . rv T*jt»f':'i f'r r>, .> rt titnt ni s >. laaioo^ *
Or colei più non regna , e le divine
Grazie svanirò, e gli amorosi suoi
Incanti più non son : pur non t' abbuj
Cupa tristezza, o giovinetto, ond'arse
Troppo facile il cor; maggior periglio
Qui si para per te — trema I — Mortale
Una reìna or della dea s' asside
Sul trono formidato, e ancor potresti
Nova Calipso rinvenir su questo
Lito. — Vaga Fiorenza ! Oh se potesse
Questo sviato cor, che più non ama,
Alla beltà commuoversi — rapito
Fora in te sola: ma da si crudeli
Angosce lacerato , a te non oso —
Di te men degno — erger tributo, e meno
Chieder che un puro cor — siccome il tuo —
Provi per questo mio sola un' ambascia.
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Così Aroldo pensava, — immoto ì vaghi
Occhi ammirando di colei che solo
Col pudico guardar valse innocente
Estasi viva a suscitargli in petto.
Era in disparte Amor , benché di poco
Tratto discosto: chè se Aroldo spesso
Si tolse al suo poter, spesso per anco
Lo rimembra caduto. Ed or V accorto
Fanciul ben sa che noverar più mai
Tra gli amanti costui non de'; che vani
Fieno suoi sforzi a ritornarlo in ceppi :
E inutile sarìa novello in seno
Suscitargli un desìo, mentre oggimai
Non dubbia che sarìen sue prove a vuoto.
Vide Fiorenza — e ne stupì — che solo —
Mentre tutti ver lei, qual che si fosse
Reale o mentitor nudrìano affetto
Tratti da' vezzi suoi — sol ei , che a tutte
— Se verace di lui suona la fama —
Le belle sospirò , vedesse, e nulla
«
Fiamma nel seno ancor desta gli fosse.
Quella che de' garzon la speme in pugno
Recasi e il fato a grado suo; — che puoie
Leggi imporre — dannar — e quanto chiede
Agli schiavi beltà , — si meraviglia
Che il giovinetto non sentisse, o almeno
Non simulasse queir ardor che spesso
Violento , indiscreto , alle gentili
Dame sul labbro la querela, e mai —
0 radamente sol — suscita V ira.
Ma questo cor eh' ella credea di smalto
Qual sia non sa. Benché in silenzio cupo,
Dall' orgoglio compresso, a lui non sono
Ignote l'arti di sedur: chè un tempo
Più d' un laccio d' amor tese ; ne pria
Ritorse il piè dal lubrico cammino
Che fatto intero il suo desir non fosse. —
Ma i mezzi infami Aroldo or sdegna : e s' ei
Di Fiorenza ne* vaghi occhi ristretto
Rinvenne amor, de' molli adoratori
Colla folta giammai "non si confuse.
•Appien non sa qual cor femmina in seno
Chiuda , colui che trarre in ceppi spera
Sol co' sospir quel lasciviente oggetto.
Che più le vai se a lei del sentimento
Salga il tenero omaggio, allor che nullo
De' suoi favor negò? — Scegli qual vuoi
Dono agli occhi offerir di lei che adori;
Pur, le non vegga umìl troppo, o di sprezzo
Ricambio avrai: — nè accetti fian que* miti
Parlari , abbenchè in lor splendano mille
• Eloquenti figure, — anzi — prudente,
La tenerezza tua simula: — ardita
Una parola ben vincer potria
Rigor di donna; — suscita a vicenda,
O ne rattempra il fier despitto, e tosto
Fia che la speme tua coroni amore.
Vieto concetto ! — e ver : — ché tale il tempo
Ben l'appalesa — e più colui ne piange
Cui noto è meglio. Allor eh' ogni desìo
Fu pago, ahi tristo par di tanti acerbi
Sacrifici il compenso: giovinezza
Consunta — alma invilita — onor macchiato —
Ecco d' amor felice i miserandi
Frutti. Che s'anco una fatai ventura
Tosto deluda lo sperar, la piaga
Si riapre , s' inaspra , e fassi eterna ; —
Chè amore infausto, altrui piacer non degna.
Che mi dilungo io più? — Diffuso troppo
II mio cantar non sia, chè ancor n' avanza
Erte giogaje a superar, e in molte
Coste aggirarci da penosa tratti
Mestizia, e non da finta alma; — contrade
Belle così, quai mente d' noni giammai
Immaginar varrìa del pensier stretta
NelF angusto confin: blande, siccome
Quelle cui tanto dier nove utopìe
Rinome , acciò che V uom qual è, qual possa
Essere o debba apprenda, ove il corrotto
Morule a trarne utilità valesse.
D'ogni madre miglior, bella natura,
Tu sei pur sempre, benché ognor mutata
Ne* varj aspetti tuoi : — soggetto al canto
CIT io da te prenda soffri ! — io che da' tuoi
Favor fui scorto in ogni età: — pur — mai
Me prediliger non sapesti. Oh I quanto
Là più vaga non è dove si mostra
In sue selvagge maestose forme;
Là dove nulla umana cosa i cheti
Suoi recessi conturba: — o il dì sfavilli —
O il cici copra la notte — ella a me sempre
Par che sorrida; e puf, sol negli acerbi
Giorni della sventura io la conobbi;
Ed anelante più l'amai nell'ora
Che più fòrte amarezza il cor mi vinse.
0 Tsriu d' Albagìa ! — Dove il possente
lskander nacque, le cui gesta sprone
Sono alla giovinezza , e scola al saggio.
Patria di tal che in pari nome apparve
Di genti domator , cui diè l' islessa
Oste spesso pel suo braccio dispersa
Laude di sue cavalleresche imprese.
0 terra d'Albania! — Deh! almen ch'io possa
Contemplarli m' assenti , o di selvaggia
Gente, selvaggia genitrice. — Bando (11)
S' ebbe la Croce * — i minareti intorno
Ergonsi alteri, e della blanea luna
Infra i mille cipressi onde ogni parte
S'orna della città penètra il raggio.
•
Sempre Aroldo vogava. Ei rade il masso
Arido 've Penelope solinga
A contemplar movea V onde marine. (12)
E più lontano il rinomato scórse
Promontorio agli amanti ultima speme,
E alla Lesbia sepolcro. — Ahi sventurata ! —
I tuoi carmi, o gentil Saffo, quel petto
Non valsero a serbar che d' immortale
Vampa struggeasi? Oh! perché mai costei
Ond* altri vita avea giacque, se speme
D' eternità dar può la cetra, solo
Gel cui V uomo aspirar valga qui in terra ?
i
•
Era di greco autunno amabil sera ,
Allor che Aroldo salutò da lunge
Di Leucade il pendìo : vivo dell' alma
Desidero l'avea scorto a quel sacro
Terreno, ond' or dolente si partìa.
A teatro campai si volse spesso ,
Ed Azio vide, e Lepanto , e il fatale
Trafalgar; nè pur una a cotal vista (13)
Commozion sentì , chè stella d' alti
Sentimenti di gloria inspiratrice
Al nascer suo non scintillò. Di guerre (
Sanguinose , di gesta , e di valore
Ogni racconto egli disdegna : tutte
Odia de' bravi le prodezze , e solo
Pel fasto marzial serba il sogghigno.
Ma poiché l'astro della sera sulla
Rocca leucadia, che lontan sull'onde
Protendcsi brillar scórse, ed a quello
Di disperato ardor rifugio estremo (14)
Volse il saluto, il cor olire T usato
Ebbe Aroldo commosso — o tal gli parve: —
E poiché il pino maestosamente
— 86 —
L'ombra varcò di questo masso antico,
Nel flusso melanconico dell'onda
Fissò lo sguardo , e benché assorto tutto
Nel consueto meditar, tranquillo
Più assai l'occhio n'apparve, e men di doglia
Accerchiata la sua pallida fronte.
Sorge r aurora , e d' Albania con seco
Parver gli alpestri monti, e le pendenti
Rocche di Suli, e mezzo ricoverto
Da fitte nebbie il vertice di Pindo
Cui la neve brumai dall' irte spalle
Soluta in onda volvesi; ed il raggio —
Bello a mirarsi ! — in strisce l' incolora
Purpureo-azzurrc , mentre a poco a poco
Sciolte le nubi circosunti, al guardo
Svelan del montanar l'orrida stanza.
Quivi urla il lupo , V aquila gli artigli
Aguzza , e augelli , e depredanti belve ,
E — più selvaggio assai — l'uomo — un asilo
Si contendono in guerra: ivi s'addensano
1 turbini più rei, che furibondi
Imperversano allor che l'anno cade.
Là Aroldo alfin che solo era s' accorse;
E un lungo addio gemeva alle soavi
Favelle onde fcdcl terra s'allegra.
Ei s'avventura per contrada ignota
Di che parlando i passeggier compresa
Mostrano l'alma da sliipor, e cui
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D'essi gran parte visitar non osa.
Pronto a- lottar col suo dcstin, di nulla,
O d' assai poco ha d'uopo, e non affronta
Periglio, e non s'arretra ov'ei s' affacci.
Questa che innanzi gli si para , scena
Selvaggia eli* è , — ma nuova — e del cammino
Lo sottra ofje alla noja , e foite il rende
Contro il verno, e rattempra il caldo estivo.
Qui la Croce — che ancor , benché da' vili
Circoncisi spregiata, e d'ignominia
Coverta , sorge — obblìa l' insano orgoglio
De' pontefici suoi : — ministri e culto
Qui van del pari inonorati. — Ahi vana
Superstizion 1 — sia che in tuoi veli ascosa -
Idolo , o santo , vergine , o profeta —
L' uom ti accarezzi , o a lui perchè 1' adori
Spieghi la luna triplice, o la croce,
Sacerdotal traffico fosti, e peste
E mina del mondo. Oh! del verace
Culto l'oro scevrar chi dalla ria
Mondiglia può che tutto lo ravvolge P
Vedi d'Ambracia il golfo, ove perduto
N'andò per opra d'una donna — oggetto
Pieno di vezzi ed innocente — un mondo.
Qui i romani guerrier, e d'Asia i regi (15)
Le armate navi trassero ad incerto
Trionfo , e a certa orrida strage. — Oh mira ! —
Là del secondo Cesare i trofei (16)
Sorsero , ed ora vanno in polve , come
La man che gl' innalzò. Scettrati alteri
Sol ligi d'anarchia, per voi s'addoppia
Ogni umano martir. — Gran Dio ! creavi
Tu forse un mondo , onde così restasse
Ludibrio poscia a perfidi tiranni?
* • • • *
Dalle forti barriere onde si cinge
Questa d' orridi massi incoronala
Terra, fin là dove d'Ili ni a ban centro
L'erme vallee, ben mille maestosi
Gioghi Aroldo varcò, molte in suo corso
Piagge vedendo appena ad altri note.
Pur raro è ben che in seno alla famosa
Attica così ridano le valli;
Nè Tempe è tal che d' un sol vezzo possa
Andar fastosa , e là pur non s' accolga.
E l' istesso Parnaso ai vati sacro
Alcun de' luoghi a pareggiar non vale
Nascosi dietro le sue rupi altere.
Egli il Pindo, e lo stagno acheronteo (17)
A tira versa : da parte il suol si lascia
Che a tutte impera le altre terre — e il corso
Prosegue, a visitar vólto il possente
Capo dell'Albania, cui legge è il cenno, (18)
E tal legge onde ognun trema : chè ardite
Con sanguinosa mano, e turbolente
Genti ei governa ; e sol qua e là disperse
Orde di monlanar sdegnano farsi
A lui soggette , ed in lor greppi chiuse
SHdan da lunge, e lor sol donno è l'oro. (19)
O di monaci pii , Zitza , ricetto ! (20)
Stanza gradita al ciel ! mentre dal tuo
Vertice ombrato il nostro occhio d' intorno
Di su, di giù protendesi, qual alto
Magico incanto ci si para, e quanta
Di colori armonìa ! Rupi , foreste ,
Monti , riviere , tutto è quivi , e sempre
Un ciel puro azzurrin coli' ammirando
Quadro s'accorda. Al piè con torbid' onda
Romoreggia un torrente, e par n'avvisi
Che più sotto fra due rupi sospesa
Precipitosa cateratta piomba
Che col perenne stroscio una sublime
Arcana emozion desta nell' alma.
Fra i boschetti che vestono l'altura
Di questo colle verdeggiante, cui
Cingono i monti d'ogni parte, a guisa
D'anfiteatro, ond'ei più vago al mezzo
Splende — sull' erta — in bel modo le bianche
Mura traspajon del convento. Quivi
11 mansueto Calojer soggiorna (21)
Ospite generoso: al pellegrino
Cortese sì, che dov'ei nutra in petto
Un cor che di natura ai sacri arcani
Col palpito risponda , ci da cotesti
Lochi non partirà che non sospiri.
Salga quivi ne' dì della cocente
Canicola , e vedrà che sono V ombra
Di piante secolari — verdeggianti
A lui le zolle s'offriranno; mite
Il venticel fia che gli scota intorno
I vanni rugiadosi, e profumato
Aere a sue nari salirà: — lontano
Svolvesi vasto pian ; — oh ! ad innocente
Gioir l'alma ei dischiuda, allor che loco
Gli si appresenta ù non penetra il sole
Co' raggi pregni del venen maligno
Di pestilenza. Il pellegrin di sue
Cure stanco si posi , e a suo talento
II mattin chiaro, il sol quando è al meriggio
E una placida sera ei vi contempli.
Buje, immense, giganti, anfiteatro
Di natura vulcanico, nel vasto (22)
Orizzonte, di Chimaro da lunge
Scopronsi l'alpi, e sotto a lor vallea
S' apre di vita ridondante ; greggi
Saltellanti, scherzevoli; — dal vento
Alberi scossi, — irrigui ruscelletti
Che d' ogni parte scorrono , e montani
Abeti eh' allo ondeggiano. La nera
Riva contempla d'Acheronte, asilo (25)
Dell' ombre un tempo venerato. — O Plulo !
Se ciò eh' io miro è il tartaro, d'eliso
Sbarra le porte vergognose, ed abbia
Qui sua stanza lo spirto, — altro non cura.
— 91 —
Non merli cittadin questa beala
Sede a turbar s' affacciano : — di poco
Si dilunga Giannina, — c tuttavia
Non si rileva ancor — che a lei leggiadri
Colli fan vel : pochi gli umani , e sperei
1 casali son qui; rade, solinglic
Le capanne , ma solo in sul pendio
D' ogni dirupo il cavriuol sospeso
Pascola, intanto che il caprar pensoso
Guata il gregge qua e là sparso , nel suo
Bianco pallio ravvolto , e V infantile (24)
Faccia protende da scosceso masso:
O all'appressar del turbine, d'oscuro
Antro in sen si ricovra, in sin che Tira
Del rabido uragan s' allenti e cessi.
Dodona ! — Or dove son le tue vetuste
Foreste, e la profetica sorgente,
E r oracol divino? E da che valle
L' eco moveva uso a ridir gli arcani
Del Saturnio responsi? O qual dell'ara
Sacra al rettor del tuon, vestigio resta?
Tutto, ahi 1 tutto disparve! — E si querela
L' uomo tuttor che si dispezzi il frale
Nodo onde a vka effimera è congiunto ?
Cessa , insensato , ornai 1 Co' numi istessi
Pari hai destin, che più pretendi? — Ai marmi
Sopravviver vorresti, e alla robusta
Querce antica, se i popoli, e gì' istessi
Mondi Telale inesorata inghiotte!
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I
— 92 —
Dell' Epiro il confiti celasi , e lunge
I monti si disperdono: affralito
L' occhio per molto contemplar si volge
Sopra valle gentil dove son tulle ,
Quante delizie ha primavera , accolte.
Chè di rara beiti non men s'adorna
II pian , se a mezzo strepitanti flutti
Volga un torrente maestoso, ed alte
Sorganvi ombrose piante affaticate
Dal venticello, e la cui niobi I foglia
Par coli' onde scherzar — o se 1' amico
Raggio le investa della luna — mentre
Chete al suolo s' incurvano , nell' atto
Che la solenne ora notturna appressa.
Già disceso era il sol dietro le alture (25)
Del vasto Tomerit; — precipitosi
Volveva il Laos i risonanti flutti; (26)
E della sera a grado a grado intorno
Protendeansi le usate ombre; quand'ecco,
Traverso i seni dell'obliqua valle,
Vide Aroldo — pur come in fra le nubi
La meteora s'accende — i minareti
Splender di Tepalin, ch'erte sul fiume
Le mura estolle; e all'appressar — d'armati
Voce lo fere, mista all'assordante
Rombo che dalla valle aquilon manda.
Presso la torre taciturna ei passa
Del sacro harem , c dagli sterminati
Portici gli si affaccia formiti. Ha
La stanza di quel Sir la cui potenza
Quanto avvi intomo presagìa. Ricinto
Sempre di nova inusitata pompa
Il despota si mostra, e d'armi ognora
Ferve e d'armati la commossa reggia.
Schiavi , ed eunuchi , militi , e il devoto
De r vis, e il passeggi er, tutti dal cenno
Pendon di lui. Palagio entro, e munita
Rocca al di fuori è sua magione : e tolti
Quivi a diversa region cotanti
Convennero, che d' arte opra rassembra.
Riccamente bardati ecco ben cento
Destrier pronti alla zuffa, ed altrettanti
Starni guerrieri in vasto, cerchio accolti.
Dell' atrio al fondo armigeri , a dilungo
Stranier pe'corritoj lati s'aggirano,
E tratto tratto il Tartaro , cui largo
Turbante orna le tempie, allor che i fianchi
Col sanguinoso spron picchia al veloce
Corsier d' Ucrania , rimbombar le sale
Fea del romor della ferrata zampa.
Qui il Turco, il Greco, l'Albanese, il Mauro,
In dissimili aspetti erran confusi,
Mentre del dì che muor con fragoroso
Strepito porge il fier tamburro il segno.
Colà selvaggio l'Albanese nudi
Gli stinchi , e il capo d' aspre bende attorto ,
— 94 —
D' aurate vestimenta , a cui da tergo
Pende lucente carabina: e il molle
Macedone di ciarpe in ostro tinte
Superbo — e il Delhi che I* elmo s' allaccia
Terror spirante, e la ricurva spada.
Gajo il Greco e vivace, e dalla negra
Pelle, di Nubia il mutilo conservo.
E il Turco altiero a cui lunga dal mento
Pende la barba, e dalle labbra appena
Esce parola — e disdegnosa: — ei donno
Di quanto avvi costì, troppo possente
Perchè a' soggetti suoi mite si mostri ,
Tutti qui son, pur non confusi: ch'altri
Crn-c misi in gruppi, una sì varia scena
Vólti a mirar che lor si para innante.
Ve' il grave Monsulman , che in atto giace
Qual di chi preghi — ed altri — o gioca o fuma.
Qui fier passeggia l'Albanese: — il Greco
In basso suon colà garrisce. — Ascolta 1 —
Solenne un suon dalla moschea si parte: —
Del Muezzin da' minareti uscita
Tuona la voce : „ — Iddio non v' ha che Dio ! —
„ Alla prece ! alla prece ! — È grande Iddio 1 „ —
Era nella stagion, quando il devoto
Ramazan si festeggia. In penitenti
Preci l' intero dì scorrea , poi come
L'ora sorgea che l'ombre in eie) rimena,
Del più vivo gioir ciascun dà segno.
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Del palagio d' Ali per 1' ampie sale
Solleciti qua e là scorrono i servi ,
Intenti tutti a preparar la pompa
Di fastoso convito, e intorno intorno
Servir le dapi numerose. Vano
Non curato ornamento allor fu vista
Starsi la vota galleria. Confuse
Spesse grida movean sol dalle inteme
Stanze, là dove affaccendati paggi
Ivano , e schiavi , e ne reddìan sovente.
Della femmina qui dal roseo labbro
Voce mai non usci, che in appartate
Sale, velata, e custodita, appena
Sì le è concesso mover piè: — di sua
Persona e del suo cor sol uno è il donno,
Né libertà desia quest' incostante
Àugel cui domo ha la ferrata gabbia.
Ella neir amor suo doglia non sente,
E di tenera madre a lei gradite
Sono le cure avventurose. — Oh ! santo
Queir affetto gentile 1 — Oh ! più sublime
D' ogni altro sentimento! Ella, ella stessa
Il concetto bambin soave nutre,
Né da quel seno unqua il diparte, dove
Veruna abbietta passìon s' annida.
Entro sala marmorea a cui nel mezzo
D' onda pura sorgea facil zampillo
Che lutto intorno il bel loco cosparge
D' amabile frescura , AH posata
Sovra origlier morbidi sì che invilo
Feano al dormir; — guerre , delitti , solo
Pensa quel crudo, e pur nel venerando
Aspetto ove dolcezza e cortesia
Pingonsi a un tempo, disvelar non puoi
Quante empietà quel duro cor ravvolga.
Non che di giovinezza alle vivaci
Passioni quella sua lunga sconvenga
Candida barba, chè vegliardi ancora
Stringe di lacci Amor: — HaBz mostrollo —
E del veglio di Teo sovente amore
Suonava il canto : — ma i delitti , cui
Ogni pietoso maledice — atroci
Delitti onde su lui che li commise
Ogni uman odio piomba, — e più se grave
D* anni si mostra , AH segna ro in fronte
Della ferocia d' empio tigre. — Il «angue
Sangue pur vuol — e chi col sangue impronta
L' alba del suo corso mortale, infame
Vie più si mostrerà presso al tramonto.
Là in mezzo a que' sì varj e novi al guardo
Ed all'orecchio oggetti, il nostro lasso
Pellegrin si riposa, ed ammirato,
11 lusso monsulman retata. — Ma tosto
Di quel superbo asil tedio nel colse,
Sede di voluttade e di ricchezze,
'Ve tic" grandi la turba fastidito
— 97 —
Celasi al cittadin strepito insano.
Lussureggiante men, meno pomposo,
Vago il loco era pur; — ma dalle vili
Fattizie gioje alma tranquilla abborre:
E ove la pompa col piacer si mesce
Va perduta d' entrambi ogni dolcezza.
I figli d'Albania nutron feroce
Alma — pur morta appieno in quc' selvaggi
Petti virtù non é. Dove il nemico
V ba che da tergo gli abbia scorti ? Dove
Chi fi' ossi al par petto indurito al cozzo
Rechi di guerra? E mai tranquilla è tanto,
Come quando gli assai danno o periglio,
Lor bravura natia. — Leal , costante
N' è T amistà, V ira tremenda: e quando
Alma grata, o valor gli apppella al sangue,
Intrepidi, furenti, ove che il cenno
Ne li tragge del duce si precipitano.
Dalla del capitan merlata rocca
Scagliarsi Aroldo li mirò, di fama,
E di battaglie aneli sol. Poi quando
In lor poter cadca , vittima ci stesso
Di lieve affanno, ei li rivide; e in quegli
Avversi istanti in che più crudo assai
V uom malvagio diventa, asilo amico
Negli ospitali lor poveri tetti/
Gli Albanesi gli offrian: — men generosi
Foran stati ver lui popoli eh' hanno
l
Pi civiltade il vanto; e non curanti
Quei che «eoo sortir patria comune. (27)
Ailor che del mortai nelle stentare
L' alma si prova , ahi ! «on pur rari i fidi.
Avvenne un dì eh' aura nemica il suo
Paliscalmo di Suli in sulla proda
Perigliosa sospinse in mezzo ad aspri
Scogli sporgenti; mentre buja orrenda
Notte velava il ciel. Poco secura
Era la costa, e più funesto assai
Star de' tomi in balia. — Gran tempo incerti
Furo i noechier dapprima — timorosi
D' avventurarsi a un suolo inospitale
Forse, dove potrìa per lor secreta
Un' insidia tramarsi, — indi sul lido
Calavo altìn, pur tuttavia dubbiando
Se quest' orde che al par Turco o Fedele
Pagano d' odio, incontro a lor le antique
Non rinnovellerìan barbare prove.
Vano timor! che i Suliotti amiche
Porgean le destre; e per sentier mal noto
Cauti scorgeanli dalle ree paludi
Lungo dirupi orribili: — se meno
Dolci — più assai d' ingentiliti schiavi
Umani ei fur: — del cor seguendo i moti —
Gli spenti fochi ravvivare, e colma
Dieder la taiza , e offerser cibi , — abbietti ! -
Pur quanto avean largìan. — Baro alla terra
«
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Esempio d' alme a pietà schiuse. — Al lasso
Pellegrino soccorrere, — un amico •
Porgergli ostello u' placido si posi; —
Temprar la doglia all' infelice, — scola
Ben esser de' per V uom saggio , c dell' empio
Air indurito cor vergogna eterna.
Quando Aroldo lasciar quelle ospitali
Rupi avea fisso , d' ogni parte infesto ,
Precidendo il sentier , stuol d' assassini
Per tutto diffonde» sterminio e morte.
Tal che a scorta fedele onde le spesse
Dell' Acarnania orribili foreste
Varchi , Aroldo a' affida. Ad imprevisti
Scontri ognor pronta , e alle fatiche avvezza
È quella turba. — E sen parti sol quando
Del limpido Acheloo giunto alle vaste
Sponde si vide , e dell' Etolia i vaghi
Clivi, e le valli di colà scoperse.
Dove il splingp Utraikey dimostra
Vòlto in cerchio uno stagno, in cui la stanca
Onda a rifletter placida $' aduna
Lo splendor de' tranquilli astri : — sull' erta
De' colli verdeggianti allor che a mezzo
Pende la notte, tremula, sospesa
Sul cheto lago imbrunasi la foglia,
Mentre con lene mormorio la brezza
Da ponente si desta , e a fior dell' onda
Soave spira, e quella increspa appena.
— 100 —
Qui dolce Aroldo ebbe accoglienza, e viva
L' incantevole scena in cor gli scese ,
Ché gì' innocui piaceri a mille a mille ,
Mentre notte era in ciel, l'alma sentìa.
Già delle faci in sulla riva il lume
Scorgeasi, che del giorno al termin vólto
Era il tripudio : e di purpureo vino
Piena la coppa intorno iva: — repente (28)
Rista da muta meraviglia vinto
Aroldo, poiché sé d' allegro in mezzo
Convivio osserva. — Pria che la tacente
Ora volga che in due parte la notte,
Della turba principio ebber gli usati
Ludi. Ciascun de' Palikar, la spada (29)
Posa : — ■ ogni mano ad una man s' annoda —
Uomo con uomo — ebbri di gioja — spiccano
Salti — e ff inni selvaggi intorno echeggiano.
Tiensi Aroldo in disparte, e non gl' incresce
Questa ch'ei mira a sé dinante alpestre
Orgia: ché d'ogni innocua gioja — e rude
Foss' eli' anche un tal poco — odio non sente*
Né spettacol comune eran le feste
De' Palikar , barbare sì — pur belle. —
Batte riflessa in volto a lor la luce
Delle notturne fiaccole; e le negre
Scopre pupille scintillanti, — i passi
Rapidi,— e il crin che inanellato pende
Fin presso al cinto, mentre intorno misto
Di grida e suoni insieme odesi un canto : (30)
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— 101 —
Tambourgi ! Tanibourgi ! — Al rombo tao fero (51)
Di belliche imprese nell'alma al guerriero
Rinasce la speme, — s'avviva il valor.
E giù dai dirupi repente son tutti
AI noto rappello qui i figli ridutti
Di Chimari , e Suli , d* llliria in furor.
Qual v' ha si possente che il campo non ceda
Al prò' Suliota, se r alba si veda
Sua tunica, e il feltro da lunge apparir?
Al vulture, ai lupi da il gregge, e repente,
Qual piomba spumoso da' rupi torrente ,
Precipite al piano lo miri venir.
Di Chimari il figlio cui l'onta si grava
Che fin dell' amico nel sangue la lava ,
All' oste domata la vita dark ?
Inerti sul dorso staranno i moschetti?
— Oh! bello il drizzarli del tristo nei [ietti! —
E tanta vendetta delusa n'andrà?
Invia Macedonia suoi figli possenti
Che, tratti alla pugna dagli antri tacenti,
Le caccie giulive per poco lasciar.
Ma fia che più rossa lor ciarpa si faccia
Pria che del conflitto lo strepito taccia,
E al fodero inerte ritorni Tacciar.
Allora il Pirata di Parga , che regna
Sull'onda, e a' fedeli tremanti la insegna
Qual sia tutta l'onta di vii servitù;
Si spicca festoso, e le ampie galere,
E i remi abbandona, per trar prigioniere
Le turbe cui manca d' opporsi \irlù.
■
Le giojc del fasto quest' alma disprezza :
Sarammi il mio brando dator di ricchezza ,
Tal don che ai vigliacchi concesso non è.
La giovine sposa rapir fia mio vanto
Dai lunghi capegli; la veVgine in pianto
Lontan dalla madre non speri metfcè.
Di vaga fanciulla m' è grato Y aspetto: —
Oh! fia eh' io riposi poggialo al suo petto!
Lenito al suo canto mio sdogno vedrò !
Oh! venga, — e dell'arpa sposando ai concenti
La diva sua voce, quel dì ne rammenti
Che vinto ed oppresso suo padre restò.
Quel di ti rimembra che vinta cadea
Prevesa, ed il Franco nel grembo accoglici ; — (3*)
Del prode il tripudio, — de' vinti il dolor.
Rimembra gì' incesi palagi ; — sgozzati
I ricchi, — partila la preda, — serbati
I giorni alle belle viventi all'amor.
Non sia chi di vano timor qui favelli : —
Non sia chi pietoso si mostri a' fratelli : —
Non abbia lai sensi chi è ligio al Visir.
Dai dì del Profeta, giammai si possente
Del sacro vessillo la Luna crescente
Guerricr non iscorse siccome quel Sir.
In riva al Danubio Mudar s' nppresenla :
II Giaurro dai biondi capei si sgomenta,
Che lunge le insegne del forte mirò.
Allor che i suoi Delhis su lor piomberanno,
Ben pochi tra i Russi quel dì scamperanno
Al taglio dei brandi che Y ira moto.
i
Di
Silitiar, — del duce lo stocco guerriero
Impugna. — Tambourgi ! — 11 rombo tuo fero
Ne cresce la speme, ne avviva il valor.
Voi rìpidi monti che al piano accorrenti
Pur or ne vedeste, ne avrete vincenti,
O vittime illustri sul campo d'onor.
Eliade vaga ! — Di caduto impero (33)
Misero avanao ! — Oh ! ancor che più non sii
Tu rimani immortal; benché caduta
Pur grande ancor ! — Chi i figli tuoi sbandati
Al conflitto or trarrà perchè si terga
L onta del tuo lungo servaggio? Oh vedi! —
Degl' invitti guerrier che si cacciaro
Volenterosi ad affrontar la morte
Di Termopile al ▼arco, ahi! più non hanno
Sembianza i tìgli tuoi! — Ov'ha chi colga
Di que' fòrti il magnanimo ardimento ,
E dell' Eurota slancisi alle rive,
E te dal sepolcral sonno rappelli?
Genio di libertà ! — Quando scorgesti
Co' fidi suoi deir erta File in vetta (34)
Trasibolo, il fatai giorno potevi
Antiveder che le attiche contrade
Desolate veduto avria? — Ne' soli
La greca libertà trenta tiranni
Gravan di ceppi; — dèspoti oggimai
Son quanti il sacro suolo ha monsulmani,
Né più i nepoti tuoi sorgono ! E solo
— 104 —
Con vano maledir, sotto la verga
Del tiranno crudel tremano — schiavi
Dalìa culla alla tomba: — ed evirali
O l'opre ne riguardi, o la favella.
Come tutto fra lor mutossi, e solo
De' sembianti durar vive le forme !
Oh 1 chi 'l fulgor di quegli occhi veggendo
Non crederla che un' altra fiata il tuo
Foco immortale in quelle alme sfavilli,
Perduta libertà l Talun vicino
Sogna V istante in che riabbia il santo
De' padri suoi retaggio; ed alle estrane
Spade si volge col sospir, chè in seno
Tanta virtù non ha che si scateni
Sol , contro la feroce oste , o l' abbietto
Nome da' fasti di dolor disperda.
La terra che al Giaour d' Allah in nome
Fu tolta — un' altra fiala al rio nepote
D'Otman ritor potrassi: e del serraglio
L' inaccessibil torre al Franco invitto,
Che pria la conquistò , novellamente
Dar ricetto saprà. Della ribelle
Stirpe di Wahab — che del Profeta sulla
Tomba strappar le ricche offerte ardio —
Riiinosi potrien calarsi i figli; —
Che giammai libertà quest' egra terra
Non riederebbe ad allegrar, 've sempre
Agli schiavi gli schiavi , in ria vicenda
D' anni eterni di duol succederanno.
105 —
Pur ve' gli Elleni folleggiar nel tempo
Che i dì santi precede, allor che in «acri
Riti 8' avviano a penitenza, sola
Che di colpe mortali a sperder valga
In cor dell'uomo il lezzo, e i giorni in duri
Traggon digiuni, e in salmeggiar le notti.
Ma pria che il sajo penitente intorno
. S'avvolgano, menar giorni fra tresche
Ancor dovran che a suo talento , ognuno .
Consumi nel piacer, — o se alla danza
Mentir voglia sembiante , in viete avvolto
Vesti bizzarre, o tragga ove s'accoglie
Del carnascial drappello ebbrifestantc.
Qual v' ha Cristian che più de' tuoi si lasci
À insensato gioir , Stamboul , — un tempo
Donna del loro imper? Forse obblìaro
Che di Santa Sofia le sacre soglie
Il turbante or profana, e che di Grecia
L'are al suolo cadean? (Misera! ancora
De' suoi mali al pensier s' attrista il canto. )
Lieto de' vali un dì suonava il carme
Perchè in libera terra. — Ognun nell'alma
Quella delizia risenlìa eh' or sono
Stretti a mentir. — Giammai tanta di feste
Pompa ammirato avea , né mai V orecchio
Ferimmi un canto che a color s' agguagli
Di che il Bosforo tutto ovunque echeggia.
Grida s' alzan confuse : ognor novella
Musica succedea; batter di remi
— 106 — '
In cadenza sul mar ad ora ad ora
V eco iterava , e dolcemente af lido
Rotte in spume parean risponder Tonde*
Delle marce la bianca dea dall' alto
Complice intanto dif fornica la luce;
E quando lusinghiera aura sub" onda
Passò, sì l'increspava che parca
Raggio dal trono candido divelto ,
Onde l' immago sua mostri reflessa ;
Sin che , bagnate dagli alterni flutti ,
Fulgide a un tratto parvero le sponde.
t
Molti levi caicchi a fior dell' acque
Traggono, e le fanciulle in sul natio
Lido tesson carole. — Il giovinetto,
E la donzella obblìano — ambo — che stanno
In veglia , e lungo è la paterna stanza.
Mentre d'occhiate languide cotale
Ricambio fan cui ninna alma gentile
Resister può te, ecco — una man tremante, —
Cui dolcemente un'altra man costringe —
Con premere gentil, pressa, risponde.
0 amore! o amor de' primi anni! — T'annoda
Con dolce fren rosea catena! Oh! gridi,
Gridi a sua posta il cinico ed il saggio.,
Chè di quel vivo tripudiar compensa
Un secolo di guai solo un istante.
Ma in mezzo a questa festeggiarne schiera
Esacerbalo cor non v' ha che frema
W ira secreta, che, compressa a forza,
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— 107 —
Pur talora Iraépar? Protende all'onda
V orecchio , e de' marosi il niorroor lento
Gemito pargli e lamentio. — L'ebbrezza
Di scherzevole turba in lui disdegno
Freddo, e pensier tristi ridesta. — - Oh! come
Maledette nel cor scendongli quelle
Volgari feste! — e l' ore a scorrer lente
Improvera , e a quel dì sospira , quando
La splendida zimarra in bara ei cangi !
E s' abbia tal figlio di Grecia il petto ,
Se di veraci cittadini ancora
Grecia vantarsi può: chè tal non merla
Nome onorato, ohi sul labbro sempre
Reca voci di guerra, e ne' diletti
Di ria pace poltrì ; — pace di schiavo ! — r
Ciò che perde sospira, e al suo tiranno
Mente in faccia il sorriso, e alla servile
Falce porge la man, che il dardo meglio
lmpugnerìa di libertà 1 Men t'ama,
Grecia! qual più ti debbe: — il nascimento -
De' forti il sangue — e una progenie antica
D'avi famosi, a cui ricambio solo
Dier di vergogna i tralignati figli.
Quando di Sparta la virtù severa
Fia che rinasca, e sien ridati a Tebe
Gli Epaminonda suoi ; — quando d' Atene
Abbiano i figli un cor; — quando le greche
Donne saran madri di prodi , — allora —
- 108 —
Ma solo allor — sarai qual forti. Mille
Anni bastano appena onde un impero
Sorga: — ad un Iratto — è polve. Oh! la caduta
Gloria antica potrà forse una gente
Per volger d ' anni riaver , il prisco
Valore ridestar, e trionfante
Trar domiti a' suoi piè tempo e fortuna?
E pure , oh l come ancor ne' di dell* onta
Bella tu sembri, o di divini ingegni
Patria, e di numi che qual uom si more,
Perirò anch' essi I — E i tuoi gioghi nevosi , (57)
E le allegre vallee dal sempre verde
Manto, pur tuttavia te prediletta
Predican di natura. — I rovesciati
Tuoi templi , e l' are tue , le cui ruìne
Giacciono al cener degli croi commiste,
Pesta or l'aratro vii. Così ogni umano
Monumento si perde ! e così pere
Tutto quaggiù ! — Sol la virtude , e il carme
Ove onorata sta, vivono eterni.
Sol poche ancora avanzano solinghe
Colonne e par che delle suore al fato (58)
Piangano , accanto a lor riverse : e il tempio
Di Pallade che sovra i flutti innalza •
L' altera forma , e di Colonna il masso
Abbclla — e poche — non curate tombe
Di prodi: — ancora quelle grigie pietre,
E la non tocca zolla al tempo schermo
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- 109 —
Debile fan — non all'obbiìo: — chè solo
Pochi stranier, qual mi son io, dappresso
Movono a questi avelli , e col sospiro
Mentre s' awìan van mormorando : — ahi lassi !
E sì eroe' cieli tuoi , Grecia ! son puri
Sempre, e sempre le tue rupi selvagge:
Freschi i boschi, e de' tuoi campi verdeggia
La pingue zolla , e i frutti suoi !' ulivo
Matura ancor , come ne' dì che a lei
Minerva sorride. i. — ■ Di miele abbonda
L* Imetto — e V ape industriosa ancora —
Libera de' tuoi colli peregrina —
L' arnie odorate vi compone; e il sole
Pur come un tempo, le tue lunghe eslati
Accende : — di Mendèli a' raggi suoi
Scintilla il marmo ancor. — La gloria sparve,
Sparvero l' arti , e libertadc , — e sempre
All' occhio ammirator vaga è natura,
0 sacra terra! ovunque i nostri passi
Volgansi , — ah 1 tutto serba orme di gloria ,
E sacre desta rimembranze : — impero
Vasto di meraviglia è quanto all' occhio
Spiegasi intorno. — Qui ciò che le muse
Finsero, in ver si cangia, insin che stanchi
Dell' ammirar que' santi luoghi , cui
11 caldo immaginar spesso ci pinse
Di gioventù — dal contemplar si cessi.
Poggi, vallee, colli, pianure, tutto
— 110 —
Irride a quel poter che rovesciati
I luoi templi traea. — Scosse le rocche
D* Atene il tempo , e invan di Maratona
II sacro pian distruggere & attenta.
Queir istesso gli é il sol, e queir tstessa
La terra , ma non quel che su vi striscia
Misero schiavo e vii: sol novo è in lei
Che di novo signor a* è fatta ancella.
I suoi confin pur serba, e la sua gloria
Che confini non ha, questa felice
Parte ove a mille sotto il sanguinoso
Greco ferro piegar© il capo altero
Le persiane vittime. — Oh ! gradito
Alla gloria quel dì! — Magico incanto
S' ebbe d' allor di Maratona il nome, (39)
Che — ridetto — alla mente anco dimostra
L' oste, il campo, la mischia, e la sconfitta.
Fuggente il Medo, cui vóto di strali
Pende a tergo il turcasso, e V arco infranto;
II Greco invitto, e alla sua lancia appreso
De' vinti il sangue j — *- sovra il pian sorgenti
Monti — da un lato il mar — la morte in facoia —
Nella fuga la strage, — ecco la scena
Che Maratona offria. — Quale or ne resta
Vestigio? Qual trofeo questa sacrata
Terra distingue, e ci rappella il dolce
Riso di libertà, dell' Asia il pianto?
Di poche violate urne i rottami» —
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- Ili —
. La polve che del tuo corsier la zampa,
Disumano stranieri per l'aèr manda.
Pur — non mai lassi — pellegrini in folla
Qui converranno a visitar del tuo
Splendor vetusto le memorie. Il vento
Che d'Ionia spirò, molt' anni ancora
Cotesta a venerar per le guerriere
Gesta , e pc ' vati suoi terra famosa
Qui trarrà il viator ; — molt' anni ancora
I tuoi fasti , e la tua lingua divina
Apprenderà la fanciullesca etade.
Orgoglio al veglio ! — al giovinetto scoia ! —
Te cole il saggio, e il vate a te s' inchina,
Qual se dal grembo tuo Palla e le Muse
Disvelassero ancor celesti arcani.
D' errante pellegrin palpita il petto
Pel nativo terren, mentre un'amica,
Nel patrio focolare , alma 1' attende.
Ma chi per lui nel cor voti od affetti —
Resti — o parta — non ha, la greca terra
A visitar si tragga, e lei mirando
Al par di se trista , dolente — esulti.
A mondano gioir d'Elle ni a il vago
Terren non si creò: sol chi d'arcana
Melanconia nei sospirar si piace
Qui meni i giorni suoi , ché appena il nome
Fia che rammenti ei della patria, allora
Che nel santo ricinto aggirerassi
— ili —
Di Delfi antica, c mirerà le zolle
Che fur di Greci e in un di Perei tomba.
Voli alla terra venerata , e in pace
I deserti tacenti ove infinite
Fur le imprese d' onor , varchi — ma i suoi
Resti risparmii ! — A dispogliar non mova
Con empia man questa contrada, ahi! troppo
Misera ornai ! chè ond' altri le deturpi
Non sorser l'are. Riverir tu dei
Quella cui tutte s' inchinàr le genti :
Cosi del suol nostro natio non abbia
Disdor la fama! Oh! possa tu felice
Della tua fanciullezza ai desiati
Siti ridurli, e rinvenirvi tutte
D' amor le gioje , e della vita accolte.
E tu che d' ozio col prolisso carme ,
All'ore trarli in versi oscuri tenti,
La voce tua si perderà con quella
Di cento menestrelli ond' oggi tanto
Grido si leva. — Oh! cedi lor quel lauro
Che il tempo sfronderà ! — Mal lo contrasta
Chi di critica al morso acre , od al plauso
Non si commuove ornai , di men severa
Turba, dacché ghiacciò morte que' petti
Che sol cara potean fargli la lode. —
Avvi forse quaggiuso a cui si piaccia
Mentre ad amar nulla persona avanza?
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— 113 —
E tu pur più non sei ! Tu cosi bella ,
E amata Unto! Tu che a me si cara
La simpatìa de' primi anni rendevi !
Che fosti nel mio cor, ciò che dappoi
Verun altro non fu: che, abbenchè fatto
Di te indegno foss' io, pur sui miei passi
Tu mai* sempre venivi. — Oggi — te spenta
Che è la vita per me? Là più non sei
Ad accór nella gioja il pellegrino
Che alla terra natal ritorna, e a cui
Solo de' giorni andati il pianto resta.
Perchè sì Keti gli passar que* giorni ,
Se rieder più non gli dovean? Venuto
Un' altra fiata alle paterne rive
Mai non sarla, perchè di là novella
Nel ritraesse poi cagion d'affanno.
Oh t cara sempre , riamata , amante I
Com' è soave al cor che oppresso geme
Da sue sventure, il riandar gl'istanti
1) ' un ben che più non è ! Ma forse il tempo
Fin la diletta immago tua dal seno
Strapparmi attenterà. — Tutto m' hai tolto
Quanto tonni potevi, inesorata
Morte nemica 1 — e madre , e amico e , cara
D' un amico più assai , vaga fanciulla.
Giammai pronte così, così fatali
Fur tue quadretta, e ria di duol vicenda
Più incerta mi rendea la fragil vita.
— 114 —
Forse dovrei novellamente in mezzo
Della folla giuanni, e ciò che un' alma
Tranquilla sdegna, ricercar? L'appello
Seguir di vomita nei romorosi
Conviti, dove il lubrico caocbinno
Lascia gelido il cor , e le incavate
Guaneie raggrinza , e nella dolorosa
Alma fuor che il martiro altro non lascia? -
Composto indarno a falsa gioja il volto
Mostra , e indarno sorridere s' infinge
Chi il dispetto nel cor clùudersi tenta:
Ché a mezzo il riso , involontaria al ciglio
La lacrima ricorre , e mal represso
Fuor dal labbro trapela un fier disdegno.
Qual è il cruccio più reo che ¥ uom travagli
Dell'età sul confili? che più profonda
Lasci la ruga sulla fronte impressa? —
È il membrar che dal libro della vita
Tutti fur tolti i nostri cari ; — e solo —
Quale appronto son io — vivere in terra.
Appiedi di Colui che mi martini,
E sul mio capo aggreva il ponderoso
Braccio, e manda distrutte ogni mia speme,
Mi prostro umile. -Obi presto varchi -ohi presto,
Vano il tempo per me! non fia che un solo
Metta sospiro, or che la morte ha sperso
Quanto air alma già piacque , or eh* et m' attosca
Co' guai d' età senile , il fior degli anni.
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CANTO TERZO
„ Afin qae cette application vous forcJt
de peitóer à autre eh ose , il u'y a ru
vérilé de remède que celili -la , et le
tempi. "
Lettre dti Roi de Pru*$€ k D'Alembert,
Sept. 7. 1776.
Vaga fanciulla ! Il tuo sembiante a quello •
Di tua madre è simìl ? — Ada — oh ! del mio
Petto solo desir, solo rampollo
Di mia magion. — L'ultima volta, quando
Ne» tuoi vivaci occhi cilestri tenni
Fisso lo sguardo innamorato , un riso
Cotal n' usciva... ! E men divisi allora — ■
Non come adesso — che di speme un raggio
Tutto m'empieva. — Ansio, convulso, or balzo
Da' sogni , e minacciose a me d' intorno
S'accavallano l'onde, e il vento freme. —
Vado e dove ? Noi so ; ma il tempo è corso
Quando le rive d'Albìon da' miei
Sguardi fuggieno, e m'agitavan l'alma
Sensi confusi di piacer, d'affanno.
116
Una fiata ancor sull'onde, ancor»
Una fiata, sì: — sotto a me spessi
I marosi s' incalzano simili
A snello corridoi- che sente al dorso
L'usato cavalier. Ben venga il cupo
Loro mugghiar , ben venga ! Ove eh' io sia
Tratto, volvansi rapidi sonanti.
E accada pur clic del naviglio curvo
Qual fragil canna 1' albero tentenni ,
E de' venti in balia veggansi rotte
Le vele, non però fia mai che a mezzo
L' intrapreso cammin lasci sull' onde.
Chè pari alla marina alga son io
Dagli scogli divelta, e sulle spume
Tratta dell' ocean , dove più s' erge
Torbido il fiotto, e mugghia la procella.
Sul fior degli anni miei d' un giovinetto
Presi a cantar — ch'esul traea, dall'alma
Sua crucciosa sospinto; or quel che appena
Incominciai tema ripiglio, lo meco —
Come i turbini in cicl tregge ed aggira
Euro in furor — mei traggo sempre: e quella
, de'pensier che più non sono
i rammenta le treccie, e inaridite
Stille m ' accenna , onde nuli' altro resta
Fuor che vestigi sterili , su cui
Gli erranti giorni miei, van della vita
Lentamente a toccar le prode estreme;
— Deserto ove non ha fior che l'allegri.
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I
— 117 —
Dacché i giorni varcàr , quando nell' alma
Tumultuante ogni passion fremea —
Giorni di gioja e di martir, — ahi l forse
Hanno dell' armonia perduto il vezzo
La lira e il cor: ahi! fors' è invai» ch'io tento
Scioglier, siccome un dì, la voce al canto.
p ur — benché dura siane e tormentosa
La prova — io vuo' cercar se , abbandonata
L' anima in esso , alle incresciose possa
Di contrario sentir larve strapparmi —
Al piacere, al dolor, — o a me d' intorno
Sparger l'obblìo. Questi miei canti allora
Non fieno , almen per me , sema diletto.
Quel che coli* opre, non cogli anni in questa
Valle d' esiglio incanutì, varcando
Le più intricate ambagi della vita,
Sì che nulla v' ha ornai cui meravigli ;
Che ambizion non ha, fama non cura,
E all' amore , e al dolor sì chiuse il petto
Che indarno vólto in lui fora V aguzzo
Strai che in silenzio lacera e martira;
Dir sol questi potrìa perchè ricovri
Mesto il pensier nelle solinghe grotte
Popolate per lui d' aèree forme ,
E d'immagini ognor vive, che piai
Per età non si mutano, là dove
L' alma in pensier profondi si raccoglie.
Solo onde crei — e onde più bella a lui
Rida la vita nel crear, — l 1 uom dona
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Forma a' suoi sogni , ed a sè slesso a un tempo
Tale un essere, qual la nella calda
Mente sei finge: in me medesmo il sento.
Che son io? Nulla — ma non sei tu nulla
Alma del mio pensier ! Teco , o divino
Spirto, io possente a contemplar, la terra
Scorro , e acceso del tuo soffio , la tua
Parto essenza immortai, ed un novello
Sentir m'assale presso a te, che spento
Per congerie di mali or or parca.
A più saggi pensieri or si rivolga
La menta : — ahi ! troppo errò preda d' oscure
Melanconiche idee, sinché travolta
Di fantasia nel vortice , mutata
Fosse in ardente illimitato abiaso
IV ombre e concetti oltre ogni dir funesti.
Si» non domito il cor in gioventute,
Attoscate di mia vita le pure
Sorgenti vidi. — Ahi ! troppo è tardi adesso ! —
Pur ben mutato io sono; e assai m'avanza
Vigor che a tollerar, quanto non puote
Struggere il tempo , valga ; e di più amari
Frutti a nutrirmi, senza trar sul labbro
Vane querele ad incusar la sorte.
Basti di ciò : — troppo già dissi ; ed ora
Tutto è trascorso, e ogni ditello tace
Chiuso per sempre con letèo suggello.
Già da gran tempo assente, ecco sen riede
Aroldo alfia: — non più sentir — è il voto
— 119 —
Che nel petlo gli freme: lacerato
Qual fu d' aspra ferita ond' uom non mai
Puote morir, benché insaoabil sia.
Pur tuttavolta e gli anni, e il volto, e l'alma
Mutati avea, chi tutto cangia — il Tempo.
Chè il novero dei dì scema allo spirto
Il suo foco primier; perdon le membra
Il pristino vigore , e della vita
Sol brilla all'orlo V incantata lazza.
Troppo ratto la sua volava ÀroMo ,
E d'assenzio la feccia esser s'avvide;
Ma a più pura sorgente un' altra volta
Sovra un sacro terren V ebbe ricolma
Pur nella speme che inesausta fora.,.. —
. Ahi vana speme ! — d' importabil pondo
I lombi gli avvinghiava una catena
D' anclla ènee formata, e questi ceppi
Di che il suonar non si sentia , men duri
Non erano però. — Per l'aspra angoscia
Che nel sen coraprimea, spossato, farsi
Più la senlìa grave e pungente, ad ogni
Passo che mover s'attentasse in quello
Periglioso scntier cui si commise.
.
In sua fredda apatia fidente, s'era
Alla sua specie ricongiunto , vana
Recando sicurtà , che si indurato
Avesse il cor, e invulnerati tanto
Che se non dal piacer schermirsi almeno
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— 120
Potesse dal dolor. Qual pria confuso
E nella folla obblito , ei ben potea
Soggetti al meditar trarre, siccome
In estranio tcrren tratti già n' ebbe
Nelle ammirande opre del Nume, e in mezzo
Alla beltà di che ride natura.
Ma chi avvizzita può mirar la rosa ,
Nè dal cespo spiccarla?, Ov' è chi volga
Rapito il guardo a contemplar di quanta
Grazia a un tempo e splendor della beltade
Adornisi 1' aspetto , e non comprenda
Che intero il cor non s'affralisce mai?
Ov' è colui , che , quale in fra le nubi
Astro sfavilla , della fama il raggio
Sovra un abisso sfolgorar veggendo,
Ogni conato a giungerlo non opri?
Aroldo ancor nel turbine ravvolto ,
Della stupida calca a mezzo il cerchio ,
A miglior fin di quel che in giovinezza
Neil ' anelante cor nutria , si volse.
Ma ben tosto scorgea sé men d'ogn' altro
Coli' uom capace a soggiornar , con cui
Nulla, o quasi che nulla ebbe comune.
Insofferente che all' altrui desìo
Il suo s'accomodasse, abbenchè l'alma
1 suoi stessi pensieri avesser doma, —
Libero d' ogni fren , — pur a colali
Spirti ceder V impero ei mal sofferse
- 121 — *
Cui spregio sol nutria; fier, benché oppresso
Da' rei martir, credea che in sé ristretto
Fuor del mondo trovar potrìa la vita.
Ove ripidi monti ergeansi , avea
Colà suoi fidi : — ove più freme in guerra
11 mar, ivi è sua stanza; e ancor sovente
Ov' è più azzurro il cielo, ove più ricco
Di luce il sole a un bel clima sorride,
Salia, sospinto da vaghezza. — 1 cavi
Antri, il deserto, la foresta, e Tonde
Tempestose, sonanti, a lui gradili
Compagni erano sol : — chè tal movea
Da lor favella, che fra' libri indarno
Della lingua natia cerca l' avrebbe ,
Cui sovente obblìar voi ria per 1' alme
Di natura bellezze a lui riflesse
Nel vago sen di cristallino umore.
Gli astri pari al caldeo guata, né cessa,
Chè pieni a lui non ridano di mille
Esseri vaghi assai più dell' istessa
Luce di che sfavillano; — e la terra ,
£ ogni umana follia scordasi intanto.
Lui beato ! — se ognor reggersi a tanta
Altezza col pensier potea; — ma questa
Creta di cui V uomo s' informa , grave
Fa la diva scintilla, e a lei contrasta
L'ergersi a voi colà donde partìa.
Inutile desio di che arde spesso
i
•
Perchè spenato ogni uman laccio, a lui
Che ci appella dal ciel, si ricongiunga.
Ma oeir albergo del mortai s' ci fatto
Inqueto Aroldo ed abbattuto: — in volto
Tedio , tristezza mostra sempre; ei langue
Pari a falco selvaggio a cui — tarpate
Le penne — è tolto di levarsi a volo
A spaziar nell'aere sua stanza.
E allor che in sen gli è desto un subilano
Di libertà desir — qual prigioniero
Àugel che intorno alla ferrata gabbia
Oprasi e invan , sinché le stanche penne
N'arrossi il sangue — tal d* Aroldo in ceppi
Stretta, dal sen che l'imprigiona trarsi
A viva forza l' anima vorria.
Or T infelice pcllegrin , cotesto
Esule volontario, un'altra volta
Lunge errerà, privo di speme, pure
Men tristo. Interna suasion ei cova
Ch' egli abbia visso invano , e si declini
Tutto alla tomba, ood* è ch'apre un sorriso
Disperato sorriso 1 — Estrano mollo
Tal sentimento ! — pur — come in aspello
Di sua sorte crudel ebbro il nocchiero
Vedi ristar nel lacero naviglio
Cui seppellir ad or ad or minacci
L'onda in furor» colai ebbrezza in seno
Sì gli destò che rigettar non cura.
— 125 —
■
Arresta ! — Quella che co 1 piè calpesti
IV un impero è la polve ! E qui sepolte
D'ampio tremilo to le ruìne stanno.
Oh ! perchè un colossal marmo non sorge
Che addili il loco, o trionfai colonna,
Onde a' più tardi posteri V orgoglio
Varchi del vincitor? — Sol qui più forte
Favella verità, che tal rimane
Questo campo qual era. — Oh ! come il sangue
Corse a torrenti a fecondar le messi!
Questo frutto, e non altro — o tu fra quanti
Bellici campi furo — ultimo e primo —
Ebbe il mondo da te; questo e non altro
Da te, d'allori prodiga — vittoria?
Là sovra il piano Amido sta , d ' umane
Ossa intorno coverto, al Gallo tomba —
L orrendo Waterloo ! Come una sola
Ora il poter dona e ritoglie! E ratto
Passa da questo a quel campo la fama !
Sospinta al colle arduo di gloria , al volo (1)
1) ' onor qui sorse V Aquila , ed il piano
Dilacerò co' sanguinosi artigli;
Quando le nazioni in trista lega
Strette contr' essa la ferirò , e nulla
Valse la gloria onde ridurla a vita !
L' augello imperiai sol pochi sparsi
Anelli nel cader seco traea
Dell' infranta dell' orbe ampia catena !
I
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— 124 —
Quale orrenda fatai vendetta ! Morde
Or Calila il freno , e in ferrei ceppi geme !
Ma per ciò forse è men serva la terra?
Forse contro ad un sol mosser le genti ?
O quivi solo, ond'ogni rege apprenda
Fin dove aggiunga il dominar, s'unirò?
Ecchè? La schiavitù dunque novello
Pel secolo de' lumi idolo fia?
O al lupo omaggi renderem perch'abbia
11 ruggente lion prostrato? E fede
Di vigliacco laudar dinanzi ai troni
L ' incurvato farà servii ginocchio ?
Ohi non ancor: — s'attendano le prove,
Pria che plauso bugiardo in ciel si desti l
O cessi il tripudiar con che caduto
Il despota s' irride. Invan solcare
Lacrime ardenti alla beltà le gote:
E invan d' Europa i pampani e le zolle
Nella stagion de' fior presse col piede
Empio tiranno; invan dopo mill' anni
Di tristo obblìo, fra le ruine e il sangue,
E il servaggio, e il terror, a mille i prodi
Ad esso incontro si levar; chè solo
Più cara il mirto fa la gloria , quando
Alla spada rawolgesi, con cui (2)
Il tiranno d' Atene Armodio spense.
Udìasi il suono di notturna festa,
E la belgica Donna avea raccolte
— 125 —
Co' cavalier le dame in stanze adorne
'Ve di mille doppier vedeasi il lume
Ripercosse mandar sulle lucenti
Mura , di prodi garzoncei lì immago,
E di leggiadre donzellette. Mille
Vedeansi palpitar felici petti ; u
E allor che udir le lor voluttuose
Cadenze feano i musici strumenti ,
Languidi gli occhi dell' amante spesso
Nell'amata si volgono, mentr' essa t l ] h [ . } n
Lui guata insiem di pari affetto ardente.
Tutti al tripudio dannosi pur come (3)
Fosse di nozze il di. — Ma che? — Silenzio ! —
Odi? — Più tristo di funereo squillo
Spaventevole intorno un suon si desta.
•
Dimmi, l'udisti tu? — Non io — che il buffo
Era del vento, o il volver delle rote
Di carro cigolanti in sullo spazzo.
Si rinnovi la danza, e nulla il nostro
Giubilo turbi: tutu scorra in veglia
La notte , or mentre giovinezza , e amore
Qui s'accoglie a cacciar que' che sì presti
Hanno i vanni a fuggir, festosi istanti. —
Ma , che mai fia ? — Quel suon cupo funesto —
Odi ? — rintrona ancor : come se 1' eco
Le nubi ripetessero — s' appressa — ^
Ognor più forte — più distinto. — AH' armi !
All' armi ! — È de' cannon quello il rimbombo ! —
Di Brunswick nella vasta mila sedea
Presso a un balcon lo sventurato Prence.
Ei primo, fra il rumor di quella fetta
Udì il rombo fatai , che gli ripiomba
Qual suon di morte in cor: poi quando a lui
Schernìan le turbe che 11 presso il tristo
Suono sgomentator nunziar parea,
Ahi! troppo ben previde allor qual fero
Colpo mortale al genitor dovesse
Schiuder la bara sanguinosa: il vide
Una vendetta dimandar cui solo
Potea compiere il sangue; e sorge, e ratio
Nel campo irrompe della pugna, e cólto
Da ferita mortai tra' primi spira.
Già della danza pènetra alle sale
Lo scompiglio , il tumulto , — paurosi
Di qua di là s' affrettar! tutti: in pianto
Stan le belle tremanti; e quelle gote
Che pocanzi arrossir vedeansi mentre
Plauso a beltade ornata e peregrina
Feano i garzoni, or son pallide e smorte. —
Qual repente scompar tratto alla pugna
Dall' ardor giovanil , e manda intanto
Fuor del petto soapir ~— forse gli estremi ! — -
Chi può saper 'se mai quegli occhi ardenti
D' amoroso desir altra fiata
Riscontrarsi potran? Se orrenda unto
A sì gioconda notte alba succede?
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— 127 ~~
I cavalier solleciti adunar»!
Là si scorgeano , e in bellica ordinania
Star le falangi , e le «tridenti carra
Precipitose volversi là dove
Arde la pugna. Odi il cannon da lunge
Rimbombar pari a tuon cupo profondo:
Ed in mozzo alle mura in suon d' all' arme
Strepitano i tamburri , e pria che surta
La stella del mattin veggasi , scote
Le schiere dal sopor. — Esterrefatti
Frattanto i ciltadin s' adunan muti ,
0 in fioca voce, e colle labbra smorte:
— II nemico ! — susurrano : — ci s' avanza !
La silvestre di Cameron melode
Scorre l" aperto ciel ; questo è il guerriero
Canto di Lochici che d' Albyn spesso
Si diffuse sui colli, e spesso ancora
Fcrìo l'orecchio al Sassone nemico.
Ahi! quanto è questo carme aspro, selvaggio
Nelle notturne tènebrel Pur come
Lungo i fori del zufolo in allegro
Suono T aèr riesce , ardir , coraggio
De' montanari in sen così ridesta.
Ch'ei tutti membra i dì che furo, e gode (4-5)
Far sì che giunga ad ogni orecchio il grido
Che d' Evan rechi e di Donald la fama 1
IV Ardenna le foreste in sul lor capo (6)
Scotono i rami verdeggianti , ancora
— 128 —
Così di stille rugiadose carchi ,
Che par (come se in lagrime dovesse
Star , benché inanimata , anco Natura 1 )
Pianto che sovra i miseri si versi
Scesi a pugnar, cui più veder la lieta
Ora si niega del ritorno. — Pria
Che in occidente il sol volga , finn pesti
Dell' erba al par che dal lor pié compressa
Langue avvizzita — e sovra lor fra poco
Vedrassi rinverdir, quando furente
Per guerriero ardimento, e d'ogni lieta
Speranza confortata , in sul nemico
Questa schiera precipite si cacci
E F atterri , e la strugga il gel di morte.
La veglia ancor — pieni di vita — e forti
Per brìo di giovinezza, orgogliosi
Di lor felicità , trasser là dove
Sorridevan le belle: a mezzo il corso
Giunge appena la notte , e il tuon de' cavi
Bronzi il segnai dà della mischia; in campo
Preparati a pugnar stanno sulF alba ;
Stretti avanzarsi in splendida, minace
Pompa gli scorge il sol , ma in ciel s* addensa
Orrida nube che il rovente in grembo
Cela trisulco fulmine — dall' alio
Già scoppia — già di mille salme il suolo
Copresi, cui fieno mille altre aggiunte;
E col cavallo il cavalier , F amico
Col nemico accòrrà la stessa tomba.
Altra — più della mia — lira famosa
Lor gloria celebrò : pur — cota! avvi
Di que' prodi nel novero , di cui
Tacer non so: sì perché meco in nodo
Fu di sangue congiunto , e perchè inulta
Avvi un offesa ancor che al padre suo
Colpabile mi fa; sì perchè fassi
Sacro quel canto ov' è de' prodi il nome ,
— E prode ei fu quant' altri mai. — Di morte
Poiché sui nostri piovvero gli strali
Tremendamente a diradar le spesse
File , colà dove più orrenda strage
Facea la guerra, un sol di que' gagliardi
Che trafitti penano, un sol non avvi
Che a te , invitto Howard , egual si vanti.
E perchè al tuo morir v'ebber speziati
Cuori, e cadenti lagrime, dov' anco
Darlo potessi, inutile, non chiesto
Il mio pianger sarìa. Ma allor che stetti
Presso alla pianta dalle verdi foglie
Che te vide morente — e a me dintorno
Vidi dal vasto pian mandar novello
La natura un sorrìso, e colle fronde
(Chè aprii spiegata ogni sua pompa avea)
Crescer la speme e le promesse — allora —
Torsi da questa scena incantatrice
Gli occhi , e al pensiero mi ricorser quanti (7)
Il rinverdito suol più non allegra.
— 130 —
Di te membra va , e di quei mille a un tempo
Prodi , per cui vóto tremendo il petto
D'ogni cognato, e d'ogni amico arabe;
Infelici! cui ben fora se trarli
Uom valesse di' obblìo. — Chè sol la tuba
Dell' Arcangelo , e non quella cui dona
Fiato la gloria, rivecar gli spenti
Alla vita potrìa. Bcncbè un istante
Lor pene a mitigar valga la fama;
Spegner però non sa la vampa ardente
Di lor vane querele, e quanto il nome
Suona onorato più, tanto più forte
Ed amaro vie più fassi il cordoglio.
Geraon essi — ma alfin toma il sorriso
Sulla squallida guancia, e ancor ridendo
Novi gemiti danno. Inaridito
Gran tempo pria che schiantisi si mostra
L'albero; ed il naviglio a cui spezzate
Furon le antenne e lacere le vele,
Pur voga: — ruinosa una tettoja
Sussi, e appoggiata alla, sopposta volta
Lentamente consumasi ; — sublime
S'erge una torre ancor poscia che strutti
N' ebbe i merli aquilon : — que' ferrei ceppi
Al cattivo sorvivono, onde cinti
Già s' ebbe i fianchi : — e tuttavia la luce
Splende del dì benché le accavallate
Nubi celino il sol : non altrimenti —
Vinta da' suoi martir — V anima ha vita.
Qi.nl d' un infranto speglio avvien , che in mille
Minuzzoli V immago — una dapprima —
Rifrange, e, più spezzato, più l'accresce;
Entro all' alma così per duolo affranta
Tante s' addoppieran memhranze amare
Quanti fur dardi a dilaniarla: viva
Come lacero avanzo, irrigidita,
Tranquilla , e quasi senza molo , oppressa
Dal diurno martir, dal tedio vinta
Delle insonni tenèbre, innanzi tempo
Langue, e vien meno, senza pur far motto
D' un cruccio cui svelare alcun non puote. .
Avvi fuor della speme una verace
Vita, — un tosco vital; ferma radice
Che i secchi rami , e senza vita nutre : —
Che ove il morir dato ne fosse, nulla
Ogni affanno saria; ma qual più amaro
Dal cordoglio ne vien germe, feconda
In sé stessa la vita, onde il più tristo
Frutto poi sorge simile alle poma (8)
Che d'Asfalto cresciute appo le rive
Chi nel on ceneri sol. Oh 1 se potesse
L'uom noverar dai lieti di la vita,
E i pochi istanti venturosi agli anni
Andati comparar, — dimmi — vorrebbe
A molli lustri protrarla egli mai?
Dal profeta regal dinumerati
Furo i giorni dell' uomo: — ohi lunghi assai
— 132 —
Son essi — e troppo ancor, se a' fasti tuoi,
O fatai Waterloo penso, clic tante
Di sì labili vite a mezzo hai tronche.
Or d' innumere genti a te s' eleva
Il plauso, e fia che sul tremulo labbro
De* nepoti rinnovisi : — „ Adunarsi
Ei sclameranno „ a Waterloo le avverse
„ Nazioni , e il cozzo de' nemici acciari
„ Gli avi nostri affrontar nel memorando
„ Giorno. „ — Sol questo fia sottragga il tempo,
All'atra notte dell'eterno obblìo.
11 più grande colà, non il più tristo
De' mortali cadèo: — Tal che la mente
D' ogni opposto informata , ai più sublimi
Disegni, mai da uman pensier concetti,
S'aderse, e il guardo a ogni più lieve evento
Volse del pari, intrepido. — Mortale
In tutto estremo! — Oh! se sapevi a mezzo
Sostar, fora ancor tuo lo scettro, o mai
Stretto l'avresti, chè l'ardir sul trono
T'addusse al pari, e nella polve: — Ancora
Il serto imperiai con guardo anelo
Di riaverlo guati , e ancor riscosso
Mandar V orbe minacci , un' altra volta
Dalla tremenda tua folgore adusto.
Tu donno , or servo della terra ! — Ancora
Essa te pavé, che giammai cotanto
Tremendo in cuor dell' uom suonò tuo nome
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— 133 —
ConT oggi , eh' altro più non sei che vile
Bersaglio della fama , usa già un tempo
Qual prediletto suo nato a blandirti.
Schiava a* tuoi cenni eli* era, e alla crudele
Ambizion che te vincea , gì' incensi
Profuse, insino al di che sovra Tare
Te qual nume locavi. E nume appunto
Agli ammutiti popoli, che tale
Creduli ti tenean qual profferirti
A lor placcasi il tuo pensier, parevi.
Oh ! tu da più sempre dell' uomo , c sempre
Da men fosti di lui; — grande o meschino,
Di nazioni domator , o lunge
Dal cerume fuggente : o che di regi
A te fessi sgabello , o a ceder presto
Più assai d' abbietto milite ti fossi ; —
Tu gP imperi a crollar forte , tu mastro
A rialzarli , a dominarvi — inetto
Tue passioni ad infrenar pur cri.
Neh" arte istrutto appien per che s' avverte
Quanto e qua|e V uom sia, tu mal te stesso
Scoprir sapesti , o rattemprarc il vano
Tuo di guerre desir, ignaro come
Troppo spesso tentata, alfin si volga
La sorte , e qual più vivid' astro abbuj.
Pur tollerar di tua fortuna il danno
Con tal potesti naturale innata
Filosofia , che , sia saggezza , o fredda
Indifferenza , od allo orgoglio, e amaro
Fele pur sempre ad un nemico. Oh ! allora
Che de' tuoi Y accanito odio ti cinse
A vegliar minaccioso , e a dar sogghigni
Su te prostrato, con serena fronte
Tu d' un sorriso sol davi risposta ,
Altero ancor! — Quando al diletto figlio
Strappò fortuna con ria man lo scettro,
Al fero pondo che su lui gravossi
Non fu visto piegar 1' alta cervice.
Saggio più assai che a* dì di gloria , quando
L' orgoglio ti traea fino a chiamarti
Sulla fronte severa aspro disdegno
Che all'uomo irrida e a' suoi pensier; fòrs'era
Giusto il nutrirlo, ma non giusto il volto
Sempre atteggiarne, e rigettar chi tratto
T'ebbe a grandezza, e contra te si mosse,
E a mina precipite ti spinse.
Pur tuttavia merta assai poco ch'altri
L'acquisti, o perda, il mondo: e tu ben festi
L* esperimento , e teco il fcan pur quanti
Mossero nel cammin da te segnato.
Se, pari a torre ch'ergasi sublime
Su discoscesa rocca, o sol sorretto
Ti fossi, o almen solo caduto — avria
Te forse questo tuo per l'uom dispregio
L' onte cruente di nemica soile
Aitalo a sostener; ma uman consiglio
Di
— 135 —
Sino al trono t' avea scorto : temuta
Più assai ch'ogni falange in te fu vòlta
La meraviglia delle genti, e tua
Era la gloria d'Alessandro; allora —
Se la porpora pria non ti svestivi —
Pari allo stoico Diogene , beffarli
Non dovevi dell' uom; che a' coronati (9)
Cinici immenso troppo antro è la terra.
Ma ad un alacre spirto appar la calma
Bujo d* inferno — e là di tua fatale
Morte i germi nutrirsi ! — Una scintilla
Avvi, — un moto dell'anima — che, schivi
D'esser col frale in duri ceppi avvititi,
Tcntan spezzarlo, e fuggono; ma tosto
Fuor del retto Vaganti , oltre la meta
Posta ai desir, si levano. Non pria
Arser di questo ineslinguibil fòco
L'alme, che a forti, perigliose prove
S' addirizzati repente , e nulla tanto
Come il sostar, le attrista: é febbre ch'arde,
A chi V ebbe fatale , e a chi n' è cólto.
Sorgo» d'essa gl'insani, onde poi tutto
L' orbe infètto riman ; conquistatori ,
E regi insiem; mastri di sette, e d'ogni
Sistema : arrogo lor sofisti , vati ,
Politici deliri, — esseri lutti
Inquieti del par, che nell'arcano
Dell'alme, troppo violenti i moli
— 136 —
Destano , e spesso son da quegl' istcssi
Che ad insanir traevano, scherniti.
V'ha chi gii invidia, eppur d'invidia oh! quanto
Indegni son I — Quanta nel tristo petto
Doglia covan segreta ! Ove mostrarsi
Disvelato potesse un cor simile,
All' uom scola saria — cotal — che nullo
Di splendore, e d'imper nella sgannata
Mente chiuder desir giammai saprebbe.
Violento lo spiro, e n'è la vita
Turbo che li travolve insin che vinti
In sé stessi ripiombino ; pur tanto
A questa latta tempestosa affetto
Nutrono, che se awien mai che frapposta
Sia la calma al periglio, in cheto, ingrato
Crepuscolo ogni loro ardir vien manco.
Da rio cordoglio lacerati , al varco
Così son tratti della vita, oppressi
Da mortale languir, qual d'alimento
Priva la face muor, debile e fioco
Lume intorno spargendo, o come acciaro
Che nel fodero stretto, inoperoso
Di ruggine si veste e si consuma.
Chi all' ardue vette inerpica de' monti
Fia che i più eccelsi pin vegga di densa
Nebbia ravvolti: -— tal chi s'erge altero
Su debellati popoli — la rabbia
Di que' che al basso si lasciò , s' attenda.
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- 137 -
Benché di glori» il sole a lui sul capo
Sfavi 11 i , c lunge — a' piedi suoi — si prostri
La terra e V oceàn — di diacci , orrende
Rupi ha d? intorno , e la cervice ignuda
Sorgono a minacciar atre bufere.
Tal danno ria mercè le audaci imprese
Onde insano il mortai tant' alto poggia !
Oh! fuggiamli, per sempre! — Chè la vera
Sapienza in se stessa un orbe finse,
0 solo in te , benefica natura !
(V ha dovizia che s' eguagli a quella
Che sì varia dispieghi in sulle rive
Del Reno maestoso? E là divina
Scena Aroldo contempla — in un congiunta
Tutta quanta beltà: — vallee, ruscelli ,
Frutti , e piante fronzute , e rupi , e boschi ;
Campi ove ride la dorata messe,
E montagne, e vigneti, e derelitte
Castella , che da' merli ove serpeggia
L' edera antica , e la mina alberga ,
Flebilmente par che dican : — vale l
Là sorgono tuttor, siccome altero
Spirto da reo destin domo che sdegna
Nanti il volgo chinarsi. Ivi pel fesso
Delle crollanti mura, il vento fischia
Solo; chè vacui d'abitanti, nullo
Hanno confin fuor che le nubi. E pure,
Giovinezza ed orgoglio un giorno anch' essi
— 138 —
Ebbero, e dalle lor torri fur viste
Bandiere sventolar , e sotto a' forti
Baluardi sovente arser le pugne.
Ma chi al lor combattea , nel sanguinoso
Tumulo or posa, e le spiegate ai venti
Lor bandiere son polve. — Or le vetuste
Merlate rocche assalitor non hanno.
Da queste torri alle soggette ville
Una possa regnò che sol fea legge
Dell' arbitro voler. Colle rapine
Ne IT orgoglioso dominar fur tutti
Questi tiranni a sostener concordi
Le lor sedi turrite, a nulla meglio
Che ad appagar le insane voglie intesi :
Fieri assai più de' generosi eroi
D' antiquissima fama. Oh 1 che più manca
Agli effrenati sir perch' abbian nome
Pari a conqtiistator ? Forse di compra
Istoria un foglio che lor dia l' ingiusto
Nome di prode? o più vasto domino?
0 adorna di trofeo vano la tomba ? — -
Né ambiziosa men fu in lor la speme, (10)
Né pronta o forte meno ebbero V alma.
<
Nelle risse feudali onde fra questi
Valorosi baroni ardean le pugne ,
Quante eroiche prodezze , e generose
Imprese nell* obblio giacquer sepolte!
E anch' ei — V Amor — che di sottili emblemi ,
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Cui sovente licitava orgogliosa
Tenerezza le lor larghe scolpia , —
Amore ei pur, benché di ferrea maglia
11 duro cor cingessero , li vinse ;
Ma in que' petti feroci una tal fiamma
Nutrìo selvaggia che destò sol pazze
Discordie , onde seguìen mina , e lutto ;
E oh ! quante — perché sol d* amor contesa
Tra lor mura sorgea — vider castella
Ai baluardi demoliti il Reno
Volver d* appresso sanguinose V onde.
Ma tu , fiume superbo , che de 1 tuoi
Flutti bagni le rive, e le fecondi;
Di beltà cui nessuna altra é simile
Vanto perenne avresti tu , se a mezzo
Troncarle V uom non s' attentasse , e ree
Guerre mescendo non struggesse quante
Nutre speranze il suol beato: — allora
Le irrorate da te valli ubertose
Veggendo , uom crederia d' ogni più eccelso
Dono del ciel la terra ricoverta. —
E onde per me d' Eliso abbia sembianza
Che manca? — Che sien tue l'onde di Lete.
Innumere battaglie han le tue rive
Deso|ate, distrutte; ed or 1' obblìo
Le pugne , e mezza la lor gloria spense.
Cumulati cadaveri ben mille
Per ria strage qui fur: or l'ossa ignude
— 140 —
Dove son elle ? ove le tombe ? — I tuoi
Flutti del di che tramontava appena
Tersero il sangue, nè rimase alcuna
Bruttura , e il sole nelle limpid' acque
Novellamente riflettèo V immago.
Ma sicn pur atte a depurar , indarno
Sperdcr vorrìen le rapid' onde il fero
Doloroso membra r che ognor m' affanna.
Questi i pensier furon d'Aroldo, mentre
Del fiume errava in sulle ripe : e intanto
Insensibil non era a ciò che i canti
Lieti ridesta de* pennuti , in mezzo
A valli gajc si che di far bello
Perfin F esiglio avrìen possanza. Austero ,
Abbenchè il duol sulla pallida fronte
-
Posasse, ed una insiem calma severa,
Da più gagliardi assai, ma gravi meno
Affetti surta : — pur — talora in volto
La gioja, qual balen, mentre si care
Scene s voi v eansi innanzi a lui , rifulse.
Diserto appien ogni d' amor desio
Già non F avea, benché per sé consunti
Gli amorosi suoi di fossersi. Invano
Fredda calma nel cor — dove leggiadro
In volto alla beltà sieda il sorriso — #
Serbar vorriasi — invan ! chè tosto ai cari
Rieder palpili suoi si riconsiglia
Ali* incanto rapito , anco se F abbia
D' ogni gioja scevrato il pentimento. —
Araldo appunto ciò sentia , che dolce
Nutria ricordo, e tenera assueta
Dimestichezza a un cor preso d' affetto
Cui già d'unirsi ebbe desìo — nell'ora
Che tristemente meditava — il suo.
Appreso avea — perchè non so , chè strano
In quel torbido cor parrà tal moto —
Bambino ancor , nell' innocente riso
Dell' infanzia a bearsi. Onde si mosse
V alta cagion che sì mutar queir alma,
Ove tanto per l'uomo odio fremea,
Valesse — l'indagar che giova? — Vero
Non men si fu , — che, dove un cor solingo
Gli spenti affetti a ravvivar non vale,
Questo in Araldo ridestossi, quando
Ogni altra passion era sopita.
Eravi ancor — se vi rimembra — un core
Tenero — al suo con più tenaci avvinto
Nodi di que dell' ara appiè formati. — '
Inlegittimo nodo — eppur smembrato
Da qual che siasi infingimento, pura
Quest' amor fu. Già testimone un tempo
Di nimistà mortali, e non apparve
Affralito giammai: — di femminile
Sguardo al periglio — il più temuto — ci fatto
S' era forte vie più. Fedele Araldo
Eragli ancor; da estrania terra or volge
Alla diletta, dell'assenza il voto.
— 142 —
Di DvAcbsnfels l' altera rocca pende (11)
Del sinuoso Rcn Hill' ampie sponde,
Che nelle valli pampinose scende,
E vi reca il lesor di limpid' onde.
Alberi in fior v'hanno su' poggi a mille
L* uva pe' campi e V aurea messe abbonda ;
E da lungc qua e la sparse le ville
R idoii, cui muricciuol bianco circonda. —
Tutto in bel quadro mi si affaccia, quanto
Più leggiadro pai riami a te daccanto.
Forosette gentil le cui serene
Pnpille azzurre in vaga luce splendono
Di rugiadosi fior le man ripiene
In questo del pensiero Eden protendono.
Sorgon sui colli innumeri castelli
Cui 1' edra tortuosa i muri serra;
Più d'un' erta clic par che si sfracelli,
E più d'un arco minalo a terra.
Qur sta vòlta che altera un di s' ergea,
Per man del tempo screpolata or cade ;
E par d'alto la fertile vallea
Mirar beata di vigneti e biade.
Ma in riva al Ren — fra tanto bel, desia
Giungersi indarno alla tua man la mia.
Questi l' amico tuo gigli t' invia
Ch'altri gli die freschi, odorosi, invano!
Se avvizziti saran gran tempo pria
Che li tocchi la tua candida mano.
Pur, non sdegnarli, deh! — che a me diletti
Sovra tutt' altro fur, mentre pensai
Siccome forse un dì ne' tuoi perfetti
Riscontrarsi potrien vividi rai;
— ite-
li, come nel tuo sen memoria viva
Serberesti di me sol che dimessi
Questi còlti del Reno in sulla riva
Fiori a te presso illanguidir vedessi:
Questi pegno di fervido desio
Clic offerire al tuo cor piacquesi il mio.
Spumeggia il fiume, e maestosi move
I flutti in mezzo ad incantevol lito:
E lungo i mille suoi seni di nove
Beltà fa sempre al passeggiero invito.
Posto ogni altro sperar la più severa
Alma trarrebbe qui giojosa vita:
Chè sede non avria la terra intera
Più di questa a natura e a me gradita,
Dove in me vòlto il guardo tuo sereno
Vie più giocondo mi rendesse il Reno!
Giace presso Coblentz semplice e breve
Piramide , che il vertice incorona
D' una collina verdeggiante , e chiude
Sotto la base d' un eroe la spoglia.
Nostro nemico ei fu: — ma non per questo
Fia che minor venga a Marceau l'omaggio.
Sull' immaturo suo sepolcro in pianto
Stetter ben mille militi feroci
Dolenti, e in un del fato di colui
lnvtdi , che pel suol franco , disceso
Onde i suoi dritti vendicar, morìa.
Di gloria onusti e di valor, ma furo
Brevi , ahi troppo ! suoi dì : presso al feretro
Oste ed amico insiem, contrarie schiere
Trassero a lagrimar. — Qui mova, e prono
Su quella tomba a meditar s' arresti
Il pellegrino , e all' anima del forte
Pace implori dal ciel. Di libertate
Propugnator caldo ei mostrassi, ed uno
Di lor — breve drappel — che non osaro
1 dritti oltrepassar che sopra il vinto,
L'ultrice spada al vincitor concede.
Pura Marccau sempr'ebbe l'alma, e giusto (12)
Tributo a lui fu de' mortali il pianto.
Ecco Ehrenbreitenstein dalle cadenti (15)
Mura e annerate dall'orrendo scoppio
Di rannata polve. E quella rocca
Mostra qual era il di che senza possa
Rimbalzato da' suoi fianchi non tocchi
Vedea V ardente fulmine di guerra. —
O di vittoria asil ! — Tu senza speme
Verso il piano fuggir precipitosi
Gli assalilor vedesti: or ciò che indarno
Sperder le pugne s' attentàr , la pace
Strusse, sponendo alle meteore estive
Le altere vòlte che molt' anni salde
Ressero e molti al grandinar di mille
Ferrei globi per V etere fischiami.
A te , bel Reno , addio 1 — Qual prova arcana
Voluttà lo stranier che sulle tue
Rive s' arresta I A questo appien simile
Che irrigan l'onde tue, cerca un asilo
— 145 —
■
Coppia d' anime 6de, o cor solingo
Vago del meditar. Oh ! se una voka
Degli a voi tori inesorati il crudo
Artiglio , ond' è che un cor da rei crucciato
Rimordi menti affannasi, cessasse;
Non troppo mesta qui, non gaja troppo,
Selvaggia, e pur non ruvida natura,
Non fòrmidata, benché altera, alle altre
Contrade della terra ella saria
Ciò eh 7 è per l' anno il pampinoso autunno.
Vale una volta ancor ! — Intuii vale ! —
Nullo ve n'ha per la beau terra
Che tu irrori coli' acque. Ahi ! sempre viva
D' ogni bellezza tua nel cor profondo
Resta F immago, e dove a forza gli occhi
Dall' affisarsi in te cerchino , o vago
Fiume, sviarsi, estremo allor lo sguardo
Volgono all' onde tue di meraviglia
Pieno, e d'amor. Ben tal puossi una terra
Riscontrar che beltà più grandi accolga ,
Che sia splendida più , più seducente ;
Ma nessuna ve n' ha che in sè raguni
Bellezza a un punto e maestade, e tanto
Splendor di fama ne' vetusti tempi ;
Dignitosa, e in un schietta, ove si mostri
Abbondevole più della propinqua
Messe la speme, e le splendenti mura
Delle città: torrenti che da' massi
10
~ 140 —
Precipitar» spumosi, e il tetro bujo
\y abissi interminati , e delle selve
La florida verzura , e qua e là sparsi
I gotici castelli , e le selvaggie
Rupi che forma han di merlate rocche,
— Qual se derise rimandar le umane
Intraprese volessero, — ed al mezzo
Di cotanta beltà, beati, quanto
II circostante suol, gli abitatori.
Tali i fertili son doni cui piacque
Dar perenni natura alle tue rive,
Benché ad esse d' intorno ancor s' intenda
La ruìna inombrar di vasti imperi.
Ma più il Ren non vegg' io. — Le alpi palagi
Superbo di natura or al mio capo
Sovrastar] colle lor eresie nevose
Sino alle nubi ergentisi. — Là regno
L'eternità ponca, che le inaccesse
Giogaje avvolte di perpetui diacci
Trono le fan — ve formasi l' orrenda
Valanga — folgor d' ammontate nevi ! —
Quanto l'alma sublima, e di terrore
L' impronta , qui tutto s' accoglie a questi
Vertici intorno , — qual se fòsser vaghi
Di mostrarne siccome al ciel la terra
Ravvicinarsi possa, e l'orgoglioso
Uomo lasciar nel suo fango ravvolto.
Ma pria che a queste senza pari alture
Aggrapparmi confidi, avvi tal loco
Che obblìarsi non de\ — Morat ! D' orgoglio
Campo, e di patrio amor! — Dove gli orrendi
Della morte trofei guata, né arrossa
L' uom per color che vincitori in queste
Pianure ri ma ne an. Qui la Borgogna
Agi' ingordi avvoltoj pasto i suoi figli
Commise 1 Di carcami ampia catasta ,
Che i secoli varcò, rimaser elli
A sé medesmi monumento; — privi (14)
TV un tumul che li copra , in sulle spopde
Erran di Stige, ove in assidui lai
Ciascun' ombra disfoga il cruccio interno.
•
Mentre di Canne al rio massacro, quello
Di Waterloo contrasta , andrà indiviso
Di Maratona e di Morat ai tardi
Posteri il nome. — Senza macchia , entrambi
Ebbero que' trofei di non fallace
Gloria l'onor: chè cittadin, fratelli,
Di libero sentir uomini alteri
Vincenti in ambo fur, cui nulla in petto
Privata cura ardea ; forte votati
Ad una causa, — e non quella de' regi. —
A gemer ei non trassero le genti
Sovra il delirio di cruente leggi
Che sotto fraudolento empio decreto
Mandar tentano irrito ogni lor dritto.
Presso a solingo muricciuol, solinga
Vie più s'eleva una colonna, intorno
— 148 —
IV edra tenace ricoverta , ed una
Traccia ancor serba de' vetusti giorni
Estremo avanzo al furiar del tempo.
Sembra in vederla un infelice, cui
Il terrore impietrò, che un sentimento
Di vita ancor ne' mezzo spenti serba
Occhi travolti. Ella ancor sorge, e in seno
Il passeggier pur tuttavia risente
Del vederla stupor; mentre — mortale
Opra che al par con lei sorse — V altera (15)
Aventico dal tempo sterminata
Di rottami ricopre il suol vicino.
Qui fu — dolce per sempre e venerato
Suoni tal nome I — qui fu dove a Dio
De) figliale amor alia eroina
Giulia votò sua giovinezza : tutti
I più sacri dover che la superna
Mente imponga al mortai costei compiti
Vittima cadde in sul paterno avello. —
Che andrian respinte le pietose stille
Duro , solenne sacramento fea
Giustizia, e colle lagrime la vita
Giulia implorar ténta di quegli ond'«bbc
Vita ella stessa, — iman! — chè non si piega
II giudice incorrotto. — Allor daccanto
Ella morio di chi serbar non valse.
Semplice sovra loro, e senza fregi
L' avel si chiuse, ed or queir urna serra (16)
Uno spirito sol , sola una polve.
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Fatti questi ben son di che perenne
Deggia serbarsi la memoria , e nomi
Che non mai periran, benché la terra
Gl'imperi suoi, le lor mine istesse,
Gli oppressi, gli oppressori, il nascimento,
E P estremo lor dì sperda alP obblìo.
Salda, inconcussa la virtù dovria
Viver oltre a' suoi mali , e fia che viva ,
Ed immortale splenderà siccome (17)
Questo al raggio solar delPalpi eterno
Candido fiotto, che sublime Unto irm •
Sovr' ogni cosa di quaggiù t' innalza.
Ecco il lago Leman col cristallino
Cheto flutto sorridermi, tranquillo
Specchio entro cui vagheggiano la bella
Lor forma gli astri, e i monti sì che pare
Quanto sull'onda ergansi queste, e quanto
E qua» da quelli almo splendor ne piova.
E troppo quivi ancor V uom si rivela
Perchè lo spirto intender possa appieno
Quanto di grande gli si para innanzi :
Ma tosto fia che tacilo solingo
Gli obbliati alla mia mente rappelli
Pensieri il loco, a me tanto or graditi
Quanto un tempo Io furo anziché al gregge
De' mortali frammisto , io parte avessi
Nel miserando lor abbietto ovile.
Perchè lo fugga , uopo non è che d' odio
Arda per P uom , ma in ogni cor non sorge
- 150 -
Pari desìo che a mescerai con esso
Nel tragga, ed alle sue fatiche il cresca.
Misantropo non e colui che il freno
Nei troppo vivi affetti air alma stringe
Per tema che non erri , e neir ardente
Calca si perde, là dove lo stesso
Nostro li' avvolgerla genio maligno —
Fin che tardo soccorra il pentimento,
A trarne a lungo riluttanti invano
Coli' iroso deslin, che d'uno in altro
Marlir ci mena in seno ad un nemico
Mondo dov' 4 ciascun debile e vile.
Un istante colà strugger di molti
Anni puotc il scrcn, ed invilita
Farci l'alma, e mutar il piamo in sangue;
O della spessa tenebrìa notturna
Piogene V avvenir. — Fuga la vita
In quel bujo si fa , non confortata
D' alcuna speme mai. Per V oceàno
11 più audace nocchicr voga , 'e pur sempre
Ove T invita un desiato porto
In suo corso s' avvia : mentre commessi
D'eternità sul pelago, nocchieri
i l..nvi sviati, il cui naviglio balza
Ludibrio all' onda qua e colà , né mai
Fia che 1' àncora sua gitti e riposi.
Più saggio ailor non fia cui viver giovi
Giorni solinghi, e sol nelle terrestri
Sue 3i varie bellezze ami natura?
In riva agli azzurrili rapidi flutti (18)
Del Rodano sonante, al lago appresso
Che nutre Tonde sue, come a fanciullo
Leggiadro, e pur indocile, ministra
Prodiga madre ogni sua cura , e i gridi
Tenta quetarne appena è desto; — oh l saggio
Non fia consiglio il trar semplice vita ,
Più che alla pressa strepitosa uniti
Corier, perchè a destino empio si serva
Che agli oppressor ne adegui od agli oppressi ?
Più in me stesso quassù non vivo , e sono
Parte di quanto mi circonda ; e V erte
Montagne sol sonroi gradile , e ingrato
Delle città lo strepito. Che nulla
M' è intollerante più, quanto lo starmi
Invito anel della catena, cui
Ogni essere è costretto ; in mezzo ad enti
Dall' archetipa man qual io mi sono
Pur di creta informati , allor che a volo
Polrìa 1' alma levarsi , e all' etra immenso
Mescersi, e agli erti gioghi, e ai vorticosi
Del mobile occàn flutti , ed ai mille
Dell' azzurrino cielo astri lucenti.
Sol chiuso in tanto immaginar, un senso
M' assai di vita non illusa: allora
Guato al deserto popoloso eh' io
A tergo mi lasciai, come se trista
Stanza di pugne , e d' agonia si fosse,
— 151 —
Ove in pena d'orribili reali
Precipitato altri ni avesse a lenta
Via di cruccio e martir , perchè nell' opra
Trangosciasse quest' alma , e alfin più bella
Rieder colà dond' esulò con nove
Penne potesse. E già sul dorso stanco
Agitarsi io le sento, e vigorose,
Al par dell' atro turbine con cui
Aggirarsi dovranno in cruda lotta ,
Qual vile incarco disdegnando il freddo
Vincol d' argilla che quaggiù ne awolve.
E poiché il di verrà che V alma insorga
Affrancata da ciò che tanto ha in ira
Neil' invilita sua forma primiera ;
Allor che nulla del terrestre limo
L' avvolgerà , se pur ne scevri quanto
Avventurato più nel bruco, o nella
Mutata esisterà vaga farfalla; —
E gli elementi agli elementi antichi
S'assembreranno, e fi a polve la polve;
Integro allora io non vedrò — pur meno
Meravigliato assai , — quanto , siccome
Neil' ombre avvolto del futuro io veggo ,
L'incorporeo pensiero, e d'ogni gente
Il genio tutelar con cui talvolta
Il destino immortale anco divido?
E i colli, il mare, il ciel, parte dell" alma
Non ton, com' io son d'essi parte? E questo
Che ad amarli m' astringe innato affetto
Pura del cor non è passion profonda?
Ogni cosa per me vii non sarla
Se compararla a sì sublimi osassi
Creazioni del ciel? Forse, qual avvi
Più cocente martir non sosterrei
Anzi che trar di mezzo al cor tai sensi
Per la fredda apatìa di chi confitti
I loschi in sul terreno occhi non puote
Levarli un tratto, e il cui pensici- codardo
A generoso volo unqua si spinse?
Ma , perchè mi disvio ? Riedasi dove
M ' appella il carme abbandonato. — Ov' ab bia
Tal che ad un* urna meditar si piaccia
Venga, e su questa mediti, la cui
Polve già un tempo tutu fòco apparse.
Colui che vólto in cenere qui posa,
In questa rcgion nacque dov' io
Aure, un istante sol, pure respiro — 1 . : _
Ospite passeggier. — Di qui robusti
Col fervido desir mosse dapprìa
Vanni alla gloria : — ambizion fallace !
Per cui goder sacrificò se stesso.
Qui il selvaggio Rousseau — sofista ahi ! troppo
Tormentator di sò medesmo, triste
Apostolo del duol , per cui le umane
Passioni vestirò un divo incanto,
E arcana irresistibile eloquenza
— 154 —
■
Ebbe i! martir, qui all' abitata ed egra
Vita pria ti destò. Pur dilettoso
Render seppe il deliro, e tulle ree
Azioni e pensier spàrger celeste
Colorito cosi» che gli occhi abbaglia
Come raggio di sole , c in lor cotanta
Spira pietà chfc « lacrimar gì' invoglia.
Di tutte umane passton V essenza
Fu r amor suo: — siccome arbore cui
Il folgore percosse, ei fu consunto
D' eterea fiamma , chè una cosa ad esso
Era V amare , e V ardere. Ma oggetto
Non fu del fòco suo persona viva,
Nè cara ombra che a noi scenda ne' sogni ;
Ma ideale beltà che per lui tolse
Forme mortali; e quest'amor ne' suoi
Volumi ardenti si diffuse , e parve
Immenso, incomprensibile: ben eh' abbia
Colai mostro di ver poca sembianza.
Questo I' amor si fu che a Giulia in seno
Prender corpo parca: questo die lutto
Riversò sopra lei quanto di dolce
E d' intenso ebber mai gli umani affetti:
Questo in fin che si cà*o il memorando
Bacio gli feo, che le sue labbra ardenti
IV ogni alba *fl' apparir dal roseo labbro
Di donzella suggean , che ricambiarlo
Con sentimento d'amistà solca.
Pur quel bacio soave, il cor, k) spirto
Strusse del vampo di vorace amore.
Venturato assai più forse in cotesto
Lusinghiero sospir , di quel che V alme (19)
Volgari fosser mai , che nell' intero
Nuotan possesso d' ogni lor desto.
■
Contra nemici che in sua mente ei stesso
Ebbe concetti, o contro alme fedeli
Che espulse ei stesso avea, lutto perenne
Mentre visse provò: chè al rio sospetto
Ara in suo cor sempre mantenne , ed anco
Sovr' essa si piacea con sanguinoso
Sacrificio offerir i suoi più cari,
Contro lor scatenandosi di cieco
E inusitato ardor reso furente.
— Ma deliro allor fu. — Oh ! òhi potria
Asseverarlo mai? V ha tali arcani
Cui disbrigar s'attenterebbe indarno
Ogni conato uman; ma sì nel colse
E traviollo ansio dolor. Di tutti
Miserando assai più quel suo deliro
Chè di senno sembianza anco merfca.
Ei repente inspiravasi: e dal suo
Labbro facondo, come un di da quello
Della Sibilla , prorompean que* tanti
Oracoli onde il mondo arse, né mal
Ebbe l'incendio fin, che non pria tratti
In ruma si fossero imperi. —
E il simile pel suol franco non feo? —
Prima di lui , gran tempo ei sotto il giogo
D' antica tirannìa gemea ricurvo;
E i vergognosi ceppi, pauroso
E sommesso sofferse , insino al giorno
Allor che di Rousseau la voce , a quella
D'altri consociata alteri spirti
Profondi sdegni suscitava donde
Sì lunga trasse di martir vicenda.
Quest' ire atroci scatenarsi appena ,
E tosto orrendo de 1 scomposti avanzi
D'opinioni in un col mondo surte
Monumento s' ergean ; — scisso V oscuro
Velo che l'awolgea, l'orbe conobbe
Quanto Gallia celar parve. Ma strutto
Fu col buon tempo il tristo, e ovunque spane
Sol mine si videro — da cui
Tosto, e su quelle fondamenta istesse,
Altre rocche sorgeano , ed altri troni ,
Onde all'antica, tirannìa novella
Succederà; che di tutt' altro ignara,
Ambizion sol di sue glorie è vaga.
Ma l'indegno mercato ornai non puossi
In pace sofferir! Quanto nel suo
Braccio nerbo s'accolga, or T uom conobbe,
E prova già ne feo. Più saggio allora
Esser dovea, ma soverchiato il novo
Vigor I' ebbe cosi che violento
— 157 —
r
Troppo l'assalto fu. Di pietade
Era allo stremo il santo imper ridutto;
Ma costor nelle tenebre cresciuti
D'abbietta servitù, non mai di pura
Aura in aperto ciel come l'altera
Aquila si nutrir; — che meraviglia
Se ingannati cangiàr spesso di preda ?
Quali profónde mai piaghe, veruna
Cicatrice lasciando , apparver salde ?
Ahi ! son quelle del cor che più gran tempo
Distillan sangue, e le cui traccio indarno
Cancellar si vorrlen. Que* che di speme
Arsero pria, poscia sconfitti, a un tratto
Andar perduta la scorgean — son muti,
Ma non sommessi. — Ché dell'onta il cruccio
In silenzio si pasce, e in sé compresso
Serba lo spiro, insin che di vendetta
Scocchi l' ora fatai : oh ! niun disperi ; —
Venne, viene, verrà — quel dì che possa
Doni a punire e a perdonar: — più tardo
Fia che V un di que' dritti allor si vegga.
Leman tranquillo! Oh! tal tue Umpid* acque
Fanno col tempestoso orbe contrasto
Ove trassi i miei dì, che par m'avverta
Che la terrena onda commossa io cangi
In più pura sorgente. Or questa cheta
Vela che mi sospinge, ala tacente
Par che al rissoso murmure mi tolga
- 158
D' inerte viia. E fu già leppo eh' io
Nel fremer d'oceàn rotto a tempesta
Mi compiacea; ma questo tuo soave
E lento mormorio mi scende in petto
Siccome voce <T amorosa suora
Che me rimprocci, perchè |roppo a' tristi
Procellosi piacer ebbi la mente, ,
È questa l'ora in cui tacita sorge
La notte, e già dalle tue rive ai poggi
Tetro ogni oggetto par misto e confuso;
Pur tuttavolta scopronsi le cose
Tutte , dal negro in fuor Jura le cui
Creste di spaventevoli dirupi
Serbano aspetto. Vivida alla sponda
Spira intanto la brezza, e reca intorno
De' fior dianzi sbocciati il grato olezzo.
Odi leve rumor che fan le stille
In giù cadenti da' sospesi remi ,
E lo stridir mesto del grillo, ond'ei
Intende a salutar 1' ora notturna.
Giocondo insetto della sera, ei face
Di sua vita un trastullo , e sempre canta.
Di tratto in tratto un aygeljin s' ascolta
Fra i boschetti garrir — ma tosto cessa.
Lene talor sul colle si diffonde
Un mormorio, come di sprazzo; è l'alma
Rugiada, che dall'alto in amoroso
Pianto distilla , e cheta cheta scende
Il fecondo a irrorar sen di natura.
— 150 -
Astri ! Armonia del ciel ! -r* se nelle vostre
Pagine sfavillanti uom s'argomenta
Fissarsi ad esplorar quale agi' imperi ,
E quale a lui fato si serbi — oh ! come
Perdonato ei non fia, se nel deliro
Ad aggrandirsi intenda, e oltre ogni umana
Possa levarsi, onde con voi più forte
In beato destin giungersi? AM ! tanta
Dal vostro sen spira vaghezza, e Unto
Ingenerate in noi rispetto, amore, ^ y
Che fortuna, valor, potenza, e vita,
D' un astro fero a sò medesme emblema.
In profonda quiete il ciel, la terra
Ravvolti stan , ma non sopiti , ed ogni
Spiro in essi vien men , come se scosso
Da moto gagliardissimo , repente
Uom si dimostra: — ammutan ei — siccome
Tal cui grave un pensici* la mente occupi.
Chiusi in calma profonda or cielo e terra,
Dall' astro piò remoto , imi no al cheto
Stagno , ed ai colli circostanti , tutto
In vita arcana si concentra , dove
Non un sol raggio luminoso, p un solo
Spiro di vento, o una tagliuzza leve
Ime perduta può, ch'essi pur sono
Parte dell'esistenza, e del creato
Sentimento , e di Lui che lo corregge,
•
È appunto allor — mentre «olinghi , e meno
Scompagnati però movjam — che meglio
- 160 -
Dell* infinito appar la coscienza.
Quella che P alma signoreggia , e tutta
La contempra ed affina; un divo accordo, —
Alma e sorgente insiem d'una melode
Che P eterna armonìa piena rivela ;
Ed al Cinto simìl di che mentita
Diva in Citerà s'adornò, divino
Sparge dovunque di beltà l'incanto.
Fin di morte spezzar poi ri a , dov' ei
Forma e sostanza avessero, — gli strali*
Nè i primi Persi invan le alture, e il sommo (20)
De' più eccelsi sceglian monti, ove sacre
Ponesser l'are, ma perchè la prece
Dal tempio cui non fer pareti impaccio —
Degno assai più — grata a Colui movesse
Per che vili così son que' delubri
Che a tributargli onor poser gli umani.
Vieni! E queste colonne, e queste, asilo
D' idoli , greche oppur gotiche sedi ,
A questi di natura maestosi
Templi assimiglia, e al ciel, al suolo, all'onde;
Nè più vorrai le tue preghiere al Nume
Da ricinti mandar brevi cotanto.
Minossi il cielo!— e oh! qual mutossil— 0 notte! (21)
Tempesta, tenebrìa, mirabilmente
Possenti voi — che dignitose tanto
Pur belle siete — qual di donna il nero
Occhio scintilla. Il tuon lontan, lontano
Muggc di rupe in rupe orrendamente
- 161 -
E le fumanti cime assorda, introna.
Nè da un nugolo sol parte la dira
Folgor, chè vicn da ogni dirupo il rombo;
E dal bujo profondo in che s'avvolge,
Alle alpi romorose, onde superba
Disfida insorta par, Jura risponde.
■
Notte profonda ovunque regna: — o d'ogni
Nolte famosa più — non te creava
Certo pe'sonni Iddio I Lascia che teoo
Quelle imponenti voluttà selvaggie
Parta , e in te , ne' tuoi nembi io mi trasformi I
Come il lago, fosforica marea
Splende nel bujo 1 Oh 1 come al suol torrenti
Di pioggia si riversano 1 Ma tutto
Nella notte ripiomba — e un'altra volta
Le montagne ritronano repente,
Quasi si risedessero di gioja
Per l'appressar d'orribile tremuoto*
Questo è il loco 've il Rodano s' avvia
Strepitoso, sonante a due per mezzo
Erti burroni , ond' ei d' amanti a guisa
Sporgonsi cui l'ira disgiunse, ed ora
Tal si schiuse fra loro ampia vorago
Che nulla mai di riunirsi speme
Avran — s' anco ne' cor di quel funesto
Disgiungimento insorga il cruccio. Amore
Che sì le loro alme scevro — da cui
Quella sol nacque nimistà profonda
11
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Che il vago fior di giovihrzia strusse —
Amor — lunge faggi; — ma in essi intero
Un secolo di tristi anni, e le pene
Di sanguinosa interna lotta, ascose.
Più furibonde qui , sovra coleste
Rocche che il torbo Rodano attraversa,
Scoppiano le tempeste. A mille a mille
Quelle per la tenèbra erran muggenti;
E, quale in giostra awien, V una nell'altra
Veggonsi accese riversar saette.
Ma qual prima è in fra lor, giù pei dirupi
Folgori avventa , qual se conscia fosse
Che là 've fur di stragi ampie ruìne
Tutto a man salva incenerir potria.
Ciel, monti, fiumi, e venti, e laghi, e lampi 1
Voi tutti! O notte, o fulmini, o procelle,
Alma ho nel sen che vi comprende 1 11 rombo
Lunge diffuso insin che scema, e muore
Eco è di ciò che in me vegghiante ho sempre.
Ma, del vostro vagar, quale, o tempeste,
Il termine sarà ? Simili a quelle ,
Dite, sareste mai, che in uman petto
Sussultano ? 0 siccome aquila s' erge ,
Un più sublime asilo alfin v' aocoglie?
Oh ! se dar potcss* io forma a ciò eh' avvi
Di più intrinseco in me ! — oh ! s' io potessi
A' traviati pender significala
«
— 163 —
Di materia trovar, ed arnia, e core,
Intelligenza , passioni , ed ogni
Senso , ciò che più amai , ciò eh' amo ancora ,
Patimenti, e saper, quanto in me provo,
Spiegar senza morir — sol d* un accento , —
E queir accento folgor fòsse — oh ! tosto
Pronunziarlo vorrei ! Ma non inteso
Vissi e morrò , chè nel mio cor sepolto
Senza voce é U pensier, qual rugginoso,
Chiuso nella vagina inutil brando.
L'alba risorse in eie! tutta di stille
Rugiadose cosparsa ; e di soavi
Profumi umetta V aura e sboccia i 6ori.
Dolce serba disdegno, e sol d'un riso
Ogni nube dilegua; ella diffonde
Intorno intorno a piene man la vita ,
Qual se nullo il terren chiudesse avella — •
Lei segue il dì: dell'esistenza or i mossi
Il coreo ripigliar ; pur tuttavia
Stommi , o vago Leman , sulle tue sponde ! —
Qui tale al meditar ewi alimento
Ch' anzi che ad altra parte il piè rivolga
Molto aggirarmi appo di te posa' io.
Clarens ! vago Clarens l — Oh ! d' amor vero
Cuna 1 II zeffiro tuo d' amante seno
Par giovine sospiro : amor le poma
Nutre alle piante tue : le nevi iate&se
Che sui diacci si posano, da lui
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— 164 —
Prendon color, cbè vèr P occaso il sole (22)
Rosee le mira allor che mollemente
Su vi posa co' raggi. E qui d' amore
Parlano insin le rupi ov'ei celossi
Dal trambusto fuggente in che affannose
Nel vortice mondano errano P alme ,
Piene ognor di speranze , ognor deluse.
O Glarens ! Le tue vie son da celeste
Piede premute , chè v' imprime Amore
Le orme immortali ancor. Qui dove é vita,
E vivifico raggio , Amor de' monti
Fassi sgabello al trono suo. — Né solo
Appar su queste maestose vette,
O in mezzo agli antri, e alle foreste: ei volge
Lo sguardo sovra i fiori, e col divino
Soffio gli avviva , più potente assai
Del soffio eccitator della procella.
Qui tutto è pien del suo poter , dal negro
Abete , che sull' erta a lui di grate
Ombre è ministro, e dal muggir profondo
De' torrenti cui porge orecchio intento;
Sino alla vite che dai verdi colli
Dechinasi alla riva, ove tranquilla
L' onda P accoglie reverente , e in dolce
Murmurc i pie lambendone, P adora.
Boschetti ombrosi , pergole virenti ,
Alberi antichi d' imbianchito ceppo
Cui vigorose ancor da' lati rami,
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— 165 —
Nove come il piacer, pcndon le foglie,
Porgongli d' ogni parie ov' ei s* aggiri
Popoloso il beato asU solingo.
Soli ngo asil d' api e d' augei incetto
Dalle più belle forme, e di gentili
Pinti mille color, che a lui dan plauso
Di canti dolci sì che meno assai
Lingua mortai varrìa. Puri, innocenti,
Di nulla paurosi, i vanni intorno
Schiudono a lieto voi, cbè tutto il brio
Di venturosa età sentono in petto.
Il lene mormorar d' onda che fuorc
Dalla fonte zampilli , o la caduta
Dell' erte cateratte, ed il susurro
Delle agitate foglie , e la socchiusa
Boccia dei fior, che il più soave ispira
Pensier della beltà, — per man d' Amore
Tutto ad un fin qui si rag un a e mesce.
TaJ che ancor non amò, qui le amorose
Arti apprender potrìa, giungendo in dolce
Lega la mente e il cor; quei che gli arcani
Già ne conobbe , di più viva fiamma
Preso quivi sarà, chè il divo è questo
Santuario d' Amor , dove alle vane
Cure si tolse de' mortali , e all' ira
Del mondo ingannator; chè tale ci nutre
Natura in sé che lo sospinge in alto ,
0 lo tragge a perir. — Ei nella calma
— 166 —
Persistere non può ; ma o cade , o *' erge
Ad incffabil godimento , ond' ei
Da queir etemo ben colle immortali
Felicità contendere potrìa.
Nè invan s'ebbe Rousseau trascello questo
Soggiorno ove locar quanti soavi
Affetti in cor chimica; ch'ei ben s' accorse
Come in esso l'Amor gli enti dovea,
Che puri uscìeno dal pcnsier, riporre.
E qui fu dove Amor la prima volta
A Psiche il cinto sciolse, e mille ancora
Rimembranze beate il loco serba.
Sublime solitudine profonda
Che ha voce, e sensi, e teneri sospiri ! —
Qui il Rodano a sé stesso il letto fessi ,
E v* erser l» Alpi minacciose il trono.
O Lausanne ! O Ferney ! D' uomini stanza (23)
Che famosi vi fer! Su perigliosa
Via cotesti mortali , ad immortale
Fama levarsi s' altentaro — e fama
Ebbero. — Ei fur spirti giganti , intesi
Il cielo a sovvertir , pari a' Titani ,
Con dubbj arditi , e rei pensier, che tratta
Avrìen su lor la folgore , se il cielo
Gli empj tentati de' mortai veggendo
Altro degnasse far , che sciorre un riso.
Mobile , ardente V un, ne' suoi desiri
Fantastico fanciul , picghcvol mente
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Ebbe quant' altri mai ; — gajo , severo ,
Saggio, od ardito — storico, poeta,
E filosofò insiem. Proteo novello
Cangiossi infra i mortali in mille forme.
Prima però del genio suo natura
Lo sprezzo fa, che come impetuoso
Austro , sperso mandò tutto che possa
Di giunger ebbe — or la demenza a terra
Cacciar tentando, ed or crollando i troni.
Tranquillo l'altro, e in un profondo, tutta
Quant* ebbe mente oprando , e ne* primi anni
Il senno e la virtù cauto mescendo,
Del meditar nutria vaghezza , ond' ebbe
Tesoro di saper; di più severa
Forma fur V armi eh* ei togliea ; solenne
Con solenne ironìa rito oppugnava.
Dotto nell' arte dello spregio , immane
Stizza , che nacque di viltà , ne* suoi
Nemici concitò, che lo dannaro
All' eterna geenna ; alto argomento
Che al dubbiar di quaggiù sì ben risponde!
„»
Ma n' abbia pace il cenere — chè pena ,
Se la mertaro , avran; — trarli a giudizio,
Nostro non è — meno il dannarli. Oh ! Fora
Verrà che ad ogni uman cotai riveli
Arcani alfin: sull'origliere tstesso
Si a usi speme e terror — de' monumenti
Nella polve che ognor certo fin polve.
Pur se un dì si rianima , siccome
N' impromcttc la Fe\ fia solo ond' abbia
Venia, od eterni orridi guai, qùal merta.
Ma dall' opre dell' uom , eh* io m' erga a quelle
Che a me dintorno il Creator diffuse;
E il carme insiem che de* miei sogni io nutro ,
Tal che nullo aver fin vorrìa, sospenda,
1 nugoli sul mio capo raccolti
Volgon dell'Alpi alle candenti cime:
Aggiungerlo vogl' io, quanto mi fia
Ad ora ad ora rivelar concesso
Tutto con occhio cupido guatando .
Finché alle regioni erte mi levi
Ove par che la terra agli astri, — vaga
Di giungersi con lor, — tenda le braccia.
Italia ! Italia ! — Al sol vederti , il grido
Delle trascorse età mi scende all' alma
Quasi lampo fuggente. — Oh l da quel giorno
Il c\ FI d ^3 l ci 1 1 1 1> 1 ci i |^ 1 \\ C & 1 1 ti t Iti
Quasi in ceppi t'avea, sino all'estrema
Luce di gloria , che de' tuoi tiranni
Alle tempie s' avvolse, o di que' saggi
Che a te crebbero onor, tu degl' imperi
Fosti il trono e la tomba i e tuttavia
Patria al genio ti mostri a cui nel petto
Arde la sete del saper; non tutta
Ancor teco sepolta, a lui tu schiudi
Quella pura sorgente che dai seue
Colli discorre venerata , e in essa
L' avido labbro a dissetarsi immerge.
Canti ordinati sotto tristi auspici
10 protrassi cosi. — Da quel che fummo,
E da quel eh* esser noi dovremmo , assai
Esser mutati — e spermentarlo ; — il core
In sé medesmo concitare: — ad ogni
Sguardo 1' odio , V amor celar con fera
Prudenza — e in un del sen gli affetti, — e i sensi —
Idee , — - crucci , — piaceri ; — esser di sua
Mente tiranno — oh! duro è ben per l'alma! —
Tutto , tutto appres* io — vano è il corrotto.
Per questi carmi ond* io tesseva un canto ,
Ei ben scaltriti esser potrieno — vago
Colorito ai trascorsimi davante
Oggetti, e eh' io pur trattener sul passo
Bramato avrei, perchè un istante inganno
11 mio n'avesse, e l'altrui cor. La fama
È bramosìa di gioventù: — ma tanto
Giovine non son io che degli umani
M' abbia qual danno , o qual di gloria lode
Il sorriso o il disdegno. — lo sempre solo
Fui e ancor sono : a me che vai se oggetto
Di rimembranza viva, oppur d'obblio?
Amor pel mondo unqua m ' ebb' io , nè amore
Unqua il mondo a me diè; — non io sue lodi
Mercai , nè curve le ginocchia trassi
Nanti agi' idoli suoi : — mie labbra al riso
Non costrinsi giammai — nè alcuno, al vile
Cullo ò° un eco strepitar m' udìo.
Ove più P uom s' accalca , a lui simile
Ei non mi tenne. — E seco er' io — non uno
Di sua gente però : — nel vel de' miei
Pensicr, da' suoi tanto diversi, avvolto,
Tale ancor mi sarei t ae non avessi
L' alma corretta che sé stessa ha domo.
Amor pel mondo unqua m'ebb'io, ne amore
Unqua il mondo a me dié : — pur , generosi
Inimici parila mei. E vo' credenza
Nutrir — benché d'altro m'avverta il mio
Senno — che foci v'abbiano alle cose
Corrispondenti, né fallaci sempre
Volgano le speranze, e siavi ancora
*
fa ri io voi virtù che degl' ignari
Alla fralezza non insidii ; — e a un tempo
Creder vorrei ohe sien de* cor capaci (24)
Le altrui miserie a compatir: — che due,
Od anco un solo abbiavi tal, siccome
Mostrasi ; — - ohe bontà non é perduta
Parola in tutto, e la ventura un sogno.
O figlia mia l col nome tuo principio
S'ebbe il mio canto: — o figlia mia! col tuo
Nome compiersi de'. — Sion io ti veggo —
Non io t'ascolto — eppur nullo potrebbe
Assorto in te starsi com" io. L'amica
Tu sol serbata a confortar de' mìei
Anni il tetro avvenir. Oh ! se giammai
Rivedermi potessi , alle future
Tue vision si mescerà mia voce ,
E sino aJ cor penetreratti — quando
Sarà ghiacciato il mio. — Paterni accenti
A te ridir saprà V istessa tomba.
Allo sviluppo di tua giovin mente
Attento sovvenir; — spiar l'aurora
• Di tue gioje infantili; — a te dappresso
Starmi , e «otto a* miei stessi occhi vederti
Crescere, e delle cose a poco a poco
La contezza ottener, onde sì spesso
Fia che si desti in te la meraviglia !
Te seduta talor su' miei ginocchi
Levemente cullar, e del paterno
Bacio stampar le rosee guancie — oh ! tanta
Ventura certo non men venne ; e pure
Congrua a me fu: — tal com* io son, nell' alma
Ignoto ascondo un turbamento — e panni
Di tal senso soave una scintilla.
Si , benché V odio mio altri volesse
Quasi debito apporti , oh ! non pertanto
Tu m'ameresti. Invano a te interdetto
11 mio nome sarìa, qual di sinistro
Augurio una parola — una spezzata
Speranza : invan chiusa fra noi la tomba
Stanasi — oh ! nulla fia mutato — ancora
— 172 —
Tu m'ameresti. Oh! s'anco — empio consiglio!
11 mio sangue giammai dalle tue Tene
Trarre ardisse talun , e si 1 potesse —
Tutto fia van — tu m' ameresti ancora —
Chè t'è caro il mio amor più della vita.
Tu se* figlia d'amor — benché nell'ora
Delle amarezze nata , e fra le angosce
Nutrita. — Oh ! questi gli elementi un giorno
Della vita si far del genitore:
Né men funesti son quelli che al tuo
Nascere presedean; — ma ben più mite
La tua fiamma vital fia; più felici,
Ed alte più le tue speranze. Oh I cheti
Sieno, e soavi alla tua culla i sogni ! —
Dall' oceàn ch'io varcherò, dal sommo
De' monti ov'or m'aggiro, in sul tuo capo
Tanti adunar vorrei propizj voti,
Quanti ne' miei martir, parmi che avresti
Tu pur sul capo al genitor raccolti.
A JOHN HOBHOUSE
SCUDIERE
Venezia, 2 Gcnnajo 4848.
Dopo un intervallo di otto anni fra la composizione dei
primi, e dell'ultimo canto di Childc Harold, sta per essere
trasmessa al pubblico la conclusione del poema. Separan-
domi da un cos'i vecchio amico, non dee far meraviglia che
mi diriga ad un altro più antico ancora, e più caro — a
colui che ha visto nascere e morire il primo , a colui al quale
devo essere riconoscente pei sociali vantaggi da lui procura-
timi, e per la sua amicizia illuminata, assai più di quello
che, — senza essere ingrato, — lo sia, o possa esserlo a
Childc Harold, per un qualche favore che da questo poema
possa venirne all'autore; — a colui che ho la fortuna di co-
noscere da gran tempo, e col quale ho intrapresi lunghi viaggi ;
— a colui che dimostrò tanta sollecitudine nella mia malattia,
ed il più vivo interesse ne' miei affanni ; — a colui che vidi
giojoso nella mia felicità , e tristo nelle mie amarezze ; franco
— 174 —
ne* consigli, confidente ne* pericoli; ad un amico spesso pro-
vato, e sempre rinvenuto fedele, — a te in fine.
Cosi operando , passo dalla finzione al vero ; e dedicandoti
nel suo stato perfetto , o almeno terminato , un poema che è
la più varia delle mie composizioni , desidero farmi un merito
dell' intrinsichezza che da più anni conservo con un uomo
cosi distinto pel genio, pel sapere, e pei più nobili sentimenti.
Non già che ad anime siccome le nostre convenga dare o ri-
cevere delle adulazioni ; però gli elogi della sincerità furono
permessi mai sempre alla voce dell' amicizia ; e non è già per
te, nè per altrui, ma per sollievo di un cuore non avvezzo a
provare tanta benivolenza dagli uomini quanta me ne viene
dalla tua anima generosa , che io procuro cosi di far note le
tue buone qualità, od anzi i vantaggi che n' ebbi ritratti. La
circostanza medesima della data di questa lettera, l'anniver-
sario, cioè, del giorno il più doloroso della mia esistenza pas-
sata, (che però non attossicherà il mio avvenire fin tanto die
avrò il sostegno della tua amicizia , e delle mie proprie
facoltà) , farà nascere oramai per noi un ricordo più gra-
devole ad ambedue, richiamandoci al pensiero questi con-
trassegni di riconoscenza che mi affatico a renderti per un
affezione costante ed istancabile per guisa, che ben pochi sono
gli uomini che abbiano potuto provare la somigliante, e elle
nessuno potrebbe esperimentarla senza pensare più vantaggio*
samentc dell'umana specie e di sè.
Abbiamo percorse insieme in epoche diverse le contrade della
cavalleria, della storia, e della favola ; — la Spagna, la Gre-
cia, l'Asia Minore, e V Italia; e ciò clie furono già pea noi
Alene e Costantinopoli , lo fu di recente Venezia e Rama. 11
•
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— 175 —
poema eziandio , o il pellegrino , od ambedue , m' accompa-
gnarono da quelle prime citta a queste ultime : e forse eli' è
vanità scusabile la mia che mi tragge a ripensare con com-
piacenza ad un opera che mi collega, in qualche modo, ai
luoghi che la inspirarono ed agli oggetti die ho cercato a
descrivere ; e per quanto ella possa essere indegna di queste
magiche memorabili contrade, per quanto possa apparire lon-
tana dalle nostre concezioni assenti , e dalle nostre impressioni
immediate; pure, come nota di rispetto per ciò che è ve-
nerabile , e di simpatia per ciò che è glorioso , questo poema
fu per me una sorgente d' ineffabili godimenti , e me ne se-
paro con una specie di dispiacere. Era ben lungi dal supporre
che gli avvenimenti avessero potuto lasciare in me una simile
disposizione per riguardo ad oggetti immaginarj.
Per ciò che concerne la condotta dell'ultimo canto, si tro-
verà che il pellegrino vi agisce meno ancora che nei prece-
denti , e che è quasi confuso coli' autore , parlando in suo
nome. Il fatto si è che mi stancai di segnare una linea di
separazione fra Aroldo e me, che nessuno pareva disposto ad
ammettere; — come il Chinese del Cittadino del Mondo
di Goldsmith, che nessuno volle credere un Chinese: — ed io
pretendeva indarno, ed immaginava di stabilire una di-
stinzione fra 1* autore ed il pellegrino. L' ardore col quale io
prendeva interesse a conservarla, e la mia fermezza a so-
ttenere non essere inutile questa cura , aveano talmente pre-
giudicato alle mie inspirazioni nella composizione del poema
che risolvetti di abbandonare questo stato di violenza, — e
1' ho fatto. Le opinioni già invalse e che insorgeranno in
appresso a questo proposito, sono ora un oggetto inditfe*
Digitized by Google
— 176 —
rente. L'opera dev' essere giudicata per sè stessa, e non per
rapporto a quegli che scrive. L' autore che non ha altro
ripiego nella sua mente fuor che la riputazione transitoria o
durevole derivatagli da' suoi primi saggi letterarj , merita la
sorte degli autori»
Nel decorso del seguente cantò aveva in pensiero, sì nel
testo, che nelle note, di sfiorare lo stato attuale della lettera-
tura degli Italiani e fors'anco dei costumi di questo popolo.
Ma vidi bentosto che il testo, nei limiti propostimi, poteva
appena contenere il labirinto degli oggetti esteriori , e le ri-
flessioni che ne conseguitano; e quanto alle note, da un ri-
stretto numero in fuori — e le più corte — io le doveva a te
Ble&sOy Hobhouse; e fui costretto ad accorciarle, per dare sol-
tanto ciò che servisse rigorosamente a dichiarazione del testo.
D* altronde, è impegno dilicato troppo, e veramente pe-
noso quello di disertare intorno alla letteratura ed ai costumi
di una nazione cosi eterogenea. Vi si esige un' attenzione, ed
un' imparzialità che c' indurrebbero a non troppo fidarci di
noi, od almeno a differire il nostro giudizio onde rendere
le notizie più esatte , — quantunque forse non siamo osser-
vatori disattenti, ed ignoranti della lingua, e degli usi di
una gente in mezzo alla quale abbiamo, non ha molto sog-
giornato. — Lo spirito di partito letterario, non meno che
quello politico sembra essere, od essere staio forte così che
si rende quasi impossibile ad uno straniero il rimanersi im-
parziale in mezzo ad essi» Basti adunque il citare a questo
proposito un passo di questa bella lingua: f) „ Mi pare che
(•) Questo tratto odi' Originale trovavi in Italiano.
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— 177 —
„ in un paese tutto poetico, che vanta la lingua la più nobile
„ ed insieme la più dolce, tutte, tutte le vie diverse si pos-
„ sono tentare ; e che sinché la patria di Alfieri , e di Monti
„ non ha perduto l'antico valore, in tutte essa dovrebbe es-
„ sere la prima. „ L' Italia serba ancora dei grandi nomi :
Canova, Monti, Ugo Foscolo, Pinderaonte, Visconti, Mo-
relli; Cicognara, Albrizzi, Mezzofanti, Mai , Mustonidi , A-
glictti, e Vacca assicurano all'attuale generazione un onore-
vole posto nei rami delle arti , delle scienze, e delle lettere :
in qualcuna anzi il primo : — 1' Europa — il mondo — non
ha che un Canova.
Alfieri dice, non so in qual parte delle sue opere : t , — La
„ pianta — Uomo — nasce più robusta in Italia che in
„ qualunque altra terra, — e quegli istessi atroci delitti
„ che vi si commettono ne sono una prova. „ Senza sotto-
scrivere all'ultima parte di questa proposizione, dettato pe-
riglioso , la cui verità può essere dispulata sopra un miglior
terreno , può però asserirsi che gl' Italiani non sono più feroci
di quello clic siano i loro vicini. Che dev' esser cicco volon-
tariamente o di crassa ignoranza colui che non è sorpreso
dalla straordinaria mirabile capacità di questo popolo , e della
sua facilita ad acquistare cognizioni ; che non ne ammira la
celerità delle concezioni, l'ardore del genio, lo squisito senso
del bello, ed in mezzo a tutti i disordini delle rivoluzioni
frequenti, del trambusto delle battaglie, e della rabbia del
tempo, la passione non estinta ancora dell'immortalità —
V immortalità dell' indipendenza. Ed allorquando noi mede-
simi cavalcando intorno agli spalti di Roma, sentimmo la
semplice querela dell'intercalare dell'agricoltore: „ Roma!
12
>
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— 178 —
„ Roma ! Roma ! Roma non è più conV era prima ! „ ne sa-
rebbe stato diffìcile di non osservare il contrasto di questo
melanconico metro coi ruggiti dei canti trionfali, che oggi
ancora fanno rintronare le taverne di Londra, sulla strage
del Monte San Giovanni, sul tradimento di Genova, dell'I-
talia, della Francia, e del mondo, da uomini de' quali hai tu
stesso esposta la condotta in un opera degna de' più bei giorni
della nostra storia. Quanto a me,
. „ non moverò mai coro a
„ Ove la turba di sue ciance assorda. „
Sarebbe inutile per gl'Inglesi il ricercare ciò che l'Italia
abbia guadagnato dall' ultimo ri pani memo delle nazioni, fino
a che siasi potuto determinare die l' Inghilterra ha acquistato
qualche cosa di più che un'armata permanente, e la sospen-
sione dell' Habeas Corpus ; basti ad essi U pensiero de' loro
proprj affari. In quanto a quello eh' eglino hanno fatto nelle
loro spedizioni e particolarmente nel mezzodì — neUa Spagna,
nel Portogallo — „ oh certo ne avranno la dovuta ricom-
„ pensa, „ nè forse l'ora è lontana.
Augurandoti, mio caro Hobhouse, un felice e gradevol ri-
torno in questa regione, il cui ben essere non può star a
cuore ad altri , meglio che a te , ti dedico questo poema com-
pleto, e mi ti protesto, ancora una volta
«
Riconoscente, ed affettuoso amico,
BTIOI.
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CANTO QUARTO
Vitto ho Toscana , Lombardia , Romagna ;
QuA monte che divide , e quei ch« terra
Italia , e uu mare e 1' altro che In bagna.
Ariosto , Satira Ut.
Stetti in Vinegia sul temuto ponte (t)
Che da' sospir si noma : ad ambo i lati
Era un palagio, e un carcere; e dall'onda
Scorgeane gli edifizj ergersi, come
Per magica virtù. Lor negre penne
Stendon mill'anni e mille a me dintorno
E a que' tempi remoti una morente
Gloria sorrìde , allor che stupefatte
Dell'alato Leon vedean cotante
Vinte contrade i monumenti e i marmi;
Quando Vincgia gloriosa, il trono
Posto sulle sue cento isole avea.
Marittima Cibelle allor allora (2)
Dall' oceàn sorgente ella rassembra,
Che nella pompa di sue torri altere
Dalla lunga s' eleva , e nell' incesso
•
— 180 —
Piena di maestà sull'onda impera. —
E tale ella si fa. — Ch' ebbero opime
Spoglie di vinte nazioni in dote
Le sue fanciulle, ed inesausto dielle
L'oriente tesor d'oro e di gemme.
D' ostro cinta splendeva, e alle sue feste
I monarchi traean , chè in lor fidanza
D'addoppiato splendore indi movea.
Or non più P eco di Vinegia il verso (5)
Di Torquato ripete, e taciturno
Discorre il gondolier per la laguna.
Crollan di sulla riva i suoi superbi
Palagi: nè all'orecchio ornai lusinga
Sai di musiche note. Ahimè 1 già furo
Suoi dì di gloria! — eppur Vinegia è bella;
Bella è tuttor. — Cadon gì' imperi , e sperse
L' arti sen van — ma non però si spegne
Natura mai : quanto costei diletta
Un dì le fu già non obblìa: divino
D'ogni piacer costei soggiorno, e della
Terra P eliso, e dell'Italia incanto.
Ma nome ella per noi serba più assai
Di sue glorie famoso , e di cotante
Magnanim' ombre ch'errano dolenti
Sulle mine di città , che senza
Duce, del primo onor orba si mostra.
È tal trofeo che con Kiallo s perso
Non andrà mai : Sbylock , e il Moro , e Piero
— 181 —
Mai non vcdransi nell* obblìo sepolti.
Basi inconcusse ei stanno, e s' anco tutto
Ruìnoso T orrevole si fosse
Monumento, per noi ripopolata
Tosto sarìa quella solinga riva.
Argilla agli enti non si mesce , cui
Lo spirto procreò; chè per essenza
Non soggetti a perir, in noi più pura
Stillan chiarezza, e doppiano di nostra
Esistenza V amor. Ciò che air inerte
Stupida vita il destin tolle in questo
Mortai servaggio onde siam vinti, tutto
Lo spirto creator tutto ne dona ,
Esseri eletti surrogando a quelli
Che odiosi ne sono ; e della vita
Nova freschezza in mezzo al cor riversa ,
Onde avvizzito il fior già si consunsc.
Tal per V incerta giovinezza , e tale
Per la cadente età riman conforto,
Quando nulla a colei fassi la speme ,
E T altra par fredda solinga. Assai
Fogli vergò quest* ingannevol senso;
E vien anco da lui forse cotesto
Che sotto agli occhi miei s* empie. Pur tali
Hannovi oggetti la di cui possente
Forma reale in obblìo sperde il nostro
Immaginar chimerico; sì vaghi
D'aspetto e di color, che par men bello
— 182 —
11 fantastico eiel , cui non aggiunge
Di quei bizzarri astri il fulgor che a mille
Nel «uo mondo ideal sparge la musa.
Simili io ridi, o di veder m'infinsi
Oggetti un tempo — oh ! sien perduti in Lete ! —
Mostrami pari al ver, poi come sogni
Fuggono , e qual che furo un, dì — tai souo
Oggi. — Potrei, dove il volessi, trarli
Di nulla altra fiata; cbè fecondo
È tuttavolta il mio pensier di forme
Eguali a quelle che cercai gran tempo
E rinvenni talor per brevi istanti.
Lungo , oh ! sien lunge ognor da me ! — chè desta
Ragione in cor quai futili e superbe
lllusion le £uata : altra or m' appella
Voce, e altra scena mi si para inuanli.
Altre appres' io favelle — ed agli estrani
Estrano più non son; non perchè tutto
Vegga intorno mutarsi, ei meraviglia
Lo spirto uno pur sempre: e già non pargli
Arduo il farsi una patria, o rinvenirla
In Inezzo — ahi lasso ! — o fuor d' umana stirpe.
Eppur nacqu' io colà dov' è ciascuno
« Di tanta patria , ed a ragion, superbo ;
E se potei dal bel terren che i figli
Liberi nutro, e saggi iusiem ritrarrai
E altra patria cercar di là da' mari ,
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— 185 —
Forse io t'amai cotesla patria: e, mentre
Sovra terreo non mio lascio la polve,
Fia che rie da colà 1' ombra , se scarchi
Dalla salma potrem scorre un asilo.
E speme ho in cor che nel natio linguaggio
Me nomino i nepoti: oh! ma se troppo
Ardito fosse un colai voto — e solo
Solo un istante la mia fama, al paro
Di mia felicità , splender dovesse ;
E se dal tempio ove a onorar gli estinti
Le nazioni accolgonsi , divelto
Per man del nero obblìo fosse mio nome —
Sia pur, non men dorrò: — sovra più degna
Fronte il lauro si veggia , e sulla mia
Tomba , dello Spartan s' incida il motto :
— D* altri figli miglior Sparta si vanta. —
Pur tuttavia di simpatie non curo,
Non imploro pietà : queste eh' io colsi
D'albero son che già ponea, le spine:
Elle mi laceraro — e dalle vene
Vivo sangue spicciò; — pur di tal seme
Qual frutto men verrìa saper dovea.
•
Orbo de' figli suoi piange perduto
Il mar d' Adria lo sposo, e l'assùeta
Nuzial festa più non si rinnova.
Abbandonato stà presso la piaggia
Di trista vedovanza il Bucentoro
Ornamento negletto. Ancor ristarsi (5)
— 184 —
Scorge San Marco il suo Leone al loco
Ch' altra volta occupò ; dileggio amaro
Di perduto poter tu quest' altera
Piazza , là dove in suppliche voi' atto
Trasse un Impcrador , ove di loro
Livor dier segno attoniti monarchi,
Quando reìna sfolgorante, e ricca
D' incomparabil dote era Vincgia.
Ove lo Svevo Federico un giorno (6)
Umiliossi, or di Lamagna ha regno
L' Imperadore : trionfante incede ,
Orgoglioso costui, dov' altri umile
Le ginocchia piegò; mutansi ancora
In provincie i reami, e ferrei ceppi
Gravano anch'esse le città rcìne.
Dall'erte roccie del poter, le altere
Nazioni discendono, poich' ebbe
Il sol di gloria sovra lor raccolti
Un istante i suoi raggi , e nel profondo
Degli abissi precipitan pur come
La valanga che staccasi repente
Da' fianchi della rupe. Oh ! dell' orbato (7)
Veglio cui preme V ottantcsim' anno ,
Di Bisanzio terror, Dandolo, un'ora 1
Enei corsier nanti San Marco ancora
Mostransi , e a' rai del sol pur tuttavia
L' auree barde risplendono : ma piena (&)
Non fu di D' Oria la minaccia ? Assai
/
_ 185 -
Infrenati i destrier forse non furo ? —
La reìna del mar vinta smarrita,
Che tredici scorgea di liberiate
Secoli in fummo volgersi , — com* alga
Dispar, cui Tonda, di che sorse, inghiolle.
Oh ! meglio assai fora per lei sommersa
Restar da' flutti vorticosi , e in seno
Degli abissi celarsi all' oste estrana
Onde infame sol viene ozio all' abbietta.
TuUa gloria ella parve in gioventute : —
Tiro novella, il più volgar suo motto
Membra fasti e trofei : — Pianta Leone,—
Tale il vessillo si nomò con cui
Di mezzo al ferro e al foco, in sulla doma
Terra, e sul mar soggetto ella movea.
Benché servi ogni dì traesse, sola
Libera sempre stette, ed all'Europa
Di scudo incontro agli Ottoman servìo.
Candia! ne attesto te ch'emula fosti
Di Troja, e voi flutti immortali al fero
Cozzar di brandi in Lepanto presenti !
Voi nomi chiari sì cui tenta indarno
Sperder ira di tempo, e di tiranni.
Vitree statue — spezzate — i cento suoi
Dogi son polve. Ma 1' immenso altero
Palagio lor dimora, ancor fa fede
Del vetusto splendor. S' ebbe V estrano
L' infranto scettro , il rugginoso brando.
— 186 —
Tuoi palagi deserti , e le tue vie (10)
Solitarie , tacenti , e ignoti rolli ,
Ahi , troppo spesso additano que' tristi
Che te , Vinegia , di catene avvinta
Vollero » e di dolor sparsero oscura
Nube sovra le tue mura divine.
Quando d' Atene succombeano i figli
Là sotto a Siracusa , ed all' ostile
Giogo mille guerrier curvar la testa,
Ei di lor libertà solo ministra (11)
Ebber l'Attica Musa: ella al nemico
Poter li tolse de* suoi canti a prezzo.
Vedi? — A misura che sui labbri suona
Il cantico guerrier, rista sai il carro
Del vinci tor ! Le redini di mano
Cadongli a un tratto ; — inutile da lato
Stà T oziosa scimitarra : — ei spezza
I lacci ai prigionieri, e vuol che plauso
Della ridata libertade , al vate
Rendano, e in un mercè pel divin canto.
Così, Vinegia, ancor che men si fosse
Legittimo ogni tuo dritto, e le grandi
Gesta obbliate stesser di che laude
Hai ne* storici fasti, il tuo pel sommo
Bardo soave sovvenir, e il tanto
Che a Tasso nutrì amor , spezzar que' ceppi
Non può che t' imponean crudi tiranni ?
Infamia il tuo destino è per le genti, —
Ma più, Àlbion, per te: che non dovrìa
L' alta Donna de' mar , chi dal mar venne
Abbandonar così: pensa che tuo
Esser ben puote il costei fato , ad onta
Che a te schermo il raarin flutto si mostri.
Vinegia amai ne» miei prim'aniù. — EU' era
Un incanto al mio cor; splendido asilo
Di gioja e di dovizie, e lei sorgente
Qual zampillo vedea dal sen dell' onde.
Otway, Radcliffe, Shakspeare, Schiller di lei (12)
Nel sen V immago m' iraprimeano ; e grama
Benché poi la vedessi , ella più molto
M' è cara nel martir , che se per anco
Orgoglio fòsse e meraviglia al mondo.
Col passato poss'io quella diserta
Ripopolare ancor — e assai le avanza
Di che lo sguardo ed il pensier si pasca,
E il freddo meditar, e vie più forse
Ch' io d'essa non avrei speralo e atteso.
Tra i più felici istanti onde talvolta
11 tessuto di mia vita rifulse
Havvene alcun, che da te prese i vaghi
Suoi colori, o Vinegial Hannovi affetti
Che per tempo non scemano , e la doglia
Scuoter giammai non puote; — o foran oggi
Gelidi, e al nulla ricondutti i miei.
Ma sulle rupi più sublimi dove (15)
Nullo al turbiue incontra evvi riparo
I
- 188 -
>
Erti gli abeti collocò natura.
Contro la roccia sterile, tenaci
Abbarbicarsi tu gli scorgi u' sola
Una zolla non v' è che li rafforzi
Ali» urto fier delle tempeste alpine.
Pur crescono i lor ceppi , ed i muggenti
Aquiloni disfidano sin tanto
Che coir immane tronco, e cogli eretti
Sino alle nubi spessi rami, degni
Delle rupi si veggiano , i di cui
Informi massi di granito furo
A que' debili appoggio onde poi quelle
Forme giganti sorsero. — Tal puote
Ergersi in sen delle bufere un'alma.
In desolato solitario petto
Più profonde del duol quaggiuso in questa
Vita affannosa allignan le radici.
Carco il cammello d'onerosa soma
Non di querele, e Torme affaticate
Pel suo sentiero alterna; ed in silenzio
L' ultimo fiato il lupo esala. — Oh I nulli
Tali esempi ne fian? Se i bruti, razza
Ignobile, silvestre, un sol non danno,
Dilacerati dal dolor, sospiro;
Noi d' argilla più nobile informati
Inetti a sostener, saremo il certo
Nostro desìi n — che un breve di sol dura?
Strugge ogni duol lui che n' è cólto , o strutto
Ei medesmo riman, e — sia qual vuoisi —
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D'esister cessa: avvi tallio che ardente
Di nova speme il cor, onde s' è tratto
Rieder si piace, e medita simili
Atti, e suoi di ritesse; altri col dosso
Chino alla terra , e dell' età cadente
Còlti anzi tempo da' malori , ad una
Colla canna cui tennersi perirò.
Altri a devozìon si Tolse , e questi
Alle fatiche attese, e quei nell'opre
Sudò di guerra; ed un ligio a viriti Le,
Uno al vizio si fu: ciascun confórme
A scendere o a salir pronta ebbe l'alma.
Ma invano il duol soggiogasi ; chè sempre
Qualche traccia rimanvi, appunto come
Dello scorpio, invisibile, ma pregna
Di sempre novo affanno è la puntura.
Impreveduta sovra il cor ripiomba
Leve cagion quel cruccio ond'ei scevrarsi
Ognor vorrìa: fora' egli è suono — o grato
Melico accordo — estiva sera — o vaga
Notte d'aprii — un fior — un'aura — o V onda
Dell' oceàn che ti riapre in petto
Le mal sanate piaghe, e senza posa
Forte scote l' ellettrica catena
Che d'anella invisibili ne cinge.
Onde questo, e perchè? — S'ignora; e indarno
Seguir vorrem sino alla nube donde
Scaglioni , l'atro fulmine da cui
L'alma é percòssa: delle nove offese
Ben l'ambascia n' assai, né tanta è in noi
Potenza che del suo corso disperse
Mandi l'atre vestigia, ond' è che tolti
Repente — allor che men t'estima — ai dolci
Domestici pensier, reggiani fantasmi
Contro cui vano è scongiurar; un core
Freddo — mutato — o spento amico forse —
E que' per che si pianse — e que' cotanto
Amati , ed or perduti — ahi 1 troppi , s' anco
Breve il novero lor cosi n' appaja.
Ma lo spirto disviasi. Or si r appelli ;
Chè la fralezza d'ogni cosa in terra
N' invita al meditar. — Ruina io stesso
Fra le mine — de' caduti imperi
Cerco gli avanzi , insin che m' abbia un segno
Dell' orgoglio che fu , lungo una terra
Che sovra tutte gloriosa apparve
Nel suo prisco poter; lungo una terra
Che sovra tutte ancor vaga si mostra,
Siccome in ogni tempo essa V eletta
Della natura fia, che già si piacque
Con diva man colà finger 1' eroe ,
L'uom libero, il magnanimo, il gentile, —
Del suolo il doroator , il air dell' onde ,
Di Roma il cittadin. — Terni di regi l —
Sin da que' giorni , ed oggi ancor leggiadra
Italia, se'giardin del mondo, e d'ogni
— 191 —
Arte bella l'asil; tu di natura
Pensier primo e diletto: — anco diserta
Qual ti dimostri, ov' é chi te pareggi?
Belli perfin son del tuo suolo i rovi :
Belle le ine ni te tue ville , e più ricche
Che d' ogni altro terren la più feconda
Gleba — lo stremo tuo gloria rassembra ;
E ineffabile incanto han — che a ritorre
Nullo varrìa — le tue ruìne istesse.
Surta è la bianca luna, e pur non anco
Regna la notte — poiché a lei contrasta
Del cicl, debil crepuscolo, il domino. —
Siili' erto azzurro vertice de' monti
Di che s' adorna il Friuli , latamente
Un oceano di luce si diffonde.
Sgombro è Tetra di nubi, ma di mille
Color sì varj tignesi, che pare
Iride immensa in occidente vòlta
Là 've alla scorsa eternità fra poco
Confonde rassi il di, mentre tranquillo
À rincontro pel cheto aere azzurrino
L' astro notturno pallido viaggia ,
Tal eh' isola beau all' uom rassembra, .
Sola una stella le é d' accanto, e seco (14)
Del ciel parte l' imper; ma sui lontani
Dell' Alpi Rezie ultimi gioghi ancora
Versa i torrenti di sua luce , presso
A tramontare , il sol : qual se lottanti
— 191 —
Stessero notte e di , sin che non abbia
Reclamate le sue leggi natura.
Gradevolmente della Brenta P alto
Flutto si volve , cui P ultimo raggio
Del sol che muore il bel color comparte
Di che la rosa allo sbocciar s' inostra ;
Purpurea tinta che dell' acque il corso
Segue , e di meno a lor sorge riflessa.
•
Del chiaro speglio in sen si riproduce
Intero il firmamento , e ad uno ad uno
Tutti i color tì spiegati la vaghezza
Di lor riflessi magici : — dal ricco
Crepuscolo — alla stella allor sorgente. . —
Or la scena minossi: un denso velo
Opaca più sui sovrastanti gioghi
L'ombra protese, lì dì che fugge, pari
È al morente delfin che ognor diversi
Da ogni tremito suo , più vaghi sempre ,
Sino all' ora fatai mostra còlori :
— Che più? — la tenebrìa tutto ravvolse.
»
.
V ha una tomba in Arquà — che dal terreno
Sporge: l'ossa di lui che mentre visse
Fu di Laura amator posano in chiusa
E da brevi colonne arca sorretta.
E là color convengono , cui dolce
È la mesta armonìa — dell' inspirato
Suo genio, pellegrin. — Ei parve in terra
Nova a crear favella, ed il natio
— 195 —
Cielo dal giogo a svellere derristi
Che Topprimeano.— Ed immortai lui fóro, (15)
Que' sì soavi carmi in mezzo al pianto
Nati, onde sempre 1' albero irrigava
Che reca il nome ancor della sua Diva.
« *
In Arquà 've morìo serbasi il santo (16)
Cenere: in grembo a quella terra cìnta
Tutta di colli, ove gli estremi trasse /
Giorni del viver suo. Di tante or vanno
Memorie alteri gli abitanti : — oh 1 degno
D' uom quell'orgoglio! — e acccnnan reverenti
All' ammirato viator , del grande
Vate il letto e la tomba, ambo modesti,
Ambo semplici al par, pur venerandi:
Chè al vederli tal senso in noi si desta
All' indole dei suoi canti conforme ,
Più assai di quel che non sarìa, se a lui
Fosse eccelsa piramide sepolcro.
Il cheto , che a soggiorno ci si trattato ,
Gradevole abituro, é tal che sembra
Per quegli enti creato, a Cui mal nota
Lor fralezza non é; che volta in fummo
Ogni speme veggendo, alla solinga
Ombra trarsi bau desio di verde poggio,
Donde lonlan lontan le rumorose
Veggon cittadi, ornai resi securi
Dall' empie frodi lor. Del sol la pura
Luce, vai di per se, perchè felice
Volgasi per que' saggi il giorno intero; 13
— 194 —
•
Allorché lungo i colli ad essi innante
Schiara i fiori e le faglie, o in mezzo al cheto
Rio si riflette, alle cui verdi rive
Pura , siccome quelle limpid' onde ,
Traggono in dolce ozio la vita , assorti
In soave languor, che di fiacchezza
Veste sembianza, e altro non è che freddo
Filosofar. — Se in social costretti
Nodo a viver s' apprende , a noi maestre
Dell' ultim' ora esser dovrìan le selve.
Chè non celansi là lusinghe , o vane
Cure seguaci : — è V uom solingo ; — nullo
V ha con cui s' intcrtenga altri che Dio ;
Oppur queir atro dèmone , che i retti (17)
Desìi dell' uom tutti corrompe , e tenta
Sua dira esercitar possa sui mesti
Cori cui tal largìo sin dalla culla
Senso natura , eh* ove più tremendo
Domina orror, e più profondo il bujo
A soggiornar li trae : che sè all' angosce
E a pene interminabili dannati
Credono, e lor sanguigno il sole, e tutu
Sterminato sepolcro appar la terra;
E il sepolcro un inferno, e di più orrende
Cinto r inferno istesso alte tenèbre.
O Ferrara ! E non par che sulle tue
Vaste contrade ove germoglia il cardo, —
Pur simmetriche assai perchè si veggia
Che allo squallore, ed al silenzio poste
Non fnr , — dimmi , e non par — che un esecrando
Volo si compia , là dove soggiorno
Ebber tuoi primi re , dove gli antiqui
Prenci d' Bste regnàr nelle tue mura
Per molti e molti secoli potenti :
Conculcatori, e difemor — secondo
Che il consiglio de' regoli si muta , —
Di crac' che al crin s' avvolsero la fronda
Che pria d'essi Alighicr solo si cinse.
Lor gloria il Tasso , e lor vergogna ! — Il divo
Canto ne intendi: osservane i' oscuro
Carcere, e fra le squallide pareti
Che asilo al vate suo poneva Alfonso,
Di Goffredo al cantor ve' quanto amara
Gloria nudrissi ! Ma P iniquo indarno
Despota trarre s'attentò domata
Quell'alma oppressa dalle ambasce, cb' ei
Dell' eterea sua fiamma orbar volea;
E cqgP insani mescerlo nelP atra
Statua dove sospinto ebbelo il tristo;
Ma una gloria im mortai dalla divina
Fronte scosse le nubi, e le disperse.
Ne' secoli avvenir chiaro quel nomo
E lacrimato andrà , mentre che il tuo ,
Alfonso, nel!' obblìo fora — con essa
L' indegna polve dell' orgogliosa
Tua stirpe che nel nulla si dissolse,
Se P anel che t' aggiunge alla funesta
— 186 —
De' guai catena onde fu il Tasso oppresso
Non n'astringesse a ripensar la tua
Alma crudele , e con dileggio il nome
A ridirne esecrato ! — Or che s' è fatta
La splendid' aula , e che le tue ducali
Superbe pompe? Ove cresciuto in altro
Stato ti fossi, appena a lui che Unto
Per te, crudo 1 patìa , schiavo saresti.
Tu nato ai prandj , e al vitupero , pari
A' bruti cui coglie anzi tempo morte;
Se non che V esca più pregiata , e avesti
Più magnifico il tetto. Ei — glorioso (18)
Per quella che alle tempie intorno mostra
Aureola che mandò sperso, avvilito
Ogni nemico suo: — rissosi figli
Del gran consesso dalla Crusca detto?
E Boileau che biasmar invido parve
Quc' dolci canti onde movea vergogna
Per la discorde sua paterna lira
Le cui fila ineguali han tale agrezza
Che r orecchio dilacera e tormenta.
All'oltraggiata ombra di Tasso, oh pace!
Piacque al crudo destin eh' et cosi fosse
Alle saette avvelenate segno
Cui la calunnia in lui vivente, o nudo
Spirto avventò, saette che giammai
Córlo però doveano. — Oh ! non ancora
Superato Cantor da quelle etadi
Che a te estinto successero I — Infiniti
Esseri ogni anno affacciami alla vita :
Ma , oh quanti ! oh quanti ! ancor dovran da' flutti
Di novelli legnagli ergersi, pria
Che dell' immensa inutil turba un solo
Abbiavi, un sol che a te sia pari ! — In uno
Ogni lor raggio giungerian, che mai
Un sole ei ne trameno a te rivale. —
•
E pur , grande qual sei , tali infra* tuoi
V ebbero a te simili , anzi che sceso
Fossi qui in terra; delle bolge inferne
L' uno , e de' Cavalier 1' altro cantore.
Quei tosco nacque, e genitor la Diva
Commedia l'appellò: questi , di lui
Chiaro non men , lo Scott onde cotanto
Il mezzodì si vanta , è il menestrello
Che nel magico suo verso comparve
Di nove forme creatore, e pari
All' Ariosto boreal cantava
„ Le Donne, i Cavalier, l'Arme, gli Amori. „
II folgore spezzò quella che cinse (19)
L' èneo di Ludovico altero busto
Fittizia fronda, nè già parve un segno
Di funesto avvenir; ché quel di lauro (20)
Serto verace ond'è Gloria ministra
Ad albero pertien cui non aggiunge
Fulminea fiamma : e quel eh' eli' arse , finto
Ramo, fu spregio all'onorala fronte.
t
— 198 —
Pur se chiude taluno alma nel petto
Che a tanto evento si commova , ei sappia
Che tutto che la folgore percome
Santo in terra si rende: indi novello (21)
Al fulminato capo onor s' accrebbe.
Italia! Italia! 0 tu cui dié funesto (22)
Il ciel don di beltà , perché di mali
• E passati e presenti orrendo incarco,
Infelice ! redavi , oh I sulla tua
Fronte , ancor vaga , abbenchè umìl , profonda
Traccia l'onta imprimeva, e fur vergati
In lettere di foco i fasti tuoi.
Oh dio! perchè, nuda qual sei, men bella,
O più possente almeno io non li veggio?
Chè de' tuoi dritti «ervatrice , hmge
Cacceresti da te Unti che solo
Anelano al tuo sangue ed al tuo pianto,
Malaugurata Donna, enipj tiranni.
»
Più formidata allor saresti , o meno
Altrui d'invidia oggetto, e in povertate
Fatto secura, aspra cagion di lutto
La beltà di tue forme unqua ti fora.
Visto allor non avrem falangi a mille
Giù dall' Alpi piombare a divorarle :
Né qucll' orde nemiche , onde colante
Fur vastate provincie, or sulle rive
Del Po s' adunerìano a far sanguigne
Sue limpid' onde, né tua vii sarìa
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— 199 —
Tutela il brando estrano, e detestata,
O vinta o vincitrice, al tuo bel piede
Più non trarresti la servii catena.
Errante in gioventù , la via di quetto (23)
Roman percorsi, all' ultimo consorte
Genio di Roma , a Tullio amico : — e mentre
Scorto il naviglio da' propizj venti
Rapido si traea sulle azzurrine
Acque, vidi Megara a me rincontro
Sorgere, e a tergo Egina abbandonando,
Ebbi a dritta il Pireo, Corinto a manca;
E chino a lungo dalla prua guatava : —
E per tutto mine all'occhio vago
Sporgeansi, e quale un dì Sulpicio, tutta
La desolata scena a me s' aperse.
Chè il tempo rialzar mai non poteo
Le demolite rocche , e solo a mezzo
Degli avanzi dispersi eresse umili
' Qua e là tuguri , che più mesti , e insieme
Più grati assai ne fan gli ultimi raggi
Dell' ecclissata lor pompa, e i vestigi
Di svanito poter. E già il Romano
Fin da' secoli suoi vedea coleste
Di superbe città tombe disperse
Che tanta in cor destan pietade; e i fogli
Dov' oggi ancor ne leggi il fato, arcane,
Surte da quel vagar, serbali dottrine.
— 200 —
Or questi fogli io gli ho dinanzi, e al tristo
Novero degl' imper che ruinosi
Ei deplorava , e ruinati io piango , .
Dell' istessa città, sua patria, l'alte
Ruìne aggiungo. Ahi l ciò che un dì fu guasto
Guasto è tuttora : e Roma , ahi ! — la superba
Roma, de' nembi al furiar pur giacque.
Anch' essa desolata or si palesa
Di muriccie cosparsa, e sulla salma (24)
Della città gigante il più passeggia,
D' un mondo avanzo lacero le cui
Ceneri miserande ardono ancora.
Italia 1 e pur di tue sventure il suono
Echeggia invan di terra in terra, e 1' ode
11 più remoto abitator: del!' alme
Arti tu madre, qual di pugne un giorno
L'eri: il tuo braccio che ne fu già scudo,
Nostra guida è tuttor. Oh ! del verace
Culto custode ! A' piedi tuoi devoti
I popoli 8' inchinano, ed umili
Del ciel le chiavi impetrano. Pentita
L' Europa un di del parricidio , fia
Che tue catene infranga, e sbigottiti,
E alle sorgenti lor sospinti, quanti
Barbari flutti hanno innondate e guaste
Le tue campagne, chieggano mercede 1
Ma alle marmoree mura Arno ne invita
Ove P etnisca Alene implora un dolce
D igmzefl by Goog le
— 201 —
Tenero scino, e non invan, pe'suoi
Palagi onde t raspar magico incanto.
Cinta d'amene collinette a guisa
D'anfiteatro ella in gran copia miete
Le colme spiche , e da' racemi spreme
Il dolce umor, né a lei la pingue manca
Oliva , e pieno 1' Abbondanza il corno,
Della vita ai piacer puri sorride.
Dalle rive 've 1 lieto Arno rivolve
L' onde feraci , ingenerò più grandi
Il commercio le pompe, e le sepolte
Scienze insino allora in rio letargo
Sorsero ad ammirar l" alba novella.
Ivi la Dea d'Amor viva nel marmo (25)
Ama per anco, e del suo bello intorno
L'aer riempie. A quel divino aspetto
Mirando , un senso tal 1' anima invade
Che dell'eterna sua vita è favilla.
Dilacerato innanzi a lei de' cieli
Quasi il velo rassembra: e sbigottiti ,
Nelle divine sue forme fisando
L'avido sguardo, contempliamo in quella
Faccia immortai quanto di grande possa
Umano spirto concepir, laddove
Sembra muta impotente anco natura.
E sol n' avanza a desiar l' innata ,
Ne' prischi tempi agli amator concessa
Fiamma , possente a suscitar nel freddo
Marmo senso e color, anima e vita.
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— 202 —
Attonito lei guata , e tosto il
L' uom di colà sviando , errante scorre ,
Tanto quel di beltà gli occhi n' abbaglia
Sublime raggio. E il cor? — Al miro incanto
Cui resister mal può, commosso langue.
Là — sempre là — dell'arti al trionfante
Carro avvinti siam noi, né d'un piè solo
Possa a ritraivi abbiam, fatti cattivi.
Lungi — eh 1 lungi da me le speciose
Voci con che 1' artefice nomarmi
Ogni vezzo sapriane a parte a parte: —
Spenti gli occhi avem noi ? — Forse V espressa
Dal dardanio paslor chiara sentenza
Il sangue — il polso — il cor non ne rafferma?
Queste (orse cingèi candide forme
Quando all' Ideo garzon traesti innanzi ,
O se ad Anchise tuo — d'ogni mortale
Avventurato più — scendesti , o Dea !
O d' ogni vezzo tuo ciuta apparivi ,
Siccome allor che a' piè languìati il fero
Nume di guerra, debellato anch'esso
Da quello, oltre ogni dir, leggiadro viso?
Come un astro immorlal ei la divina
Faccia contempla, e a' tuoi ginocchi il capo
Appoggia; il suo nel aio bel guardo intende, (26)
E nelle tue si bea membra celesti ;
Mentre, quasi da un'urna, a mille a mille
Piovon da ' labbri tuoi gli ardenti baci
Che le pupille iuondangli, e la fronte,
E la tremola bocca palpitante.
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D' ineffabile amor lutti compresi ,
Né anco l'essenza degli dei potrebbe
Ridir quai sien nell'alma, o più compiuto
Renderne il godimento: chè simili
In tutto allora all'uom son essi; e tali
Negli umani destin volgonsi istanti
Che di libar degni ne fan quant' avvi
In Olimpo dolcezza: ahi ! ma V impaccio
Della creta mortai ben tosto al fondo
De' martir ne ripiomba , — e sia ! Che tolta
Non ne fia però mai la ricordanza
Di visioni dilettose; e possa
Di crear sempre avrem da tutto ch'ebbe
Corpo un tempo, o l'avrà, soavi oggetti,
Che del tuo simulacro abbiano o Dea,
Forma, c le avvivi il tuo soffio celeste.
Dotto calamo il vanto abbiasi, o il saggio
Inteso a meditar, o delle belle
Arti il cuhor severo, o chi l'Imita,
Di ridir quanta fuor da quel divino
Marmo si mostri venustà di care
Voluttuose forme: — ei definita
Mandin Costei che definir non puossi.
Ch' allo disdegno anco m' avrei se impuro
Lor fiato appanni il limpido cristallo
Ove eterna per me posa reflessa
Quell'immagine dia. — Speglio fedele
Che tal sogno rivela il più soave
Di quanti sien dal ciel scesi giammai
Alma a bear ne' suoi pensier ristretta.
Di Santa Croce il sacro tempio «erra (27)
Cener che «acro più lo rende: polve
I minor tal d 1 per sè , 8* anco nuli' altro
Fosse colà fuor del passato , e queste
Particelle mortali onde già tempo
Genj sublimi si vestir , che furo
Nel caosse primier poscia ridimi.
Qui Buonaroti, e quivi Alfier riposa;
E V ossa in un co' mali suoi del divo
Galileo sonvi: e qui ritorno al loto (28)
Fé' donde uscio di Machiavelli il frale.
Quattro Genj fur ei si peregrini
Che d' essi , quale un dì dagli elementi ,
Novella creazion trarsi potria l
O Italia 1 Quel che te vinta avvilito
V imperiale tuo manto superbo
Dilacerava a brani a brani — il tempo;
A nuli' altra assentì terra , nè mai
L'assentirà , che di sublimi ingegni
Feconde sien le sue ruìne. — E ancora
In te caduto, serbasi divina
Un' aureola che tutto ti riveste
Di vivifico raggio: e ciò che i tuoi
Sommi un tempo già furo — oggi é Canova.
Ma dove mai color posan che tonto
Ad Etruria splendor crebbero ? — Dante ,
Petrarca , e sol minor di loro , il Vate
Della sciolta favella , ei gajo spirto
Che le cento creò d' amor novelle ? —
— 205 —
Ov' è il cenere lor perchè scevra io
Dalla polve cornuti resti, da cui,
Vm*£i»fBi« parvero distinti?
Ignoto ei fia ? Né un sol de' patrj marmi
V'ha che d'essi n'accenni? Or non poterò
I toschi monti dar di che ne fosse
In breve busto almen viva l' immago?
0 confidato ei non avrìeno il sacro
Frale alla terra che lor dié la vita?
Lunge Dante perla dalle tue mura , (29)
Fiorenza ingrata! E, novo Scipio, dalla (30)
Straniera tomba a te crudel si lagna.
Le fazioni tue, di cieca ardenti
Ira, peggior di ciril guerra, il Bardo
S'ebber proscritto, cui de' figli i figli
Da redato rimorso in cor riarsi,
Culto daran, che l'onta scemi, etemo.
Quel che Petrarca al crin delfico serto (31)
Sino all' estremo de' suoi dì s' avvolse ,
Estrania terra gliel nudrìa, — nè tuoi
Furo altrimenti — benché a te rapiti —
1 suoi dì, la sua fama, c la sua tomba.
Ma al terreno natio le sue commise (54)
Ceneri il Certaldese. — Or non s' aggiunse
Al novero di tanti egregi figli?
Né degli estinti il cantico solenne
Spesso suonò sovra colui che l'alma
Lusinghiera creò tosca favella ,
Quest' armonica «1 , che melodìa
Ogni sua voce par — della parola
Magico carme? No: — ch'anzi riversa*^ m
L' a ve I ne fu cui d' insensata plebe
Oltraggiava il furor; nè aver più mai
Fra gli estinti men noti asil potèo,
Nè pietoso un sospir sul labbro trarre
Del passeggier, che appreso esso gli avria
IT fosse quel sospir sparso, ed a cui.
Delle più chiare sue reliquie priva
È Santa Croce , nè perciò men cerche
Sono, o onorate men: ch'anzi elle primo
D'ogni bennato cor furo pensiero,
Neil' augusto recinto ; appunto come
Più ricordato un dì, mentre gli estremi
A Cesare fur resi onor funebri ,
Perchè il busto n' avean tolto , il più grande
Di Roma cittadin, Bruto si vide.
Più felice Ravenna 1 Oh 1 di cadente
Impero ultimo avanzo 1 a te nel grembo
L'esule egregio ebbe riposo. Anch' ella
Di polvere immortale Arquà si vanta;
Mentre Fiorenza , indamo ognor richiama
La spoglia di Colui che un giorno espulse.
Che è mai per noi la sua di preziose (33)
Pietre eretta piramide? E che mai
Son porfido, diaspro, agata, e ricchi
Marmi d'ogni color che serran l'ossa
De' Prenci tuoi a vii mercato intesi?
La guazza , che , nel mentre in «è riflessi
Mostra gli astri notturni , al guardo splende,
E il verde muschio sulle tombe irrora
Surte ad estinti il cui sol nome è fama ,
Dall' innati pie che l'ha premuta, assai
È venerata più, che tutti questi
Marmi che a regie sono ossa coverchio.
Sulle rive dell' Arno , e nelle sale
Di superba magion, dove le amene
Arti stanno a consesso, e la di marmi
Avvivatrice Dea siede daccauto
Alla Suora gentil ricca de' vaghi
Colori di che in cielo Iri s'abbella,
E T una all'altra il primo onor contende,
Sienvi pur quanti il cor valgano oggetti,
E lo sguardo a bear, — io non roen curo:
Chè per costume il mio pensier vaghezza
Ha di ritrarsi a' lieti campi in mezzo
Meglio assai che colà dove s'aduna
Quanto ha 1' arte di grande e di gentile.
Pur alle opre ove mirasi distinta
Splender del genio la scintilla, omaggio
Non ricusa lo spirto; abbenchè tutto
Quel violento affetto ond' è capace ,
Nutrir per esse gli si vieti , attratto
Per contrario sentier da' suoi desiri.
E T errar mi diletta in sulla sponda
Del Trasi memo lago , e ne' funesti
Per l'ardito Roman distretti un tempo,
E più pei lari suoi : chè tutti quivi
Del Duce di Cartagine presenti
Fansi gì* inganni al mio pensier , e quanta
Arte in opra ponesse onde il nimico
Trar fra' monti e la riva — in que' mal noti
Ardui sentier, dove scorati e scemi
Dell'usato valor succombon mille
Militi generosi , e di lor sangue
Gli straripati ingrossano torrenti ,
Che alla longinqua valle affrettan , tutta
Di deformi cadaveri coverta,
Simile a desolata ampia foresta
Che il turbine schiantò. — Tanto nel tristo
Dì della pugna il furor era ; e tanta
È la sete di sangue onde 1' umana
Mente accecata altro non vede o intende
Che l'eccidio, il terror, che mentre fera
Più ardea la mischia, orribilmente scosse (34)
Un tremuoto la terra, e inosservato
Pe' combattenti fu. Né un sol, sdegnosa
Di tanti orror natura esser s' accorse ,
Che in profonda a' lor piè s' apria vorago
Que' mille a seppellir che sui cruenti
Lor pavesi giacendo, onor di tomba
Cercar parean. Tale è il furor, che avverse
Le nazioni ad empio ludo incitai
Pe' combattenti allora era simile
A naviglio il terren , che a gonfie vele
Traeali — in ten d' eternità. Ben ei
Scorgeansi intorno il pelago, ma tempo
Di guatar non avean per dove vólto
Fosse il navil. Sospese eran per essi
Di natura le leggi, e dall' orrendo
Brivido cólti già non fur, che tutti ,
Gli esaeri sbigottisce allor che forte
Diè crollo il suolo: e a ricovrarsi intende
Nelle nubi ogni augel dai nidi scossi ; —
E gli armenti pei campi tremebondi
Errano, e l'uom nello spavento a minuta.
Ma diversa d' assai scena , or ne porge
Il Trasimeno: argenteo vel rassembra
Il lago suo, nè, se P aratro togli,
V ha chi le zolle ne sovverta: tanti
Vecchi tronchi qui son, quanti gli estinti
Già fur che tutta ricovrìan co testa
Terra , eh' oggi le lor radici asconde.
Ma un rio — cui poca è P onda — e poco il letto,
Da' torrenti che allor corser di sangue
Ebbe suo nome: e il Sanguinetto accenna
Il loco ove sgorgò dalle secate
Vene, la terra ad inondar, quel caldo
Fiume, che rubre fea le acque dolenti.
•
Ma tu , Gli tunno , alle tue rive presso (35)
Ove sì pure volvi e cristalline
L'onde, che mai più limpido lavacro
. Ebbe alle sue polite membra alcuna
14
Najade vaga; — tu l'erbe novelle
Cresci virenti ognor di che si pasce
Il candido giovenco : oh ! tu votato
Fosti al più puro degli dei cui sorga
Più caro e più innocente in fronte il rìso.
D' esecrande giammai stragi teatro
Ei per certo non fu : — chè alle più degne
Figlie della beltade è specchio, e spesso
Anco ne terge i delicati avori.
Nella piaggia beata, a te, Clitunno,
Sul declivio d* un colle un tempio ancora ,
Cui breve V atrio , e il penetrale è breve ,
Sorge , e di te memoria serba : e 1' onda
Colà volve più cheta, e par che dorma.
Spesso il pesce guizzar dalle lucenti
Squamme vi scorgi , ohe lento s' aggira
Pe' tuoi liquidi strati ; e pur talvolta
Una svelta ninfea voga tranquilla
A fior d' onda sin là dove in più basso
Seno con gentil murmurc s' accolga.
Oh ! non partir, che benedetto innanzi
Non abbi al Genio tutelar di questo
Lito amabtl cosi. — Se più soave
Un zeffiro sen vien che ti carezzi
Dolcemente le gote — ei te V invia:
Se più gentile assai di sulla riva
Una zolla ti par; se la freschezza
Di questo cielo swhicente in petto
Spande il nettare suo, ed alla polve
Arida il toglie della vita , e in questo
Di natura battesmo un breve istante
Lo tuffa onde più mondo indi risorga : —
E se i crucci dal tuo capo sviarsi —
Di tutto rimerlar lui sol tu dei.
Oh! quél ti' onde mugghiar !— Sonante casca
Giù per dirupi Orrìbili il Velino ,
Ch' entro un abisso eh' ei medesmo aperse
Poscia co' flutti si sommerge. — Oh ! grande
D' onde il cader ! — Rapido al par di raggio
Che tutte cose in un balen discorre,
Precipitosa volvesi , spumante ,
Lucida massat crollano gli abissi.
D' acque orrenda vorago I — ove muggenti
S' addensano, s' incalzano, s' ingorgano
Pi i tu i tanti ad ognor ; mentre le stille
Di lor perpetuo agonizzar, che air atro
Flegetonte sfuggir, sovra scheggiati
Cadono enormi massi , ond' è siccome
Di orrendi, atroci testimon ricinto.
Spumose intino al ciel à'ergon le stille,
D' onde in assidua pioggia indi converse
Ricadono, vestendo intorno intorno
Con quella vaporosa onde son chiuse
Nebbia incessante , d' un eterno aprile
Le erbette che ognor roride , siccome
Smeraldo all' occhio splendono. — Oh ! l' immane
— 212 —
Baratro cujJb ! - dove impetuoso
Di trarupo in trarupo e stroscia e sbalza
1/ elemento gigante , e schiaccia orrendi
Massi che all' urto irresisiibil , giuso
Travolti si sfracellano, e là dove
Caddero, spaventoso apresi il varco
La sterminata piena : — e tale il tonfo
K* odi quando precipite giù piomba ,
Ch* anzi che fonte ond' abbiano le rive
Neil' ima valle serpeggianti origo ,
Lei sorgente di giovine diresti
Oceano uscito allor dalle divise
Rupi feconde di novello mondo. —
Volgiti , e mira 1 — Or non ti par che armato
IT eterna possa ad inghiottir quant' avvi
Che al suo corso s'opponga, ella s'avanzi?
De' suoi stessi terror beando il guardo, (36)
Cateratta cui nulla è che s' adegui ,
Orribilmente bella l — E sovra questo (37)
Gorgo infernale allor che i primi raggi
Sorgono del mattino , ad ambo i lati
Posando il roseo piede Iri s' affaccia :
E siccome al morente appar la speme ,
Ella ne' suoi color vivida splende ,
Mentre quapt* è d' intomo in guisa orrenda
Ha guasto e strutto il vortice dell' onde.
Talché raffigurar potriasi in questa
Doppia scena , V Amor che con sereno
Occhio contempli la Demenza e rida.
— 215 —
Un' altra fiala ancor salgasi sovra
Gli Apennin cupi , Alpi nascenti , cui —
Se già non avess' io quelle superbe
Rocche ammirato, colà dove ondeggia
Lungo dirupi sterminati il pino,
E la valanga ruìnosa mugge , —
Novo omaggio darei : — ma d' ammontate
Nevi coverto cui unqua non presse
Orma mortai Jung fra u già vidi : e vidi
Lunge, e dappresso di candenti ghiacci
Il Monte Bianco carco, e intesi il cupo
Rombo del tuon di Chimari sui gioghi
Acroceraunj detti al tempo antico:
E vidi in sul Parnasso a voi librate
Le aquile altere che del sacro loco
I genj amici sembrano, siccome
Già fur di gloria in altra età foriere.
E con iliaco sguardo io m' affisai
Nell'eria rupe Idea. Se Olimpo ed Alo
O 1' Etna , o I* Atlante io mai volessi
Agli Apennini comparar , qual fora
Più maestade in lor? D' essi più nullo
Carco ha di nevi il dosso, e sol la vetta
Del Soratte s' imbianca , a cui la diva
Lira abbisogna del roman Cantore ,
Onde in noi desti il sovvenir. — S' eleva
A mezzo egli del pian, pari a maroso
Lungo tempo sospeso, e in sulla riva
- 214 -,
A frangersi vicin, che un breve istante
Ripiegato in sé stesso anco s'arresti.
Serbi chi vuol dì lui memoria, e a mezzo
De' suoi classici affetti alle ripeta
Sentenze, ed il Latino eco ridesti:
Chè nella foga de' miei fervid' anni
Troppo sdegnai V apprender verbo a verbo
Con lunga inedia i pieni eletti carmi,
Perchè di riferir abbiami il vanto
Nulla di ciò cho mi richiama il vano
Giornaliero fardcl sotto il cui pondo
La manchevol mia mente oppressa giacque.
E benché a meditar tratto poi ra' abbia ,
Sovra di quanto appresi allora, U tempo;
Pur così inveterata in me rimase
La ritrosìa di quel!* età, che milk.
Di novità per me resa Y ebbrezza ,
Gran tempo pria che il mio pensicr potesse
Quel diletto provar eh' ei stesso avrebbe
Cerco dappoi , se libero rimaso r
Da quel che fur punto mutarsi i miei
Pensier poterò, e ciò che odiai detesto.
S' eli* è così, tu che abborrii pur tanto,
Non per gli errori tuoi, ma sì pe' miei,
0 Venosino, addio! Qual rio martire
1 tuoi lirici modi intender, quando
Di sentirli il poter ne manchi ! In mente
Serbar tuoi carmi , e non averli in grado ?
9
— «15 —
Benché meglio di te nullo riveli
Sofo di nostra tatti * ita i danai ;
Né di te meglio alcun Tate n' accenni
Dell' arte sua le leggi : e abbenebé solo
Fra mille tu con maggior senno irrise
De* mortali mandar tappi la colpe ;
E i cor torpidi scota, e non offenda; —
Pur, Venosino, addio I — Te del Soratte
Sul prediletto vertice abbandono.
Roma! Citta dell'alma 1 0 tu 1' eletta
Sovr' ogni terra a me ! Qui si riduca
Quale ha vedovo il cor , e in te s' atn*i ,
D' imperi che già fur madre diserta !
E nel petto profondo i suoi soffoghi
Levi martir. — Ohi ebe mai fieno i nostri
Affanni i nostri guai ? — Vien ! tu cui sono
Angosce del morir d'un dì le pene;
Vieni, e questi cipressi osserva, e il tristo
Odi gufo ulular, e l'orme imprimi
Sovra troni speziati, c le ruìne
Dc'tempj: — sotto a' nostri pie s'accoglie
Fral come frale è umana argilla — un mondo.
Delle genti la Niobe! — Ob vedi! — immota
Stassi : figli non più , non ha più scettri ,
Fin la favella nel suo duo! le manca.
Un' urnsr vota eolla scarna mano
Afferra, ma da gran tempo dispersa
N'andò la sacra polvere: non serba (39)
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— 116 -~
De Scipioni il cenere Y avello.
— Mancar fino alle tombe ì loro eroi ! — ■
E tu, Tebbro vetusto, ancor le tue
Onde rivolvi placido daccanto
A que' marmi deserti ? Oh ! sorgi , e V onta
Alfin di Roma tua co* fluiti ascondi!
11 Vandalo, il Fedel, la guerra, il tempo,
E 1' onda , e il foco , strussero 1' orgoglio
Della città dai sette colli. Tratte
Ella slessa vedea sue glorie all' imo ;
E ogni suo lume spento , e pel famoso
Sentier del Campidoglio ove in trionfo
Il vincitor salia, scorrer superbi
Sovr' agili corsier barbari regi.
D' ogni parte non miri altro che torri
Crollanti, e templi eversi, e demoliti
Magnifici palagli — Oh l di mine
Caosse! — E chi potrìa discerner questo
Deserto, e fioco spargere barlume
Sugli avanzi negletti, e dir securo:
— Ella è costà — là fu , — quando di notte
Gemina lutto la tenèbra involve?
Nolte d' etade, e d' ignoranza , cui
L' ombra diè vita sol , avvolse , e avvolge
Quanto n' accerchia qui. — Di nostra via
Consci noi sol per dilungarci errando ! —
Sue carte ha I' oceano , e lor celesti
Sfere hanno gli astri ove accennar 1' uom possa
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Quali e quanti elli «ien : — Roma — ella sola ,
Qual deserto veggiara dove n' è tolto
Tutto — perfin la rimembranza. Appresi
D' improvviso gioir , gridiam , gli è vero >
Palma a palma battendo , ancor da lunge
— Eureka — ma sol mentre a noi dinante
Di macerie baglior falso s'affaccia.
Ahi ! r altera cittade 1 Ahi ! que' trecento (40)
Trionfi suoi, e il dì quando brandìa
Bruto il pugnai, che più famoso assai
Parve d' acciaro alla conquista avvezzo.
Ahi! la di Tullio dolce suadente
Favella, e i canti di Maron, e il vivo
Ritrar di Livio I — E in essi eterno almeno
Vivrà di Roma lo splendor: — ma il resto?
— Solo è ruìna e fia. — Ahi 1 per la terra ,
Che non avrà più mai gloria qual ebbe
AUor che in libertà Roma vivea 1
Tu che alla rota di Fortuna il carro (41)
Fidavi, o vincitor Siila! — cui piacerne
Del tuo patrio terren Toste sconfitta
Trarre , pria che , il domìn posto , agli oltraggi
Da tua barbarie provocati, esporti;
Tu che la sovra il tuo capo addensata
Non volesti raccor giusta vendetta,
Anzi che avesser le aquile le penne
Suir Asia intera debellata , scosse : — »
Tu il cui solo cipiglio avrìa potuto
uJk — 218 —
Sperder senati — e tu , benché macchiato
Da' vizj tuoi (otti Roman , che osavi,
Con ghigno che attutar l' ire potèo ,
Depor ciò ch'era più di regio serto —
La dittatoria palma ! — Oh ! tu potevi
Antiveder sovra qua! fronte un giorno
N' and ria quel aerto che immortai ti fea?
Potevi antiveder, eh* altri potesse
Trarre, fuor else un Roman, Roma in catene?
Colei che eterna si nomò; — che mai
Die il brando a' figli suoi che di vittoria
Non s' intuonasscr cantici; — colei
Che degl' immensi suoi Casti adombrava
Tutta quanta la terra , e ardimentosi ,
Sin dell'orbe ai cònfin, vanni dislese,
Cui riverir le genti onnipossente ! —
Primo fra tutti i vincitor vetusti
Fu Siila, e d'ogni usurpator più saggio, —
Siila di nostra età , — Cronwell si vide.
Ei pur senati disperde* poich' ebbe
Vólto in ceppo di morte il real seggio.
O ru belle immortali — Vedi quai costa
Delitti orrendi un sol di libertade
Istante, e il sani appo i nepoti un nome !
Pur di qual documento a noi maestro
Il suo destin non fu? Quel di che due
Fiate il vide vincente, e poscia estinto,
Conquistava due regni , e più felice
V ultimo suo sospir vital rende*.
Il terzo dì di quella luna appunto (42)
Che cinto lo scorgea di regio «erto,
Queir istcsso il mirò , dall' usurpato
Soglio caduto, re adersi alla terra
Donde prima sortì. Cosi fortuna
N'ebbe appreso per lui, come al suo sguardo,
Fama , poter , e quanto avvi che possa
Esser quaggiù d'invidia oggetto — rui
Crucciose ardon le nostre alme sospinte
Per rischioso sentier — tutto — da meno
Appar di freddo tumulo. Se tale
L' uom pur guardo s' avesse , oh ! come tosto
Fora in meglio mutalo il suo destino!
E tu , immago temuta , o tu di suda (13)
Velata maestà le austere forme ,
Tu d' impuri assassin tra le confuse
Grida la salma insanguinata a' tuoi
Piedi cader di Cesare vedesti:
Tu il vedesti nel suo manto ravvolto
Dignitoso morir. Vittima al tuo
Aitar volata da colei che impera
Sui mortali non mcn che sugli dei ,
Inesorabil Nemesi 1 Perìa
Cesare, e tu Pompeo, tu pur cadevi !
Quali appellarvi deggiam noi? Temuti
Vincitori di re foste, o alle genti
Qual deriso fantasma in finta scena?
E tu a Roma nudrice 1 — O da celeste (44)
Fiamma, lupa percossa! — A le le mamme
— 2*0 —
Nell'enea forma lor sembrai] del latte
Che già i forti crescea turgide ancora,
Là del palagio a mezzo ove ammirata
Stai qual vetusto monumento. — Madre
Di Roma al primo Sir, quel suo feroce
Ardir dal petto ei ti suggea che adusto
Mostrasi tuttavia per la saetta
Con che il Roman Giove ti colse: — e pure
Teco per anco i gemini non veggio
Pargoletti immortali ? Oh ! non abborri
Tu dunque ancor da' tuoi materni affetti ?
Mainò: — ma quanti nutricavi, d'alma
Ferrea guerrieri or più non sono , e surte
Di lor tombe già fur città novelle.
Di ciò che abborrir parvero, modello
Tosto gli uomini fersi , e di lor sangue
Macchiàr le zolle: — essi pugnaro, e furo
Vittoriosi ancor, le orme da lunge
De' Quiriti seguendo : e alcun non ebbe ,
Né aver poteo, nè alla sua patria darlo ,
Imper che il loro agguagli. 0 un solo forse
Orgoglioso mortai, cui non per anco
Il sepolcro ingojò, ma per sè stesso
Domato — vive — e de' suoi schiavi è schiavo! —
Di fallace poter vittima insana ! —
Qual Cesare illegittimo, del primo
Tolse l' orme a seguir con pié non pari :
Che men terrestre del Roman nel .petto (<5)
Fu lo spiro vitale , e ben più forti
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FT eran gli affolli : — ma più fredda egli ebbe
Meme, e istinto immortai che le fralezze
Di passionato cor benché valente,
Librar poteano; or di conocchia armato
Cleopatra il vedea, secondo Alcide, —
Ed or, rieduto in sé, gridar s'udì*:
— Venni, ridi, espugnai! — Ma Quei che volle
Spinger le aquile a voi, siccome stormo
D' addestrati falcon , natiti all' armata
Gallia : Colui che al crin spesso ricinse
Il nobil serto di vittoria, in seno
Ostinato chiudea cor riluttante
Non che ad altri, a sè stesso: indole il cielo
Bizzarra diegli: un sol difetto, primo
Però fra tutti , ardealo: — insano orgoglio ! —
Ebbe una mira — e qual ? Fors' ei potrìa
Dirlo, — o il pensiero aprir che il cor gli affanna?
Tutto o nulla cercò: nè che l'avello
Ineluttabil lo adeguasse, ei volle
Da quel sommo aspettar. Pochi anni ancora ,
Ed in pari destin con que' superbi
Cesari, ch'oggi il nostro piè calpesta,
Stretto or fora — il destin reo della tomba ! —
La tomba! — Oh! vedi cui sorgono alteri
Trofei per man del vincitore , e a cui
Tanto di sangue pelago e di pianto
Sparga , e pur sempre spargerà la terra !
Pelago, dove all' uom nulla di speme.
Arca compar; marèa che s'inabissa,
Poi fremente risai ! — Oh t ne riluca
Alfin, gran Diol d'eterno patto il seggio!
Deh ! che si miete mai negl' intristiti (46)
Campi di nostra tabil creta? Angusti
Sensi , debil ragion , vita che a paro
Col dì tramonta ! È gemma il Ter che in seno
Degli abissi si cela; e tutto libra
La corrotta dell'uso ingiusta lance.
L'opinione è onnipotenza — il cui
Vel cerchia l'orbe di tenèbre: larve
Son vote il male, il ben, e l'uom s'imbianca
Per tema che il solar raggio sui torti
Giudizj splenda, e sieno aperti i feri
Criminosi pcnsier, e vira troppo
Mova una luce a irradiar la terra.
Così affannosi i giorni suoi, di figli
Peggior di lui misero padre, vivo
In età che al mal far vie più trabocca ,
L' uobi si trascina : altier di sua corrotta
Natura incede , e , tratto all' ultim' ora ,
Redar funesto di demenza a nova
Stirpe trasmette in ceppi nata : ond' ella
D' addoppiarli bramosa , i brandi afferra ,
E, più che trarsi in libertadc, a guisa
Di gladiator, sparge il suo sangue: e dove
L' un giacque estinto , ahri a pugnar si tragge ;
E all' esangue un novel , come sui rami
Le foglie s'avvicendano — succede.
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Delle umane crederne io non favello : —
Fra V uomo e il Creator eon esse. — Eventi
Leciti , veri , e non ignoti io parlo ; —
Eventi ch'ogni dì veggonsi, ogni ora.
— Parlo del doppio che ne grava il collo
Importabile giogo, e di palesi
Fraudolenti pensier dì tirannia.
Di quel che i Donni della terra fero
Editto sanguinoso , ond' avvien eh' ei
Imitatori di colui si fanno
Che de' superbi un dì fiaccò V orgoglio ;
E con potente concussa r li tolse
A quel che in trono gli awincea letargo.
Qual gloria ei non n' avria cólto se avesse
Sol tentata del suo braccio la possa ?
Debellare il tiranno, oh! niuno il puote
Che tiranno non sia? Né alcun campione
Avrà la liberta , né generosi
Figli quali vedea sorgere un tempo
Dal suo sen la Colombia, alk>r che tutta,
Siccome Palla, in un balen di sue
Arme coverta rivelossi? O denno
Ne' deserti costor nudrirsi , in fondo
A secolari selve, o infra gli orrori
Delle sonanti cateratte, dove
AH' infanzia di Washington sorrise
La nutrice natura? O più non serba
Di tal seme nel sen la terra, o avaro
Fu con Europa di cai rive il cielo ?
Gallia di sangue inebriossi, e tutu
Vóto la tazza della colpa, e furo
Suoi Saturnali e fien per ogni etade ,
Per qualsiasi contrada infesti al santo
Regno di libertà: ché i di tremendi
Che, noi presenti, volsero, e la vile
Arabizion che muro d'adamante
Fra l'uomo e il suo sperar solleva — estremo
Ignobil atto or dianzi a noi dimostro, —
Simulati pretesti erano tutti
Dell' eterno serraggio onde corrosa
Par la pianta vi tal dal sommo all' imo :
Che al misero mortai rendean funesto
Più del primiero il suo cader secondo 1
Eppur — tuo sacro, o libertà, vessillo
Lacero, e innanzi ognor sospinto, al nembo
Simìl cbe porta il folgore, lottante
Stà contro i venti; e la tua voce eh' have
Suon di guerriera tuba, abbenchè fioca
Or si veggia e morente, anco più forte
Fia che s' oda al cessar della tempesta.
Privo l'albero tuo di fiori e fronde,
D'allor che i rami ne spezzò la scure,
Allo sguardo non mostra altro che acerbe
Cicatrici che ognor grondano sangue.
Ma serba ancor succo vitale — e posti
Profondamente i bei semi ne furo —
Fin nelle boreali ultime terre;
Ond' è che il cor nello sperar s' allieta
D'almi germogli in più ridente aprile. .
Una vetusta torre avvi, munita (47)
Di cittadella al par; macigni orrendi
Baluardo le son, che d'irruenti
Falangi renderìan vane le prove.
Ella è colà muta solinga, e serba
Parte de' merli ancor su cui dugento
Lustri tessean queir ederoso manto —
Eterno serto che le fòglie sulle
Ruine scote dell' età fugace.
Questa rócca che fu? Qual mai ne' suoi
Anditi occulti si nasconde acervo
D' auro, e di gemme? — EU' è di donna tomba.
Ma qual era ella mai costei che tanta
Spiega pompa d'avello, abitatrice
Di sì altera magion? — Fu casta e bella?
Degna di regal talamo — o più assai —
Di quello d'un Roman? — Quai dal suo grembo
Emerser prodi , e quali eroi ? — Qual ebbe
Fanciulla erede di sue grazie ? — O come
Visse ? — Com' ella amò ? — Come morìo ? —
Se tanto onor le si concesse — e tanto
Monimento per lei s'aderse, dove ■
Osato non avrìa giacersi oscura
Salma, certo si fu, perchè immortale
Fosse un destin che nulla ebbe d'umano.
Una ella è fórse tra le eccelse cui
Dello sposo 1' amor fu tutto? — Od una
Di lor che fero all'altrui toro oltraggio?
15
Che gli annali di Roma accennan come
Anco ne' tempi i più vetusti v'ebbe
Di queste ancor. — O forte madre al paro
Di Cornelia si vide? — 0 intesa solo
A turpi gioje , di moine e Temi
Maestra parve , qual P egizia fea
Amabile Reina ? — O di virtute
Tal fé' schermo nel cor , che vane in lei
Fossero Parti del sedur? — Sospinta
Da soave pendio P alma ebbe forse
Al terreno sentir proclive? — O saggia
Dall' amor si ritenne, a lui di scherno
Voci mettendo sol ? — Chè lai delP alma
Sono e sì opposti gP imperami affetti.
Nel fior degli anni suoi forse perìo 1
Fors' anco al pondo del martir non resse
Grave assai più del grave monimento
Che il suo cener ricopre: un'atra nube
La beltà ne velò; di rie tenèbre
Si cinsero que' bruni occhi , funesto
Presagio del destin che a' suoi più cari
Serba il ciel — morte prematura. — Ed ella
Tanta vaghezza diffondevi intorno
Che tale appena è ver P occaso il sole.
E d'una luce sfolgorar ohe strugge —
Espero di chi muor — le rosee gote ,
Alla foglia autunnat fatte simili.
Forse in età senil morìasi , — a tutto
Ch' ella amava superslite, bellezza,
Cognati , e figli — in lunghe trecce avvolta
Argentea chioma pur recando, orni' ella
Rammentar possa un non so che de' giorni
Di grazia e di beltà, quando in gentile
Modo sul capo l'annodava, e oggetto
Era d'invidia, di desir, di laude
Alla romulea gioventù. — Ma dove
Trascorre il mio pensicr? — „ Sposa al più ricco
Roman , Metella giacque „ — Ignoto, è il resto.
Quel monimento, sol ne mostra quanto
Del consorte 1' amor tosse o V orgoglio.
Non so perchè : — pur mentre stemmi immoto
Innanzi a questo tumulo, tal senso
Mi si affaccia a) pensier, come se nota
A me costei che nel suo sen rinserra
Fosse stata talor: ed alla mente
Altri giorni ricorrono agli accenti
Di già sentita melodia; mutato
Benché il suono ne sia, reso solenne
Qual di tuon rombo che lontan si perde.
Pur non potrei qui dimorar su questa
Pietra seduto d' edera coperta,
Sin che di forme i miei pensicr — cui vita
Gli spersi del passato avanzi diero .
Che le ruìne additami — rivesta ?
Degli erranti da lunge infra gli scogli
Assi spezzati or non .potrei di speme
Navicella costruirai, onde sovr' essa
- 218 —
Coli' oceano altra fiala starmi
Lottante, ed affrontar, quando più forte
È l'eterno lor mugghio, i minacciosi
Flutti sonanti , che vèr la soli riga
Traggono riva ove peria quant' era
Di più caro al mio cor? — Ma s' io valessi,
Da ciò che risparmiò l' onda nemica,
Tanto d' infrante tavole a raccorre
Che a formar basti il mio naviglio, a quale
Parte, a qual lido drizzerei la prora? —
Più non m'alleila il focolar natio:
Speme e vita dispregio ; ed uno , un solo
Nutro desir: — ciò che qui veggo anelo.
Ruggano gli aquiloni ! — Unico mio
Concento d' ora in poi Ha la possente
Lor voce, e nella notte ululi e strida
1 gufi mescerannovi , siccome
Gli ascolto adesso che ecclissato il raggio
Appar sovra il nativo orrido covo
Del tristo augel delle tenèbre. Etema
Fra lor vicenda d' ulular, sovresso
li monte Palatin mettono, i larghi
Occhi sbarrando eh* ardono di viva
Luce sinistra , e i vanni atri battendo. —
In cotanta d' orror scena , che fia
Ogni umano martir? — De' miei non parlo.
L' edra , il cipresso , i rovi , e le serpenti
Erbe miste , confuse , ed ammontate
Qui crescono: poggetti, ove già furo
Dorate loggie, formansi: crollanti
A i-chi, colonne scavezzate, e scisse
Vòlte , e grotte soavi in sotterrane
Converse umide stanze, ove a dilungo —
Poiché di notte tenebre le estima
Che a mezzo giunta sia — volteggia il gufo : —
Palagi questi son, terme., delubri?
Chi '1 può decida: chè nuli' altro, nulla,
Fuor che nude pareti, intravedervi
La scienza potrìa. Leva lo sguardo (48)
Al Monte Imperiai! Così finisce
Ogni grandezza tua, mortai superbo!
Tal dalle storie d' ogni gente a noi (49)
Vien documento. In ciò eh' or è , riflesso
Quanto era un dì si mostra , e libertadc
Dappria, poi gloria: — e, poiché questa sparve,
Dovizie, turpitudini, corrotta
Mente — barbarie in fin. Tutta in cotesta
Pagina , meglio assai che ne' suoi mille
Volumi , sta l' istoria accolta : quivi
Dove avaro il tiranno e orgoglioso
Ratinati traca quanti tesori ,
Quanti piacer V occhio , V orecchio , e P alma
Possano desiare, e la parola
Chieder: — ma lunge i vani accenti! Appressa!
Vieni — ammira — ti hea — spregia — sorridi
Piangi: — quivi appagar qual più uel petto
— 230 —
Volga senso potrai. — Doni! tu sospeso
Fra un sorriso e una lagrima \ Temuti
Regni e secoli affollami su questo
Monte, di cui l'egual vertice tue
Piramide di troni ammonticchiati,
E si di gloria fulgida che parve
Luce da lei ritrarre il sol novella.
Ove son suoi palagi? £ le dorate
Volte? Ove V uom che di costrurle ardisca?
Era Tullio di te meno eloquente ,
Senza nome colonna, a cui sepolta
La base sta fra le macerie. Oh I i lauri
Che il crine ornaro a' Cesari , che sono? —
L' edera al mio de' suoi palagi avvolgo. —
Cui questo trionfale arco , o cotesta
Colonna sorse eh* io ravviso? A. Tito?
Forse a Trajan? — non già; *- cui dunque? — Al tempo!
Trofei, tetti, colonne, il tempo, quello
Che sì vi muta', su di voi sorriso
Mette di scherno: invase un simulacro (50)
Apostolico il loco ove già l'urna
Imperiai sporgevasi le cui
Ceneri avean cosi sublime il seggio;
Nell'etra ascose, del profondo a mezzo
Gel di Roma azzurrin, connni agli astri.
Quel che già le animò spirto, l'eccelsa
Stanza abitar merlava ei ben. L'estremo
Ei di color che sull' intero mondo
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Regnar — I 1 Orbe Roman che , lui caduto ,
Braccio non v' ebbe a regolar bastante ,
Sicché perdute far le sue conquitte. —
D' Alessandro più grande , ei le sorrane
Sue virtù non macchiò di Sangue, o turpi
Lascivie molli nella reggia, e il nome (51)
Di Trajano fra noi sfavilla ancora.
Il colle de* trionfi ov* è, quel sacro
Colle là dove Roma i valorosi
Vincitori suoi figli al sen stringea?
E del Tarpeo la rocca ultimo d' alta
Perfidia segno, atroce balzo, ch'ogni
Insana passion ne' petti estinse , —
Salto de'traditor? — Quivi a deporre
Non venne forse il vincitor le spoglie
Tolte a* nemici? — Venne:.— » ed or su questo
Piano che a noi s' apre dinanzi , dieci
Età di risse dormono tranquille ! —
Eccolo, il foro, ove s' udlen cotante
Immortali suonar voci: eloquente
N' è l'aura — ancor tutta di Tullio accesa!
Di fazioni e libertà teatro
E in un di gloria, e d' esterminio : tutte
Le passion di popolo superbo
Qui divampàr, da quel primiero istante
Che nascente scorgea 1' impero, a quello
Quando più terre a conquistai: non ebbe.
Ma già da tempo un denso vel copria
— 232 ^
La fronte a libcrtade, e la licenza
Usurpati n'avea diritti e nome.
Allor che, sciolto d' ogni fren, potèo
11 soldato più vii premer col piede
Di pavido senato i muti schiavi,
Ed a vii prezzo la venal parola
D' uomini comperar più vili ancora.
De' dieci mila or tacciasi di Roma
Feri tiranni, e si rivolga il nostro
Sguardo all' ultimo suo Tribun, che molli
D' onta rivendicava e di tenèbre
Lustri — V amico di Petrarca ! — speme
Dell' Italia — Rienzi ! 0 de' Romani (52)
Ultimo ! Oh I fin che alcuna foglia al guasto
Tronco di liberta germogli , tutte
Tessano ognor ghirlande anco alla tua
Tomba : — orator degno del foro — duce
Del popolo — e novel suo Numa — a cui
Ahi ! troppo breve il ciel concesse il regno.
Egeria! 0 creazion d' un cor cui nullo (53)
Mortale asil del seno tuo più degno
E seducente più parea — ne' suoi
Pensieri vivo sol. Qual che tu sii —
Qual che tu fossi allora , — o giovinetta
Alba de' cieli , o di garzon languente
Ninfa ideale: o forse ancor, terrena
Beltà, che omaggio di reale amante
Avesse, — oh! sia l'origo tua qual vuoisi, —
— 233 —
Sempre nobil pensier fosti, e di forme»
Oltre ogni umana idea, vaghe vestito.
Il muschio del tuo fonte, ancor di tua
Elisia linfa è rorido; dinanzi
All'antro che la tua sorgente copre
Rispettata dagli anni, avvi nell'onda
Del loco il Genio amabile riflesso,
Cui nel!' ombrato asil solingo V arte
Coli' opre sue più non deforma: in chiusi
Marmi dannati i limpidi cristalli
A dormir più non son, ma in bel zampillo
Dalla base si svolvono del tuo
Placido simulacro, e in serpeggiante
R annali ruscel forman cadendo
Brevi cascate, insin che traggon lunge
I fiori e l'edra ad irrorar commisti
In disordin fantastico. Le verdi
Colline son di primaticci fiori
Smaltate intorno: l'agile dai vispi
Occhi negra lucertola nell'erbe
Celasi, e a te garriscono gli augelli.
De' più vivi color mille diversi
Fioretti ornati, par che umìl preghiera
Movano al passeggier perchè non tocche
Sien le corolle dilicate , cui
Quasi magico fascio auretta scote.
Di negletto color, bello pur tanto I
La violetta pinta, è careggiata
Da mite spiro, e par che nel leggiadro
Manto siale riflesso il cielo azzurro.
- 33 4 —
E qui — di questo asil blando ti festi
La stanza, Egeria, a te diletta: e quivi
Ad ogni leve mormorar che desto
Aveste il tuo mortale amante, in petto
Dié palpiti quel cor tutto celeste;
E le tenèbre sue notte addensava
I vostri a ricoprir teneri arcani.
Assisa allor presso al tuo vago , oh ! quale
Accorre non dovèi nel sen dolcezza !
Questa grotta a celar fiamma divina ,
Certo , e onde seggio a santo amor si fosse
Oracolo primier — formò natura.
Ne' tuoi soavi mistici trasporti ,
Dimmi, a celeste sen, seno mortale
Giungevi mai ? Né mai I* amor che nasce
Sol di sospiri , e ne' sospir sen muore —
Mai le vive libò gioje celesti P
Né virtude era in te da far che eterne
Fossero quelle gioje, e ne' terreni
Gaudj spirar almo di ciel contento?
E cacciare il venen dalla saetta ,
Senza che n'abbia a rintuzzar la punta? —
E l'insoave sperdere pienezza
Che tutto strugge ? — E sradicar dall' alma
Le spine che sì reo le dan travaglio?
.
Ahi I di fiorita età gU affetti in nulla
Converte il tempo, o si rincontrali solo
In orrido deserto. — Iodi il funesto
Di mille spine germogliar — l'ebbrezza
— 235 —
»
I
Dell' impeto — que' fior , vaghi cotanto
All'occhio, e fin nell'imo aen corrosi,
Fior che olezzo non dan che non aia fero
Alla mente martir, alberi i coi
Succhi son morte : — ecco il mal seme eh' ogni
Umana passion di sotto ai passi
Nutresi , intanto che s' avvia pel tristo
Mondan deserto, indarno di celeste
Frutto niegalo a' suoi desir dolente.
O Amori Non tu dell'orbe incola sei; —
Serafino invisibile, nel tuo
Nome crediamo, e gli affannosi petti,
Di questa diva fè màrtiri sono.
Né alcun te vide mai, nè mortai occhio
Te mai vedrà, qual esser dei. Concetto
T ebbe l' umano immaginar che d' enti
Il cielo popolò , da' proprj tratto
Fantastici desir: e questa forma,
E quest' immago ad un pensier concessa ,
Forte, possente, e senza posa intorno
AH' inqueta — consunta — annighittita —
Soffrente — straziata alma s'aggira.
Di sua propria beltà lo spirto lasso
Spingesi incontro ad increati oggetti
Deliro: — or donde mai, donde traea
Il Genio quelle che ne' marmi ha acuite
Sembianze ? — Oh 1 sol da' suoi pensier ! — Potrìa
Cosi vaghe crear forme natura?
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— 256 —
Dorè sono le grazie e le virtudi
Che sogna in gioventù Tardila menlc,
E in più matura età rimembra? — Eliso
Fra gli aneliti indarno, e fra le angosce
Cerco del nostro disperar, che svia
E la penna e il pennello, e scema in essi
Del rintracciarlo in sua beltà la possa?
È delirio l'Amor — de' Borio" anni
Insania egli è — ma lo scamparne è cruccio
Più amaro assai. De' nostri idoli vanno
Perduti i vezzi a poco a poco; e noi
Troppo chiaro veggiam che sol d' ardente
Immaginar fantasmi furo il senno
E la beltà. — Pur quel fatale incanto
Non scema: ond'è che il travagliato spirto
De' nembi che destò gioco diventa:
Ed ostinato il cor vie più s'affanna
Anelando all'istante — e presso il crede —
Che al fine il suo tesor scopra , di Unto
Ignoto più — quanto più ricco — in terra.
Languenti fin dall'età prima, fioco
Mettiamo, e a fòrza il respir nostro, tale
N' opprime il mal — n' affievolisce 1 Orbati
D'ogni conforto, e di nostr'alma inetti
Le voglie ad appagar, leve fantasma
A ciò che pria si desiò simile,
Ben ne s'affaccia alfiu, quando al tramonto
Il nostro di s' è vólto. — Ahi ! tardi troppo ! -
Tal che in noi de' martir doppiasi il pondo.
Amor, gloria, desir, d'auro vaghezza •„ —
Qual sia di lor che vai? Vani son tutti
Tutti abbietti — migliore alcun non avvi.
Chè sotto vario nome ognor le istesse
Meteore son che ne disviano, e negro
Fummo è la morte ove lor fiamma è spenta.
V ha talun — che diss' io ? — Verun non avvi
Che ciò ch'ama rinvenga, o ciò che avria
Amato: e s' anco il caso, o non pensalo
Accedere, o fatale imperiosa
Necessità d'amar, l'avversa tolto
Avesser mente , ahi I che a riarder pronta
EH' è, stizzosa di più feri oltraggi.
Il Decoro — quel dio rozzo, funesto,
Mali ordisce venturi , e al nostro capo
Sovrapposti li tien con quella sua
Verga a gruccia sembiante, in guisa ch'ogni
Nostra speranza in cenere dissolve —
Cenere cui ogni uman piè calpesta.
<
Falsa natura è umana vita; — in lei,
Coli' armonìa che tutte cose avvince,
Quale accordo fu mai ? Oh I perché questo
Decreto, e questa d'onta e di peccato
Macchia ognor viva , e quest* immensa pianta
Che tutto in fetta : a cui radice é il suolo ,
E rami e foglie sono i cieli , donde
Mille sull'orbe, di rugiada in guisa,
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Piovono orrendi interminati affanni : —
Ed i morbi , e la morte , ed il servaggio , —
Mali di cui siam testimoni , — e , d' essi
Peggiori ancor — gli occulti — che neh" alma
Insanabile awolgonsi , e le danno
Di cruccio e di martir trista vicenda.
Pur salda al rio dcstin sommctter dessi (54)
La fronte: — chè vigliacco e dissennato
Farò, qual del pensier ripudia al dritto —
Ultima all'uomo, e sola speme. — 0 mia
Per sempre almen, benché sin dalla culla
Questo divo voler sempre di ceppi
Carco si fosse, straziato, in rio
Career chiuso e di tenebre nudrito,
Acciò sul nostro spirito indifeso
Di troppa luce non risplenda il vero;
— Ma indarno, chè il divin raggio penetra,
E il tempo ed il saper tutto rivela.
Archi sovr* archi ! — E non par ei che Roma
De* mille suoi conquistator giungendo
Quivi in uno i trofei, ergere un solo
Monumento di tanti trionfali
Archi volesse? È il Colosseo. — Lo schiara
Qual suo proprio splendor Cimia , chè solo
L'alma luce del ciel dovea cotesta
Di sempre novo meditar feconda
Gran mole irradiar: l'ombra azzurrina
D ? una notte d' Italia , ove le sfere
Di sì vivo color s'ornan che teco
Sembran di cielo favellar, di questo
Stendesi vasto monumento intorno ,
Tal che intesa a velar tu la diresti
La gloria che passò. Di vita quivi
L'elettrica favilla arde su quanto
Del tempo struggi** serba V impronta.
Ma qui dov'ei poggiò col braccio, o dove
Ebbe rotta la falce, le mine
Di tutti gli edifici bau tal potenza,
E coir] natisi di tal magico incanto,
Che dispregiata innanzi a lor la pompa
De' moderni palagi andrìa su cui'
La maestà de' secoli non posa.
0 tempo, o tu per cui fino Tistessa
Morte bella compar, che le mine
Vesti, e farmaco sei de* cor gementi:
Tempo ! o tu correttor de' nostri falsi
Giudici , tu d' amor prova e del vero I —
Filosofo tu sol, che dì sofista
Nome ogni altro aver de'; — tu che non mai
Lasci negletti i tuoi diritti, o tempo 1
Vindice degli oppressi ! — A te le palme
Sollevo, e gli occhi, e il cor, e innalzo un voto:
Delle macerie in grembo ove locavi
L' ara tu stesso , e ì tuo delubro , quanto
Solingo più, tanto più grande, io trassi,
Onde alle ricche obblazìon le mie
— 140 —
Mescer d' anni ruine — abbenchè brevi
Dell'onte del destin pur ridondanti: —
Se superbo giammai tu me scorgesti,
Varchi inudito il mio pregar ; ma •' io
Vissi ne' di della ventura umile:
Se altero sol contro V invidia l' onte —
Ne sostenni — non domo; — oh fa che questi
Strali confitti in mezzo al cor non abbia
Finor recati invan ; — nè mai que' tristi
Verseranno di duol sola una stilla?
E tu, Nemesi eccelsa, o tu che mai (55)
L' equa de' torti uman lance abbandoni ,
Qui dove a' dì che fur, tanti e sì grandi
Omaggi avei ; tu che dall' imo abisso
Evocasti le furie, e sol d' un cenno
Tutte in Oreste le scagliavi , armate
Delle inferne ceraste , onde impunita
Colai non fosse reità — che giusta
Da tutt' altri compiuta era vendetta :
Da questi lochi ove reìna imperi
Te dalle tombe evoco 1 Oh sorgi ! Il grido
Del cor non odi? — Svegliati !j — Tu '1 dei.
Non eh' io non creda che 1' orrenda piaga
Di che sanguina il core, o fosse colpa
Degli avi, o mia, menarla io mai potessi;
E se mosso giustizia avesse il braccio,
E drizzato il coltel , non io vorrei
Il sangue ristagnar che fuor ne sgorga:
— 211 —
Ma non fia eh' oggi nella polve a vuoto
Una stilla cader sola sen veggia.
Nemesi , a te Io voto ! — E tu vendetta
Tu ben farai che ancor n' é tempo : e s' io
Non T adoprai , ciò fa .... ma del passato
Tacciasi: — io dormo; chè per me tu vegli.
•
Né, s' oggi s'oda la mia voce, io cerco
De' miei danni a lagnarmi : oh ! chi mai vide
Chinarsi al suol cotesla fronte, e I! alma
Affievolirsi pel martir? — Ch' ei parli!
Ma solo io vuo' che in queste carte impressa
La rimembranza ne rimanga : vano
Così non fien le mie parole un suono
Che tosto si dilegua, anco ne' giorni
Ch' io sarò nuda polve. Oh 1 verrà tempo
Che il mio temuto in questi carmi espresso
Vaticino s'adempia, e sovra umane
Piombi altere cervici, e le soggioghi,
V immenso pondo alfin dell' anatèma I
E 1' anatèma fia perdon ! — Non io —
Odimi , o Terra genitrice , e m' odi
Tu, Ciel, che invoco testimon: — non io
Col mio destin luttai? Non io tal onta
Patii cui sol vuoisi perdono ? Attrita
L' alma forse non m' ebbi , e il cor trafitto ?
Non vid' io strutta ogni mia speme , e segno
Alla calunnia il nome mio? Divelta
Altri non m'ha di mia vita la vita?
16
E se il martir non ra' opprimea , fo solo
Perché informato non naoqu' io di quella
Argilla che a' lor vili alme •' implica.
Dal più gran vitupero , «Ile più levi
Perfìdie non vid' io ciò che il furore
E l' empietà possa nell' uom ? Dal tristo
Muggir di villanìa che d' odio spuma ,
Al debil mormorio della codarda
Invidia, e al più sottil tosco d'abbietti
Rettili, il cui guardo maligno puote
Render loquace anche il silenzio, e velo
Far del vero a menzogna, e un gesto arcano
Mentendo, od un sospir, far che s'apprenda
Degl' inetti nel cor la muta accusa.
• *
Ma vissi, e non invan: perder sua forza
Puote Io spirto, e il sen questa che 1' arde
Fiamma, — io posso perir; ma v'ha per certo
Tal cosa in me che tempo e duol disfida,
E , me spento , vivrà : cosa che nulla
Ha di texren , di che non han quo' tristi
Sospetto pur, pari al memorar di lira
Cui più non tocche mormorali le corde;
E ne' lor petti mitigati fi a
Che scenda, ed in que' cori, or di macigno,
Un tardivo d' amor desti rimorso.
Ornai pieno è il desir : tacciasi. — ■ Or salve ,
Poter temuto a te ! che non hai nome ,
— 843 —
■
E onnipotente sei : tu die in cotesti
Luoghi t'aggiri nella notte, e allato
Profonda arcana cmozion , che alcuno
Non ha di tema aspetto, ognor ti rechi.
Muriccie su cui 1' edera serpeggia
Son tuo soggiorno eletto, e tale a questi
Asil , da te presente , un sì profondo
Senso s' aggiunge, e cosi ver, che parte
Di ciò eh' era dapprima , e del passato
Spettatori invisibili ne rende. |
Qui delle genti l' indistinto udissi
Strepito, ch'era, o mormorio di piéta,
O plauder fragoroso, allor che morto
Fu V uom dall' uomo suo simìl. Ma quale
Di quel sangue cagion ? — Qual ? — L' imperante
Della legge voler che quel cruento
Circo corregge, ed il regal trastullo. —
E come no? Che vai dove si cada
Vii pasto a' vermi , 9 «e fra le nemiche
File in guerra sospinto , o se caduto
Di mezzo al Circo ? — Ambi teatri u' vassi ,
Qual più vi splende » imputridir, non sono?
A me dinanzi il Gladiator vegg' io (56)
SulP arena prosteso: egli alla palma
Poggia il languido capo; — il fero sguardo
Morir consente , ma celar si sforza
Dell' agonìa gli spasimi ; la fronte
A grado a grado al suol dechina: quelle
— 244 —
Che soli del «angue suo le ultime stille,
E dalla gromma dell' aperto fianco
Lentamente si sviano, son dense,
Ed una ad una cadono , siccome
Rada é la pioggia all' appressar del nembo.
Ma già pargli veder che gli si rote
L'arena, e, pria che il barbaro s'arresti
Plauso pel vincitor, egli suocombe.
L'udirà ei pur, né sen crucciava: ch'ebbe
Gli sguardi e 11 cor lunge dal Circo intesi. —
Poco curante della vita eh' ei
Senza gloria perdea, dove selvaggia
Sorge presso al Danubio una capanna
Là col pensier si reca , e là di rozzi
Fanciulletti uno stuolo ad infantili
Giochi raccolti ei vede , e a quelli in mezzo
La Dacia madre ne contempla. — Ed egli (57)
Tenero padre lor, — egli, — svenato
Di Roma al tripudiar vittima ! Tristi
Pensier — che fuor prorompono col sangue. —
Invendicato ei si morrà? Ti desta
Artico abitatori Vien: — qui t'avrai
Di che far possa il tuo furor satollo.
Ma qui dove spirar le sue sanguigne
Aure il delitto si scorgea; qui dove
Tutte in pressa accorrevano le genti
Sul valico incalzantisi, e muggendo,
O mormorando, qual precipitoso
— — .Di ditizqd b v Google
— 245 —
Si divalla da' monti , e tutto atterra
In suo passaggio indomito torrente:
Qui dove il biasmo , o U plaudir d' immensa (58)
Romulea plebe era di morte alterno
0 di vita segnai , sola or s' intende
Mia voce — e il raggio pallido degli astri
Sul!' arena riflettesi tacente, —
Sugi' infranti scaglioni , — e le pareti
Dirute, e sulle loggie ove i miei passi
S'odon, come se forte eco rimbombi.
Una mina ! — e qual ruìna ! Eretti
Di lor mura massiccie immensi furo
Palagi , e tuttavolta in spessi giri
erri, che mai
Di quanto già ne tolser non t'accorgi.
Sgomberato era sol dunque , non guasto
Quel monumento? Ahi lasso! A parte a parte
L' osserva attento , e ben sue pieghe allora
Note ti fien, che del colosso appieno
La struttura argomenti: al solar raggio
Ei schermirsi non sa, che sovra quanto
L' etade o 1' uora sformò troppo sfavilla.
Ma poiché il sommo vertice di questi
Archi schiara la luna, e dolcemente
Par che su vi riposi : allor che lungo
1 massi screpolati i vivid' astri
Brillano, e scote in sulle grigie mura
Lor verdi selve la notturna brezza ,
— 246 —
Siccome il lauro che il primier si cinse (59)
Cesare intorno della calva testa:
Quando la luce contemprata il guardo
Appaga, e non offende, allor da questo
Magico cerchio sorgono gli estinti.
Chè assai prodi qui fur: — nè passo movi
Che il cener non ne sia per te calpesto.
— „ Finohè starassi il Colosseo, fia Roma; (60)
„ Do v' esso cada, ella pur cade, e in nulla
„ Fia di Roma al cader l'Orbe ridutto. „ —
De' Sassoni èU'età che antica appella
L'uso appo noi, dalle paterne mie
Contrade, pellegrine alme — cotale
Vaticino già fer nè ancor coleste
Opre caduche dalle lor divelle
Fondamenta perìan. Roma , e la sua
Ruìna colossal cui possa umana
Rintegrar non potrla : l'Orbe un immenso
Antro tuttor di tristi asilo , o come
Meglio nomarlo a te mortai convegna.
Semplice, maestoso, aspro, solenne —
Ara dicata a quanti ebber d' eletti
Fama qui in terra, e d*ogni Iddio delubro
Da Giove al Cristo : — ornato anziché strutto (61)
Per man del tempo : spetta tor tranquillo ,
Mentre d' intorno a hii tutto è caduto ,
O accenna di cader — e trionfali
Archi ed imperi — e mentre l'uom per duro
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- 247 ~
Senlier di spine ingombro in ver la polve
Traisi della tomba — o glorioso
Monumento — n'andrai tu sempre illeso?
La falce dell' etade e de' tiranni
Lo scettro , contro te così si spezza ? —
Te santuario di pietà , te d' arti
Asilo, — o Panteon, di Roma orgoglio?
Resto di giorni più famosi e d'ogni
Più nobil arte ! Diffòrroato , e pure
Perfetto ancor: nel tuo ricinto un diro
Olezzo v' ha che molce i cori ; — o sommo
Tu dell' arti model : per chi nuli' altro
Fuor che antiche memorie in Roma cerca
Sol suoi raggi a costui Gloria dispensa
Dalla cupola eccelsa : e l'alme pie
Han di che trarsi all' are, e porger voti;
E chi del Genio é ammiralor, ai cento (62)
Busti riguardi di che s'orna intorno
Questo recinto , e il suo desir fia pago.
Carcere è qui , che d' orrida tenèbra (63)
Involuto si sta: di que' secreti
Rivolgimenti in sen che veggio? Nulla. —
Si riguardi! — Due forme lentamente
Agli occhi si rivelano — indistinte
Larve del mio pensier: ma no! che veri
Son quegli aspelli. — Ecco un Vegliardo , e seco
Donna gentil sul fior degli anni, fresca,
Quasi madre che al pargolo provveda
— 248 —
Che il puro sangue in nettare converte.
Ma qui che fa? Perchè nudato ha il collo?
Perché jpriw di vel le alabastrine
Turgide poma del bel sen rivela?
Di dolce latte ridondanti io veggo
Della vita le due pure sorgenti:
Questo sul cor, che vien dal cor, primiero
Alimento, e di tutti il più soave
Sugge il bambin, mentre su lui dechina
Gli occhi la paga avventurata madre,
Tutta intesa a spiarne gì' innocenti
Sguardi, e il morente in sulle labbra al nato
Singulto che del duol l'assenza esprime.
Ridir T uomo non sa quanta si spanda
In quel seno dolcezza allor che vede
In culla il fanciullin crescer, siccome
Fior che a sbocciarsi a poco a poco intende.
Pur da cotesto fior qual fia che sorga
Frutto? Io noi so: Caìn d'Eva nascea.
-
•
Ma a Veglio quivi giovinetta Donna
Porge, suo proprio don, quest'alimento:
Coiai di sangue a chi le dié la vita
Ella rende mercè! — No, finché l'alma
Salute, e il santo figliale affetto
Serbino in quel fecondo amabil seno
Vive le fonti di natura elette,
Più assai feconde dell'egizio fiume,
Ei non morrà. — Bevi a gran sorsi in questo
— 240 —
Leggiadro seti, Veglio, la vita: oh! unto
Nettare nè anco in ciel fruir potrai.
Ai par di questo ver pura, la via
Lattea non è, favola illustre, in cielo;
Ch'ella di là più dolcemente splende,
Ma più grande trionfo alla natura
Da questo di sue leggi eccelso , arcano
Mutamento provien ; chè sì ammirata
Per T abisso non é degl' infiniti
Spazj ove "questa luminosa polve
De' mondi brilla. — Ohi di qual v'ha nudrice
Più santa tu: non mai fia che di questo
Limpido rio che a dissetar paterne
Labbra movea, stilla si perdal Ch'ei
Alla sorgente sua volle la vita
Ridar , siccome 1' alme nostre , scosse
Dall' ingombro mortai , riedono in grembo
Dell'universo che con lor si mesce.
Or T Adriana mole in alto eretta
A visitar si tragga, a cui le antiche
Norma già dier piramidi d' Egitto.
Di gran modello informe copia, cui
D'Imperator si piacque il pensier vago
Dalle Niliache trar remote sponde,
Onde poscia a costrur l' arte dannasse
Tale un palagio che a giganti eretto
Parve, e il vano dì lui cener coverse!
Oh! qual, di tanta origine pensando
— 250 —
L' enorme frutto , al passeggier sul labbro
Filosofico ipunla amaro ghigno! —
«
Ma ve'! L'immensa ne si scopre augusta (65)
Basilica, appo cui sol breve cella
Di Diana il mirabile parria
Vasto delubro ; — venerando a Cristo
Tempio sacrato , e sulT islessa tomba
Del suo martire eretto. Io vidi il mostro
D'Efeso un giorno: — e nel deserto sparle
Vidi le sue colonne, e sotto a quelle '
Starsi r Jena ed il Giacoal. — Lucenti
Pur di Santa Sofia di contro al sole
Elevarsi le cupole vid'io:
E in quel solenne santuario appunto ,
Mentre vi stava alle sue preci intento
L' invasor Monsulmano , io penetrai.
Ma tu, fra quanti mai s'ebbe fi vetusto*
Tempo delubri, o la novella etade,
Tu se' più grande — cui nuU« somiglia ;
Tu il più degno di Dio, tu ti santo, il vero,
Infin dal dì che desolata giacque
Sol i ma , allo r eh ' Ei disertò la prima
fillade eletta a lui; fra mille in terra
Templi locati a venerarlo , quale
V'ebbe giammai di più sublime aspetto?
Giunta a potenza maeslade , e insieme
Gloria , forza , beltà , tutto in cotesto
Del culto eterno monumento cui
Nulla macchia oscurò, tutto s'aduna.
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Varca le soglie: ond'avvien mai che a tanta
Maestosa grandezza il cor non slupc?
Non che ti sembri angusta più; ma l'alma
Dal Genio di colà resa gigante
Degna stanza di sé questa sol crede
Ove l'eterna sua speme s'afforza.
E un dì verrà che faccia a faccia il tuo
Nume, se degno ten farai, ravvisi,
Siccome appunto il suo contempli adesso
Santo de' Santi : allora oh ! più non fia
Che d' un guardo il Divin t' arda e consumi.
Inoltri : e te 1* eterna sua vaghezza
Inganna sì, che vie più grande il vedi
Quanto t'avanzi più, qual di sublime
Giogo la vetta par che si dilunghi
Da chi vi sai. L'infinità più cresce
Concorde coll'insiem; — chè nelle immense
Forme tutto è armonìa: — splendidi marmi —
Più venusti dipinti — aurei sulle are
Candelabri splendenti — eccelso tempio,
Aerea infili testuggine che vanto
Avrà su quante più leggiadre moli
Metton nel suol le fondamenta — ch'ei
Erge fin là dov'ban le nubi impero.
Tutto d'un guardo solo a te dimostro
Esser non può quant' m sta : diviso
11 gran tutto rimanga, onde di troppo
Gravato e oppresso il meditar non «a.
— 252 —
E come 1' ocean partesi in mille
Lidi che a sè traggon gli sguardi , — volgi
La tua mente così sovra gli oggetti
Che più presso ti stanno, e sì l'acume
De' tuoi pensi cr v'intendi, insin che sculle
Serbi nell' alma le eloquenti forme ;
E a parte a parte ti si svolga innante
Quel magnifico insiem ; chè invan d' un solo
Sguardo lui misurar tentato avresti,
Non sua colpa — ma tua. Chè nulla i nostri
Labili esterni sensi intender puonno
Che grado a grado: — ecco ragion perch'ogni
Linguaggio è muto ove a spiegar s' astringa
Sublime interna affezione. Ed ecco
Perchè al nostro stupor tal renda, questa
Si altera mole e sì perfetta, inganno:
E quell' immensità cui nulla è pari
Sfidi gli angusti limiti di nostra
Natura pria, finché con lui più grande
Fattasi l'alma a poco a poco, al fine
L'intelligenza a pareggiar s'aderga
Qualunque obbietto a contemplar si volga.
Allor ti posa, e fiso in quel celeste
Lume ti bea : ben altro è qui che il miro
Di sorpresa piacer, o dall'augusta
Del loco màestade in noi ridesto
Sentimento sublime, o dato all'arti
Plaudir di voce , o a que' Sommi per cui
Tanta mole sorgea, che la vetusta —
Benché dotta counto — i età non valse
Pur solo a concepir. Le fonti arcane
Del sublime qui son: qui l'imo abisso
Ella ti svela; e quivi aureo raccorre
Largo tesor vi puote, e apprender quanto
Ei valga a concepir, l'umano ingegno.
Al Vaticano or ti rivolgi il duro
Strazio a veder di Laocoonte in cui
Par nobile il dolor; paterno affetto,
Agonia d' uom con tal virtù che eccede
Sforzo mortai per lui sofferti : — e indarno
Col possente dragon misero veglio,
In lutta estrema affannasi, chè forte
Già già l' immane rettile lo serra
Di sue spire venefiche — ed angosce
Apponendo alle angosce , al fin ne' suoi
Vie più tenaci vincoli l'uccide.
Ve' quel Dio che infallibili dall' arco
Saette avventa: ei della vita sire,
De' vati a un tempo e della luce : — cinto
D' umana fórma il Sole, e di novello
Vanto corrusca la sorrisa fronte,
Dardo pur ora sprigionò che splende
D' un Immortai nella vendetta; altero
Sulle labbra e sugli occhi un'fier disdegno
Gli posa intanto, e gli sfavilla in volto
Potenza e maestà; mentre il temuto,
La presenza del Dio , sguardo palesa.
Ma nelle forme dilicate — larva
D' amor vaga così , cosi perfetta
Di man dì ninfa solitaria uscita,
Cui <!' amante immortai da' cieli atteso
Il core sospirò, che di co testa
Arcana vision la Feo delira —
S' accoglie quanto di divin quest' una
Ideale beltà potè giammai
All' alma insinuar ne' suoi rapita
Men terreni trasporti , allor che spiro
Eran celeste — immortai raggio — i forti
Amorosi pensier: — - che tutti in uno
Stavansi punto lucido coro' astro
Sin che un nome da lor surlo non fosse 1
E s* egli è ver che Prometèo rapita
Abbia la fiamma al Ciel che ne consuma ,
Colui che far d' eterna gloria degno
Questo marmo poetico potèo
Ben gliela rese ! — Chè se fu mortale
La man che Io scolpla, di uman pensiero
Ei concetto non era. A lui l' istesso
Tempo recar non seppe oltraggio, ond' egli
Serba non tocche ancor le dilicate
Ciocche del suo morbido crin: nè ancora
11 velo deir età quel marmo addita ,
E quel foco divin che le perfette
Sue membra gì* informava anco respira.
Ma il pellegrin dov* è? Queir ente eh '-ebbe
Parte già tempo a' versi miei? Ben tardo
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Farmi seri riede! — Ei non è più! Son questi
Gli ultimi suoi sospir. Fine han gli errori ,
Svanir le visioni, e neh" obblìo
Del nulla ei stesso si travolse. Oh ! s' altro
Fuor che di pura fantasia concetto
Era, e nel tristo novero potea
Aggiungersi di que' che viver deimo
E sofferire — ei si dilegui , e 1* ombra ,
Del caosse ne' vortici si perda ,
Là 've F ombre s' accolgono , e le essenze ,
La vita, e quanto si per tiene al suo
Stato mortai. Là denso un vel le cose
Universe ricinge, ed in ignude
Le converte fantasime : una nube
A noi frapponsi, e a tutto eh' ebbe nome
D'illustre un di, finche lei non diradi
La gloria al fine, e si diffonda intorno
Aureola malinconica che fioco
Sull' imper delle tenebre tramanda
Lume triste assai più, della più trista
Notte, poich' eUa U nostro sguardo svia,
E a tuffarsi nel trae fin negli abissi,
Onde che fia di noi cercarvi , quando
Questa spoglia mortai novella assuma
Forma, e più vii, più misera di quella
Ch' oggi rivela ; ed a bearci in -vano
Desir di fama , e della polve un nome
Trar che più non udrem. — Non mai, soave
Pensiero ! — riaver Y antico puossi
Essere: oh! basti ornai cbc sovrapposto
Una volta ne fòsse il duro incarco
Per che speizossi il core , e grondò sangue !
Silenzio I — Dagli abissi un suon s' intende
Lontano orrendo murmure — cui solo
Di nazion che sanguini, trafitte
Per ferite mortai , pari è il lamento.
Fra il tempestoso orror della tenèbra
Si spalanca la terra, e a mille a mille
In queir atra vorago errano V ombre.
Ma qual prima è di lor mostra regale
Aspetto ancor, benché più non le posi
La corona sul crin. Squallida in viso ,
Pur bella , al seno un fanciullino , oppressa
Da materno dolor stringesi; al seno
Che più nulla per lui serba conforto.
Di monarchi e di prenci ultimo germe
Ove se* tu ? Soave speme a tanti
Popoli, tu cadevi? Or non potea
Te r avello obblìare, e men sublime
Mietere, e men di te cara una vite?
Sendo notte a metà , mentre pel tuo
Figlio querele ancor spargevi , — o solo
D'un istante tu madre, — ecco per sempre
Te a quel fero martir morte togliea.
Ed ahi 1 eh' ebbe con te fine la nostra
Gioja presente, e alle Isole regali
— 257 -
Di più lielo avvenir — cui già parea
Rider propizio il Ciel , — mancò la speme.
La rozza del colon consorte spone
Il proprio nato , e pe' suoi di non teme :
Oh ! non potea te pur coglier simile
Ventura, te tanto felice, e Unto
Adorata, dapprìa? Chi sul feretro
Di re non piange, piangerà sul tuo,
Nè più ornai liberta Ha che rammenti
Le altre perdite sue , sol di quest' una
Fatta gemente e sospirosa : eh' ogni
Speme ella in te riposta s' ebbe , e al vago
Tuo capo soprastar V Iri vedea.
E tu, misero Prence, e tu sì tosto
E sì repente in vedovil caduto
Slato solingo , — invan cosi ti furo
Noti i diletti d' Imeneo ! D' un anno
Consorte tul — di fanciullin che appena
Nato , già più non è , tu genitore !
Altro dunque non fu tua nuziale
Vesta, fuorché vesta di duolo? E in polve
Vidcrsi i frutti d' Imeneo conversi ?
In cener quivi ella si stà la vaga
Dal nero crin dell' Isole donzella,
Amor di gente senza fin, cui tenne
Stretta in soave impero ! Oh ! come dolce
Al nostro cor parca dei dì remoti
Fidarle il provveder ! E benché arriso
— 258 -
Il destin non avrìa che sulle nostre
Ossa , pur ne godea 1' alma in pensando
Come al nato da lei darìeno i figli
Omaggio e fede; alla Regal Donzella
E all' atteso Garzon benedicendo.
Lui di che già vedeam mille felici
Eventi sfavillar, siccome brilla
Ogni astro al guardo del colono — e tutto
Parve meteore che si accende e muore ! !
Nostro danno, e non suo: — - ché dolcemente
Ella riposa. — Della mobil plebe
Il fugace plaudir, d'aulico il vile
Fraudolento consiglio, i menzogneri
Oracoli che ognor s' udirò ai prencr
L' orecchio lusingar , d' allor che poste
Fur dell' imper le fondamenta , al giorno
Che le sdegnose nazioni all' arme
' Da furor vinte si cacciar: funesto (66)
Alto destin che i più possenti atterra
Monarchi, e orrendo in sulla lance gitta
Pondo temuto, ond'è che tardi, o tosto
L' onnipotenza lor cieca si spezza , —
Tal V attendea destin : ma no che !" alma
Creder noi sa : sul fior degli anni sui
Bella cotanto eh" era 1 Amabil senza
Conato ! Grande , incontra lei non sorse
Verun nemico mai ! — Consorte jeri ,
E genitrice: — ed oggi? — Oh ! che soavi
— 259 -
Queir istante crudcl vincoli franse !
Del padre tuo dal cor trafitto, a quello
Che il più vii chiude de* tuoi servi in petto,
Trista si propagò non interrotta
Di tanta ambascia elettrica catena,
Che P urto fier parve simile in tutto
A quel d' orrendo vastator tremuoto:
Ed or 8* attrÌ8tan que' reami cui
Co tal per te struggeva amor, olir tanto :
Nessun altro polca nudrirti affetto.
Eccolo , Il Nemi ! — Di selvosi colli (67)
Cinto così, che mentre impetuoso I
Il turbine dal suol le alte divelle
Vetuste querce , e insino al ciel le spume
Dell' inondante pelago sospinge ,
Sol ci del lago — al furiar crescente —
Lo specchio cristalhn non si commove.
Ma qual dissimulata tra, tranquillo,
Freddo immobile aspetto ei no dimostra,
Che nullo evento conturbar eaprla:
E in sé medesme si rivolgon spesso
L'onde, sembianti a reo serpe sopito.
•
Divise appena dal Nemenio Lago
Discorron Ponde dell' Albano, a mezzo
Di prossima vallèa; — più lunge il Tebbro (68)
Voi ve con mille ondeggiamenti e mille
Suoi biondi flutti, e la marina bagna
Le Lazie sponde ove suonar s'udia
— 560 —
L'epica tromba un dì: L'amie b l'Eroe;
La di cui stella gloriosa in cielo
Ai fati amica d' un imper rifulse. —
Sul destro lato il placido ritiro
Scorgesi u' Tullio a riposar traea
Lunge dal vano strepitar di Roma;
E là dove all' uman guardo fa velo
Lunga catena di sorgenti colli
Furo i campi Sabini , e quella tanto
Cara al bafdo d' Augusto amena villa. .
Ma tacciasi oggimai. D' Aroldo il voto
Non è compiuto forse? Or tempo è alfine
Ch' io men disgiunga , — e sia: — cessaro a un tempo
Colle sue le mie cure. E pur concesso
Siami con seco il riguardar sull' onda
Una fiata ancor. Ella dinanti •
Ci si para ampiamente, e dalla vetta
D' Alba , T amico riveder di nostra
Giovinezza possiam , quell' oceano
I cui flutti di Calpe infra le rupi
Aggirarsi vedemmo allor che il corso
Sin là fu vólto u' il negro Eusin si frange
Sulle azzurre Simplégadi. Lunghi anni — «
Lunghi assai I benché il novero ne sia
Breve — dal dì si volsero che al nostro
Peregrinar demmo principio. E d' onde
Partimmo allor, ne ritraean pur sempre
Dell'alma il cruccio, e le dal ciglio espresse
Slille di duol. Pur non invan percorsa
Fu per noi la mortai carriera — ed alta
Mercè n'avemmo — e ne si dona in questi
Luoghi: — chè è gran mercè sentirei ai dolci
Raggi del sol ridato , e in un raccorre
Dalla terra, dal mar, dal ciel coleste
Gioje pure cotanto e lusinghiere ,
Qual se a turbarle od attoscarle alcuno
Non v'avesse quaggiù mortole abbietto.
Oh ! perchè non poss' io fra' boschi trarr*
La vita, e meco aver Ninfa celeste
Nel solingo a bearmi .asil tacente?
Perchè tutto obblìar l'umana stirpe
Non posso, e senza aver d' odj vaghezza
Nulla amar, nulla vagheggiar che Lei?
Non voi — pel cui tumultuar, me stesso
Sento di ,me maggior , — non voi potreste ,
O elementi! far paghi i desir miei?
Erro fors' io , quando ho credenza , eh' enti
Simili in terra abbiano stanza? Oh! vero
Questo ben fia, che a nullo, o a pochi forse,
Venne con lor di favellar concesso.
Avvi ne' boschi taciti un incanto :
E un' ebbrezza non men serban le chete
Solinghe piagge : e v' è un asilo u' nullo
Importuno penètra, in riva all'acque
Dell' occàn profondo; ed armonìa
Hanno essi pure i procellosi fluiti.
— 262
Né men per questo ho caro V uom , ma meglio
Mi si addice natura; ond' è che seco
Altra fiata già men venni in dolci
Colloqui! ed ivi più non ftii qual era ,
O quale esser potea , perchè commisto
N'andassi all'orbe, e in me provassi quanto
Ridir non so , nò appicn celar post* io.
Profondo, immense, azzurre acque perenni,
0 mar! — rivolgi! Innumere sul tuo
Dorso le flotte scorrono , ma indarno :
L' uom di ruìne II suol copre — ma vana
Fassi presso al tuo ìido ogni sua possa. —
Son opra tua quante gli equorei calli
Stragi infestar giammai , nò V ombra sola
Resta di ciò ohe l* uom struggea, di sua
Ruìna in fiior, quando ne 1 gorghi immensi
Simile a stilla s' inabissa , estremo
Anelito emettendo , onde rimansi
Insepolto cadavere , di sacre
Non confortato mai funebri pompe
Né bara ha che V accolga , a tutti ignoto.
Sue traocie V uom sul suo sentier non lascia , ■—
Nè spoglia ebbe giammài del tuo domino-,
Chè tu surto in furor da te lontano
Nel cacci: — il vii poter ch K ei della terra
Esercc a' danni è a le di scherno oggetto;
Chè tu dal grembo tuo misto alle spume
Sino al ciel lo sospingi, e sì per gioco
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— 263 —
Mentre muggente lo sfracelli , a' tuoi
Numi r invi» dov' ei tutta sua frale
Speme ha riposta; indi in propinqua terra,
O ad un porto il trabalzi , e un' altra volta
L' urti alla riva , e ve lo stendi immolo.
Che sono i bronzi bellici traenti
A fulminar delle città sul tuo
Lido costrutte le petrose mura,
Per cui le genti sgomentarsi , e nelle
Lor rocche i regi impallidir fur visti?
Che son queste di querce alte castella
11 cui fianco capace, orgoglio in seno
Desta cotanto a' lor rettori abbietti ,
Sì eh' appellarsi ambiscono de' mari
Signori, e delle pugne arbitri? Ei tuoi
Trastulli sono , e al par di bianca spuma
Nel più profondo gorgo li ravvolgi,
U' dell' Armada il superbir, e a un tempo
Sperdi del Trafalgar le spoglie opime.
*
Le piaggie tue son tali imper che sempre
Mutansi , e tu se' tuttavia l' istesso. —
E l'Assiria, e la Grecia, e Roma, e l'alta
Cartagine ove son? Quelle superbe
Rive tuoi flutti già battean ne' lieti
Giorni di libertà , poscia a' tiranni
Assoggettate le vedesti: e i loro
Dominj prenda irne all'eslrano, e servi
Dargli tributo i popoli. Fatale
In deserti mutava il lor destino
' — 264 —
Reami alteri. Ma non tuoi cotesti
Danni si fur, che nulla in te si muta,
Fuor che i sonanti tuoi marosi. — Il tempo
Nullo di sé sul!' azzurrina fronte
Vestigio t' imprimea : — tal eri all' alba
Prima del mondo, e tale ancor tu sei.
Miro speglio 've accoglici I" eterna
Immago di Colui che tutto puotc,
Fuor de' nembi riflessa: or cheto, or vólto
Dall'imo al sommo in guerra — o se la brezza
Levemente t' increspi , o se t' aggiri
Turbo improvviso in orrida procella: —
Gelido a* poli , — tumido cocente
Sotto la zona torrida: di nullo .
■
Confin tu stretto, tu sublime: — immago
D' eternità — dell' Invisibil trono :
Dal limo tuo, fecondo ei stesso, i mille
Sorgon mostri d'abisso: a te ciascuna
Dell'orbe regìon piegasi, e solo,
Tremendo, impenetrabile t'avanzi.
Sempre, oceàn, t'amai: prima fra tutto
De' primi anni fu gioja irne vagando
Pel seno tuo, siccome errano incerti
1 marosi qua e là. Bambino ancora
Lottai coli' onde, e quel lottar fu pieno
Di delizie al mio cor; e se più forti
Parver le ondate minacciar — diletto
Pur dal periglio io ritraea : ché teco
M'era qual un de' figli tuoi; fidente
— 265 — *
A qual fosse maroso , ovunque , stesa
Su»' umido tuo orin — pur come adesso —
Qucst' impavida destra , io mi commisi.
Or V opra al termin suo volse : cessaro
1 canti miei: — non più che d'eco un suono
Questa voce s' è fatta. Ornai degg' io
Di questo, ahi! troppo prolungato sogno
Franger P incanto ; e quella fiamma estinta
Mandar, cbe nutricò finor la mia
Lampa nel bujo della notte : — e quanto
lo qui vergai — riroane. A che più degno
Non è il carme d'assai? Ma ciò che un tempo
Fui, più non son: — men chiare a me dinante
Mie visioni affacciami j — e quel fòco
Che ardea lo spirto illanguidisce, c sviene.
Vale! Parola è questa che a fatica
Esce dal labbro , e nota è di dolore ,
E d'amarezza; — pur — Vale! o gentile
Che il peregrin fino all' estremo varco
Seguir volevi: oh! se in tua mente serbi
Pensier che un dì covasse ei pur, se vivo
D'esso il membrar ritieni, ei non invano
Allacciati s'avTà calzari umili
Nè di conchiglie invan capuccio ornato
Agli omeri sospeso avrassi. — Oh Vale! —
Martir, se pur ve n'ha, sol ci se l'abbia:
E a *c del carme suo rimanga il senno.
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NOTE
AL CANTO PRIMO
N. 1. — 11 piccolo villaggio di Castri occupa una pane
del terreno dell' antica Delfi. Lungo il sentiero della mon-
tagna di ritorno da Crissa si trovano gli avanzi delle tombe
scavate nel vivo sasso. La mia guida me ne additò una, dicen-
domi , eh' era stata posta ad un Re che scavezzavasi il collo
cacciando. Sua Maestà avea per certo scelto il più conveniente
luogo per una tal morte.
Poco più sopra di Castri , avvi un antro d* immensa profon-
dità: credesi che la Pitonessa rendesse di colà i suoi oracoli.
La parte superiore è lastricata, e serve in oggi di stalla.
Dall'altra parte di Castri trovasi un monistcro greco; e più
in alto, alla distanza di pochi passi, vedesi un'apertura nella
rupe, ed alcune grotte il cui accesso e difficilissimo, e pare
che prosegnano nell'interno della montagna, probabilmente
sino alla Caverna Coricia, di che parla Pansania. La fontana
Castalia ha la sua sorgente in questo luogo.
N. 2. — Il convento di N. S. Della Pena f) Nassa Senora
(*) Dopo la pubblicazione di qnesto Poema seppi che aveva male inter-
pretato il titolo di Nossa Senora de Pena. L' errore proveniva dacché non
aveva osservato il tilde sovrapposto all' n che dà al vocabolo Pena un
significato diverso. Con quel segno, Pena vuol dire rupe ; nou essendovi
il segno ha la significazione da me apposta. Non credo però che tale
inavvertenza abbia dato luogo ad un contro-senso: poiché «ebbene il con-
vento appellisi TI. S. delle Bupi , 1" austerità delle pratiche di que' monaci
scusa il senso che ebbi dato dapprima alla parola Pena.
— 270 —
de Pena , è situato alla sommità della rupe. Alle falde , e
poco lungi di la trovasi il convento di Cork, dove S. Onorio
scavavasi la grotta, die mostra alla parte superiore il di lui
epitaffio. Dalle alture di questi monti , il mare accresce la bel-
lezza della prospettiva.
JV. 3. — È fatto conosciutissimo, che gli assassinj commessi
nell'anno 1809 per le vie di Lisbona e pei dintorni dai
Portoghesi non vennero a ferire i soli loro concittadini. Tut-
todì vi erano Inglesi trucidati, ed invece di poter ottenere
che fossero repressi questi delitti, ci venne raccomandato di
non prendere parte alle risse de 1 nostri compatrioti co' loro
alleati, lo venni assalito un giorno mentre recavami al teatro ,
esseudo le otto della sera , quando più che in qualunque altra
ora sono gremite di gente le contrade* Un magazzino vedevasi
di fronte, ed io stavami in vettura con un amico. Fu somma
fortuna clic avessimo delle armi i altrimenti avremmo dato senza
dubbio motivo altrui di raccontar l' avventura invece di raccon-
tarla noi stessi. Nè l'aasassioio si pratica blamente nel Porto-
gallo. In Sicilia , ed a Malta siamo — noi Inglesi — sgozzati
nella notte; nè mai vedesi punito un Siciliano od un Maltese.
N. 4. — La Convenzione di Cintrt fu sottoscritta nel
palazzo del Marchese Ma rial va. Le ultime imprese di Lord
Wellington hanno fatto dimenticare lo follit di (intra. Quanto
egli operava è veramente prodigioso: cbè ebbe forse cangiato il
carattere d'una nazione, ricouciliate superstizioni rivali , e sbara-
gliato un nemico, che i suoi predecessori giammai non aveano
visto arretrarsi.
JV. 5. — L' estensione di Mafi a è meravigliosa : che racchiude
un palagio, un convento, ed una chiesa magnifica. I sei organi
. ch'ella contiene sono i più belli clic mai vedessi , almeno per gli
ornamenti esteriori. Noi non gli udimmo, ma perciò che ci vien
riferito, il loro suono ben merita cotanto lusso. Mafia dicesi
l' Escurittlc del Portogallo.
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iV. 6. — Ho caratterizzati i Portoghesi quali li trovai ; ma
e cosa evidente che abbiano d'allora guadagnalo, se non altro,
in coraggio.
N. 7. — La figlia del Conte Giuliano, l'Elena della Spagna.
Pelagio si conservò indipendente fra le montagne dell'' Austria ;
e i discendenti de' suoi partigiani, videro alcuni secoli dopo
coronati i loro «forzi colla conquista di Granata.
M 8. — „ riva d Re r Fernando! „ — Tale è l'in-
tercalare della maggior parte delle canzoni patriotichc degli
Spagnuoli; dirette per lo più contro il Principe della Pace.
Ne intesi cantare alcune; le arie n'erano assai belle. Godoy,
Principe de la Pax , nacque a Badajoz sui confini del Porto-
gallo. Entrato dapprima nelle Guardie Spagnuole, vi stette sino
a che, attirali «opra di sè gli sguardi della Regina, fosse p< 1
di lei favore creato Duca d' Alcudia ecc. ecc. Gli Spagnuoli
imputano generalmente a costui la rovina della loro patria.
iV. 9. — La nappa rossa , col motto — Fernando Septimo. —
N. 10. — Chi ha viste una batteria dee rammentarsi che
le bombe, e le palle da cannone sono ammassate in forma
piramidale. La Sierra Morena era fortificata m tutti quei di-
stretti pe' quali venni a passare, trasferendomi a Siviglia.
N. li, — Tali furono le imprese della Vergine di Saragozza.
Mentre l'autore trovavasi a Siviglia, ella passeggiava sovente al
Prado adornata delle decorazioni e delle medaglie che aveva
ricevute dalla Giunta.
N. 12. — .
„ Sigilla in mento impressa amoris digitulo
Vestigio demonstrant mollitudinem. „
All. Gell.
N. 13. — Queste stanze furono composte a Castri (Delfi) alle
falde del Parnaso , detto oggi — Aiaxup*
JV. 14. — Siviglia era l'I spali dei Romani.
— 272 —
N. 15. — Questo scrissi a Tebe, e per conseguenza nella
migliore posizione possibile per movere questa quistione e do-
mandarne la risposta: che non considero Tebe come patria di
Pindaro, ma come la Capitale della Beozia dove fu proposto c
sciolto il primo enigma.
N. 16. —
„ Medio de fonte leporum
Surgit amari aliquid quod in ipsis floribus angat. „
Lccret.
JV. 17. — Alludesi alla condotta ed alla morte di Solano,
Governatore di Cadice.
jV. 18. — La guerra al coltello — Risposta data da Palafo*
ad un Generale Francese all' assedio di Saragozza.
N. 19. — Il nobile I. W. Uffiziale delle Guardie, die mori
còito dalla febbre a Coimbra. Lo praticai per bcu dicci anni ;
e quel tempo fu la miglior parte della sua vita , e la più av-
venturala della mia.
Nel breve spazio di un mese , ho perduta colei che m* ebbe
data P esistenza , e gran numero di coloro che me l" aveano resa
tollerabile. 1 seguenti versi di Young non sono più per me una
fi nzione :
„ Insatiate archer! could not one suffìcc?
Thy shaft flew thrice, and llirice my peace was slain,
And thrice ere thrice yon moon had fili* d her horn. „
„ Insaziabile arciero! (GÌ' Inglesi danno alla morte una freccia
„ non la falce ). Or non ti bastava ella una vittima? Tre volte
,, il tuo strale partiva , e tre volte io n' ebbi il cuore trafitto :
„ tre volle, anzi che la luna mostrasse tre volte pieno il suo
,, corno. ,,
Avrei dovuto destinare qualche verso alla memoria di Carlo
Skiniier Matthews,Socio del Collegio Downing a Cambridge , se
non fosse stato superiore di troppo alle mie lodi. L' elevatezza
della sua menic *i rileva dai più grandi onori da esso ottenuti
in concorrenza de' più abili candidati di Cambridge. Questi „-
non lo resero colà rinomato: mentre le sue buone qualità vi-
vono ancora nella rimembranza degli amici che lo amavano
troppo per invidiargli la superiorità che aveva sopra di loro.
NOTE
AL CANTO SECONDO
o-
N. I. — Una parte dell'Acropoli fu distrutto dall' espi
sione di un magazzino di polvere, durante l'assedio de' Ve-
neziani.
JV. S. — Ognuno può provare in se stesso, od immagi-
nare il dolore, e la tristezza che si risvegliano nell' animo
nel contemplare le rovine. delle Città, capitali un tempo d' im-
peri. Le riflessioni che suggerisce una tal vista sono state
l'atte troppo spesso perchè io giudichi necessario di qui ripro-
durle. Ma non mai la pochezza dell'uomo, e la vanità delle
sue migliori virtù , — il patriottismo che loda la terra natah- ,
ed il valore che la difende — compajono con maggior evidenza,
come nella ricordanza di ciò che fu Atene, e nella certezza di
ciò che è di presente. Questo teatro della lotta di possenti fa-
zioni, delle contese degli oratori, dell' innalzamento e della
caduta de' tiranni, del trionfo e della condanna delle gene-
razioni, divenne ora una scena di vili maneggi, e di perpetue
risse, fra gli agenti accattabrighe di alcuni nobili, e di varj
geiUry Britanni. „ Le volpi selvaggie, i barbagianni, ed i ser-
penti entro alle mine di Babilonia „ erano al certo meno di-
struttori di tali abitanti. I Turchi possono addurre in i scusa di
lor tirannia la conquista, nè altro fecero i Greci che subire la
18
•9— ■
— 574 —
■
torte della guerra cui vanno ben anco soggètti i pòpoli più
valorosi. Ma quanto non saranno essi colpevoli due pittori che
si disputano il privilegio di spogliare il Partenone, ed a vicenda
trionfano , secondo il tenore dì ogni nuovo Firmino! Siila
potea soltanto punire, Filippo Soggiogare, e Serse ardere Alene:
ma riserbavasi ad un meschino Antiquario , ed a' suoi sfrontati
emissarj di renderla tanto sprcgievole, quanto eglino stessi.
Il Partenone, prima che fosse in parte distrutto nell' assedio
de' Veneziani , era stato successivamente un tempio pagano, una
chiesa, ed una moschea. Sotto qualsiasi rapporto ci fu un og-
getto ammirabile : aveva cambiato di adoratori , era però sempre
stato un luogo di venerazione, un luogo tre volte cousecrato dai
culto. Ma, ohimè!
„ Man, vain man,
Drcst in a little brief authority,
Plays such fantastic tricks beforc high heaven
As make tbe angels weep. ^,
„ L'uomo, l'uomo vano, rivestito di un' autorità effimera,
,, commette in faccia al Cielo di colali eccessi che fanno pian
gere gli spirili angelici. „
A". 5. — Non sempre ebbero i Greci il costume di bru-
ciare gli estimi : il corpo del grande Ajace hi sepolto intiero.
La maggior parte degli eroi erano riputali bei , dòpo la
loro morie, ed era statò ben dappoco colui, thè non aveva
alla su» tomba ÒV giuochi annuali, e ileìle feste lnstiiuile dai
suoi concittadini onde onorarlo, come appunto si praticò coh
Achille, con Hrasida ecc. é perfino cori Antinoo, che ebbe tanto
eroica la morte, quanto n'era stata infame la vita.
JV. 4. — 11 tempio di Giove Olimpico, sessanta colonne del
quale tutte di marino esistono àncora. Ei n'ebbe in origini
centocinquanta. Alcuni Scrittori però hanno preléso ch'esse spel-
Uvmto già al Partéiiohè.
Google
N. 5. — Il vascello aveva nàufragato nell* Arcipelago.
N. 6. — Quese' oggi — 3 gennajo 1809 ~ oltre tutto
quello che fu già inviato a Londra, un vascello Idriota hà
gettato l'ancora nel Pireo, onci' esservi caricato dJ tutte le
antichità che possono trasportarsi. Per tal mòdo, come ho
sentilo (lire da un giovine Greco ad alcuni suoi compatriotti —
i quali, henchè in istato di umiliazione, pur tuttavia si risen-
tirono di quest'oltraggio — per tal modo Lord Elgin potrà
vantarsi d'aver rovinata Atene. Un pittore di sommo merito
chiamato Lusicri , è incaricato dèi devastamento ; e come il greco
visitatore di Vene in Sicilia, che esercitava la stessa profes-
sione, s'è fatto un perfetto isti amento di rapina. Quest'Artista
ed il Console Francese Fativel , che vorrebbe serbare quelle an-
tichità pel proprio Governo, contendono adesso fortemente sul
proposito di un carro da trasporto. Il Console Francese ne ha
tolta una ruota — cosi fossero elleno spezzate tutte «Jue — e
Lusieri se ne lagnò al Vaivoda. Lord Elgin dee recarsi a somma
ventura la scelta del Signor Lusieri. Nel soggiorno di dieci
anni in Atene, non aveva avuta la curiosità di recarsi a visitare
Sunio (*) prima die egli ci accompagnasse nel nostro secondo
C) Oggi Capo Colono». Iq tutta l'Attica, se ne eccettui Atene e Maratona,
non esiste luogo più interessante di questo. Per l'Artista , e per l'Antiqua*
no hauoovi colà sedici colonne sorgente inesausta di osservazioni , e di
studio : pel Filosofo una scena supposta di alquanti trattenimenti di Platone
co* suoi discepoli , non sarà di poco godimento: il Viaggiatore rimarrà
sorpreso al sommo, della prospettiva 1 delle Itole che incorunàno il mare
Egeo: per un Inglese poi, Colonna ha un interesse oltre tutti questi, poi-
ché essa e la Scena del Shipwreck (// Naufragio , titolo d'un Poema) di
Falconer. Minerva e Platone vengono obbliati alle ricordanze di Faleouer
e Campbell :
„ Herc in the dead of night, bf Lonna' t ateep ,
The seaman' s cry was heard aloag the deep. „
„ Qui nel terrore della none Vicinò alle rupi di Lonna , il grido dei
nocchiero *' intese $u\V abisso. „
viaggio. Fin tarilo che ed esso, ed i suoi Signori si limitano a
consultar medaglie, ad apprezzar cammei, a disegnar colonne,
e a trafficare pietre preziose, i loro lievi assurdi sono iunoccnti
quanto il cacciare gl'insetti e le volpi, od il cicaleccio dello
donzelle , o il piacere di clù ambisce a guidare di pei sè un
cocchio, od altro qualsiasi passatempo; ma quando essi menano
via tre o quattro vascelli carichi degli avanzi i più preziosi, e
considerevoli che il tempo e la barbarie lasciassero alla più
oltraggiata , e più celebre a un tempo delle città ; quando essi
distruggono , ne' loro vani tentativi onde esportarle , le opere
che furono la meraviglia delle età, io non conosco verun mo-
tivo che valga ad iscusarli, ne so con qual nome si debbano
appellare gli autori , e gli esecutori di questa vile devastazione.
Ne lieve accusa per Vene si fu quella di aver saccheggiata la
Questo tempio di Minerva può vedersi io mare ad una grande distanza.
Nei tre viaggi che feci a Colonna , due per terra , ed uno per mare , la
vista del littorale nou mi parve cosi bella eome al mio ritorno dalle Isole.
Nel secondo noitro viaggio per terra poco mancò che fossimo assaliti da
uu attruppamento di Mai notti che stavano nascosti in alcune grotte. Sep-
pimu dippoi da un loro prigioniere riscattatosi in appresso, che ebbero
timore alla vista de' miei due Albanesi; conghietturando per nostra buona
ventura che avessimo uu* intera guardia di questi Amatiti a nostra dispo-
sizione: rimasero adunque nascosti, e cosi fu salva la nostra piccola
carovana che non avrebbe potuto far la menoma resistenza ad no numero
d' assalitori troppo maggiore del nostro.
fiè Colouna è più cara ai pittori di quello che lo sia ai pirati.
Là „ The hireliug artist plauts his paltry desk
And makes degraded nature picturesque. „
( Hodgson' s Lady Jane Grey, Se )
„ L' artista venale dispone il suo vile leggìo, e rende pittoresca la de-
gradata Natura. „
Fui fortunato abbastanza per trovare un artista Allcmanno di sommo
merito col quale potessi accompagnarmi , e spero di vrder rinnovarsi in
me allo scorgere le di lui opere , le mie care memorie di Colonna , e di
molti altri luoghi della Grecia.
— 877 —
Sicilia, come di poi sul di lui esempio si saccheggiava Atene.
L' impudenza la più sfrontata potrebbe difficilmente spingersi
più in là di quello che si facesse l'autore di questi rubanicnii,
allorché volle scritto il proprio nome sulle mura dell'Acropoli :
intanto che la vergognosa ed inutile distruzione da esso operala
di una lunga fila di bassi rilievi che adornavano un lato del
tempio, non permetterà mai che questo nome sia pronunzialo
senza esecrazione da un osservatore imparziale.
Ed io ben posso dirmi tale in questa occasione; chè non es-
sendo nè un collettore, nè un ammiratore di collezioni, non ho
gelosia alcuna di loro ; ben è vero che avvi in me qualche
antica predisposizione in favor della Grecia , nè io penso che
pel saccheggio sia dell' India , come dell' Attica abbia ad accre-
scersi la gloria dell' Inghilterra.
Un altro Lord fece meglio, perchè fece meno: ma alcuni
altri, più o meno nobili, pur tuttavia nomini onorevolissimi,
hanno fatto meglio ancora , dappoiché , dopo assai scavamenti
eseguili col permesso del Vaivoda da essi corrotto — e dopo di
aver fatto mine e contrammine, non fecero nulla di definitivo.
Il prig (*) di Lord Elgin — vedi la definizione del priggism
presso Jonathan Wylde — venne alle prese con un altro prig
chiamato Gropio ( nome oonvenientissimo — a vcrjr good name.
— al suo genere d' occupazioni ) e domandò soddisfazione in
una risposta verbale ch'ei fece ad un'osservazione del povero
Prussiano. Ciò accadeva a tavola; Gropio si mise a ridere, ma
perdette ad un tratto l'appetito, uè i due rivali s'erano an-
cora riconciliati allorquando abbandonai la Grecia. Devo ri-
cordarmi di questa querela , percb' essi volevano eh' io fossi loro
arbitro.
N. 7. — il mio amico , il Dottor Clarke , il cui nome non
(*) Per questo Vorabolo non «Uro Tunisi intender fui, *e non Agente,
preso però in nn stnso poco favore toIo.
faa d' uopo di commemarj perchè sia conosciuto dal Pubblico ,
c la cui autorità sarà di gran peso per convalidare la mia
testimonianza , mi permette 4» «tare & seguente di una
lettera obbligantissima a ma diretta. Ella servirà di «chiarimento
ai versi che precedono.
« Quando l'ultima delle Maopi fu porcata via dal Parte-
« none, gli operaj di Lord EJgin demolirono una gran parte
i del cornicione so>rapposto, ed eziandio imo dei triglifi. 11
„ Disdar che vide il danno cagionate? al monumento , si tolse
di bocca la canna della pipa, versò una lagrima, e disse
„ a Lusieri con un tuono di voce supplicheyojc : TfiApr! —
„ Io era presente. „ 11 Disdar cui ha fatta allusione era il
padre di «questo.
A r . 8. — Secondo Zozimo, Minerva ed Achille cacciarono
Alarico dall'Acropoli: altri dicono che il re Goto fu quasi
tanto barbaro quanto il Pari Scozzese. — Vedi, (Chandler.
JV. 9. — La reticella destinata ad impedire che le schegge
non cadano sulla tolda nell' atto della manovra. Gli Aspiranti
della marina Inglese, diconsi Midshipmen.
N. 10. — Dicesi che V Isola di Caljpso sia quella Stessa
* che oggi ha il nome di Goza.
N. 11. L'Albania comprende una parte «fclla Macedonia,
1* Uliria, la Caoiùa, e l'Epiro. Islumder, è il nome Uircp cor-
rispondente ad Alessandro, e n«' primi vcr$i della stanza tren-
tottesima ho fatta Mlusione al rinomato Scap^erbeg (Il Rcy
Alessandro). Non so se eW»i ragione dicendo Scanderbeg com-
patriotu d'Alessandro, che nacque a Pclla in Macedonia: ma
ho seguito Gibbon die dà io stesso titolo a Pirro parlando
delle sue imprese.
Gibbon osserva m proposito ^11' Albania: „ Questo pese
„ che puossi discoprire dalle coste d' Italia, e meno conosciuto
„ dell' intecno dell' America. „
Alcune circostanze non abbastanza importanti perchè si ab-
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frano ad esporre qu,i , ci condussero — il Signor Hobliouse c(J
10 — a visitare questo paese prima di aver vista alcun' altra
parte dell' Impero Ottomano ; il Maggiore Leake , in allora
residente Ufficiale dell' Inghilterra a Giannina ci assicurò che
verun altro Inglese, da esso in fuori, erasi avanzato al di là
della Capitale penetrando nell' interno dell' Albania. A quest'e-
poca (Ottobre, 18Q9) Ali Bascià il quale guerreggiava con
Ibrahim Bascià, slavasi assediando Berat città Tonificala, nella
quale il suo nemico era sialo costretto a rinchiuderai. Arrivati
a Giannina, fummo invitati a Tebelen luogo ov' era nato il
Bascià , e dov' egli aveva il suo serraglio favorito. Questa città
era lungi da Berat una sola giornata, ed il Visir vi aveva
stabilito il Quartier Gcueralc.
Dopo aver soggiornalo alcun tempo nella Capitale , ci arren-
demmo all' invito ; ma quantunque avessimo prese tutte le pre-
cauzioni necessarie, e condotto in nostra compagnia uno dei
Segrctarj del Visir, impiegammo (a cagion della pioggia) nove
giorni per un viaggio che al nostro ritorno non ne durò cli<"
quattro.
Visitammo lungo il cammino due città, Argyrocaslro e Li-
hochabo che ci parvero di poco intcriori a Giannina: nò v'ha
penna o pennello che valga a ritrarre la bellezza dei dintorni
di Zitza e Delvinachi, viaggio posto sui contini dell'Epiro,
e dell'Albania propriamente (letta.
ÌN'on mi tratterrò a lungo sull'Albania ed i suoi abitanti;
che il imo compagno di viaggio saprà farlo meglio di me in
un' opera la quale verrà certo pubblicata prima della mia ;
rontuttociò non posso dispensarmi dal notare alcune cose ne-
cessarie all' intelligenza de) tejtyp.
Gli Amami, od Albanesi mi colpirono p^r la loro rassomi-
glianza coi montanari di Scozia; le loro veftimenta, gli aspetti,
11 modo di vivere sono gì' istessi fra a;upsti due popoli : Ics
montagne dell'Albania potrebbero paragonarsi a quelle della
Caledonia, se il clima ne fosse meno dolce. Il Kilt (specie di
giubba de* montanari Scozzesi) benché bianco, la loro macilente
corporatura, la loro vivacità, il lor dialetto, che ha suono
Celtico, le loro decise maniere, tutto in fine mi richiamava
Morven al pensFero. Veruna nazione è più detestata e temuta
da' vicini, quanto gli Albanesi: i Greci li credono a mala pena
Cristiani, e i Turchi dubitano se debbano averli in conto di
Monsulmani; nel fatto poi ambe queste religioni sono da essi
seguite ; alcuni Albanesi però non ne hanno veruna. Sono pre-
doni lutti, e tutti armati ; e gli Amanti , i Montenegrini , i
Chimariotti, e i Gegdii quali portano sul loro capo de' Scìuvwls
rossi, sono rinomati per la loro perfìdia. Il resto degli Alba-
nesi differisce un tal po* nel costume, e moltissimo nel carat-
tere: appoggiato alla mia propria esperienza debbo parlarne
vantaggiosamente. Due ne aveva meco, un Giaurro, e l'altro
Monsulmano ; essi mi accompagnarono a Costantinopoli, ed in
tutte le parti della Turchia da me percorse. È difficile trovar
uomini più di loro fedeli nel pericolo, e più instancabili nel
servire. Il Monsulmano chiamavasi Dervish Tahirf, 1* altro Ba-
silio: quest'ultimo era un uomo di mezza età; ma Tahiri era
all' incirca della mìa. Basilio aveva avuto ordine espresso da
Ali Bascià di accompagnarci, e Dervish era uno dei cinquanta
che ci scortavano quando traversammo le foreste dell' Acar-
nania per trasferirci alle rive dell' Acheloo, e di là a Misso-
lunghi in Etolia : lo presi al mio servigio fin d' allora che
mi trovava colà, nè ebbi mai in appresso occasion di peu-
tirraene.
Nel 1810, dopo che il mio amico, il Signor Hobhouse, era
partito per l'Inghilterra, fui sorpreso da una febbre gagliarda
in Morea , e i miei due Albanesi m' ebbero salva la vita, al-
lontanando da me il medico colla minaccia d'ucciderlo, se in
un determinato tempo non mi avesse restituito in salute. At-
ribuii la mia guarigione a questa consolante assicurazione di
— 281 —
una retribuzione postuma, ed al fermo rifiuto di valermi delle
prescrizioni del Dottor Romanelli. Il solo famiglio inglese che
mi rimanesse trovavasi in Atene; il mio Interprete era anche
esso ammalato, ed i miei due buoni Amanti mi curarono con
una attenzione che avrebbe fatto onore agli uomini i più ci-
vilizzati.
Ambedue ebbero gran numero di avventure. Siccome Dervish
era d' assai bello aspetto trovavasi sempre in disputa coi mariti
d'Atene: e giunse a tale, che quattro Turchi di {nudità, ven-
nero a visitarmi al Convento onde farmi delle lagnanze sul di
lui conto: avea egli rapita dal bagno una donna; — è ben
vero che questa donna gli apparteneva legalmente , avendola
comperata: — ma simile azione era affatto contraria al ceri-
moniale del paese.
Basilio era esso pure molto galante verso le donne della sua
religione: aveva una somma venerazione per la Chiesa, ma nel
tempo istesso un sommo dispregio per gli Ecclesiastici: e al-
l' occasione non avrebbe lasciato di frustarli in modo del tutto
eterodosso. Non passava mai vicino ad una Chiesa senza tosto
segnarsi : e mi ricordo ancora qual pericolo egli corresse a
Costantinopoli nell'entrare ch'ei fece in Santa Sofìa, prima
d' allora tempio consecrato al suo culto. Allorché venivangli
fatte delle riprensioni intorno alla sua condotta, sempre ri-
spondeva: „ La nostra Chiesa è sacra, ma i nostri preti sono
ladri „ e cominciava da capo i suoi segni di croce , ed a svir
la nneggiai e (boxer) i primi papas (preti greci) che ricusassero
di ajutarlo mentre domandava loro soccorso. E v'è mai sempre
bisogno di ricorrervi in tutti que' luoghi dove un prete ha
qualclie ascendente presso al Cogia Bashi del suo villaggio. A
vero dire, non si saprebbe trovare fra i miscredenti una schiatta
cosi abbietta quanto gli ultimi ordini del Gero Greco.
Quando feci i preparativi del mio ritorno, chiamai i due
Albanesi onde pagare ad essi il loro salario. Basilio prese quel
— 382 —
— - - ,
danaro con una dimostrazione sciocca $\ dispiacere per la mia
partenza, e rimossi pressamente, seco recando il suo novero
di piastre. Penisi» intanto non compariva: detto che si cer-
casse, non si trovava in verun luogo. Finalmente entrò uel-
l'atto che il Signor Logotheti padre dell'antecedente Console
Inglese in Atene , ed alcuni altri Greci di mia conoscenza erano
venuti a visitarmi. Dervish prende il danaro : ma d' improvviso
ei gettalo sul pavimento, e battendo 1' una contro l'altra le
mani, e recatesele poscia alla fronte si slancia fuori dell' ap-
versaudo un torrente di lagrime, pa quel tempo,
al momento del mio imbarco segui a lamentarsi, e mal-
grado ogni nostro sfqrzp per consolarlo, non cessava di gridare:
Di' sl<$hvsi, Egli m'abbandona! Jl Signor Logotheti clic fino
allora non aveva ancor pianto, fuorché per la perdita di un
Para, U padre del Convento, tutti i mici famigli, e le persone
eh ' erano ve i mie a vedermi , tutti piangevano. Io credo che
perfino il grasso svernato gualteio di Sterne avrebbe abbando-
nata la padella per recarsi a dividere il vero cruccio inatteso
di questo barbaro.
Quando mi risovvenue, che poco tempo prima d' abbandonar
X Inghilterra un personaggio nobile , col quale era intimamente
legato, mi fe'dire, onde avere una scusa per congedarsi da
me , che doveva accompagnare una sua parente dalla Cuffiara,
io fui sqrprcso a$sai ed umiliato confrontando il presente col
lassato.
Che Dervish mi lasciasse con qualche rincresci memo doveva
aspettarmelo : alloraquando il padrone , ed il famiglio sonosi
inerpicati insieme sui monii di una dqzzina di provi urie, è
naturale che il loro dividersi non sia senza fiolore: ciò non
'li meno la sensibilità manifestata aljqra dq Dervjsh formava
un notevole contrapposto alla naturale} cìi lui ferocia, e pot£
mutare in qualche modo la malvagia opinione eh' io m' aveva
dell' uman cuor*. Credo clje ima parecchia fedeltà pressoché
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frodale trovisi di frequente presso gli Albanesi. Aggirandomi
un di pel monte Parnaso , un giovine Inglese die aveva al
mio servigio, venuto in contesa con Dervish intorno a qualche
oggetto del nostro fardello , lo prese a motteggiale siffattamente
rhe questi credette che volesse percuoterlo. Nulla disse, ma
sedutosi, appoggiò la testa sulle mani. Prevedendo le conse-
guenze di questo accidente, ci studiammo di fargli conoscere
che non gli si voleva fare la benché menoma offesa. ,, lo fui
,, un ladrone, proruppe egli; sono soldato: giammai un capi-
,, tano mi ha colpito. Voi siete mio Padrone; io ho mangiato
„ il vostro pane , ma per questo pane ! ( giuramento loro co-
,, mime ) dove ciò non fosse , avrei tostamente pugnalalo il
„ cane che vi serve, e mi sarei ridotto nelle montagne. „ — r
Tutto allora fu terminato ; pure ci non ebbe mai più perdo-
nalo pienamente a colui che lo aveva insultato non volendolo.
Dervish era peritissimo nella danza del suo paese , che si
crede essere un avanzo dell' antica danza Pirrica. Comunque
sia, ella è maschia, e richiede uua grande agilità. Differisce
essenzialmente dalla stupida Romaica , e dal balloncliio dei
Greci d'Atene.
Gli Albanesi — parlo de' montanari, non di coloro che la r
vorano nelle provincie — hattno per lo pài nobile aspetto. Fra
Delvinarhi, e Libochabo scorgemmo le più belle donne che
abbia mai osservate pei lineamenti del volto, e per le forme
della persona: stavano esse intese a riparare una strada guasta
dai torrenti straripati. L'andatura degli Albanesi è affano tea r
tralr; ciò proviene senza dubbio dal cappotto o mantello che si
recano appeso ad una spalla. La loro lunga capigliatura ri-
corda gli Spartani, ed e impossibile il farsi un' idea del co-
raggio die dimostrano nelle guerre dei partiti. Sebbene i Gegdi
si aggiungano alle armate Albanesi con qualche cavallo, pure
non ho visto un solo Arnaula che cavalcasse con maestria. I
due ch'erano meco preferivano le selle Inglesi, benché giammai
potessero avverarvi*. Ma indarno si vorrebbe superarli nella
fatica.
N. lf. — Itaca.
JV. 13. — Azio, e Trafalgar non hanno d'uopo di com-
mentar). La battaglia di Lepanto fu sanguinosa ed importante
al pari di quelle: pure è nota assai meno. Ebbe luogo nel
golfo di Patrasso; ed è cola dove l'autore di D. Chisciotte
perde la mano sinistra.
2V. 14. Leucade chiamasi oggi Santa Maura. Dal suo
Promontorio (il Salto d'Amore) è fama che Saffo si precipi-
tasse nel mare.
15. Dicesi che il giorno che precedeva la battaglia
d'Alio, Antonio ebbe tredici Re al suo alzarsi da letto.
16. — Nicopoli, le cui mine occupano una grande e-
stensione di terreno è posta a breve distanza da Azio ed oggi
ancora vi si veggono alcuni avanzi delle mura dell'Ippodromo.
jy. 17. — Secondo Pouqueville è ora il lago di Giannina:
ma Pouqueville è sempre inesatto. (*)
N. 18 — Il celebre Al\ Bascia. Si troverà di quest' uomo
straordinario, una notizia molto inesatta nei viaggi di Pou-
queville. « a*
i9 Cinque mila Suliotti occupando il castello di
Suli, e le circostanti rupi, resisterono per ben diciolto anni a
trentamila Albanesi ; ma alla Bne il castello fu preso a tradi-
mento. In questa guerra vi ebbero alcuni fatti che sarebbero
stati degni dei più gloriosi giorni della Grecia.
jV. 20. - 0 convento, ed il villaggio di Zitia distano di
quattr' ore da Joannina o Giannina capitale del Bascialicco. La
riviera di Kalamas — Acheronte presso gli antichi — scorre
•») Byron non parla qui che di nna prima Opera di PonquerfHe . ndh
quale erano sfuggili alcuni errori , per m.nc.ox. di notizie esatte ; »•
essi furono corretti nelle due grandi Opere che ha pubblicate «bppoi ,
non conosciute dal rotta Inglese.
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— 286 —
nella valle, e poco lunge da Zizta forma una bella cateratta.
Questo è forse uno de' più vaghi sili di Grecia , benché i din-
torni di Delvìnachi , ed una parte dell' Acamaìiia possano di-
sputargli la palma. Delfi, il Parnasso, e nell'Attica il Capo
Colonna ed il Porto Rafti, sono ben lungi dal pareggiarlo in
bellezza. L' Jonia, e la Troade nulla offrono che possa ad esso
paragonarsi. Starei per dire altrettanto delle vicinanze di Co-
stantinopoli ; ma la campagna mostra colà un aspetto cos'i di-
verso che è impossibile confrontarla con quella di cui parlo.
A r . 21. — Calojero: cosi vengono delti i monaci Greci.
iV. 22. — I monti Chiraariotti pare che sieno stati vulcanici.
JV. 23. — L' Acheronte degli antichi, come s'è già detto,
chiamasi ora Kalamas.
/V. 24. — Il bianco cappotto. — È qucsio il manto degli
Albanesi.
N. 25. — Tomerit è la stessa montagna che gli antichi
indicavano sotto il nome di Tom aro.
JV. 26. — Quando io la guadai, la riviera di Laos era
ingrossata, e al di sopra di Tebelen vedeasi tanto larga quanto
il Tamigi presso a Westminster : almeno per ciò che sembrava
al mio amico Hobhouse ed a me. Senza dubbio che nella state
ella ha molto minor massa di acque di quella che aveva al-
lorquando la vedemmo. £ questa sicuramente la più bella ri-
viera del Levante; l'Acheloo, l'Alfeo, l'Acheronte, lo Sca-
mandro, ed il Caistro non possono venire a paro con essa nè
per bellezza nè per vastità.
N. 27. — Alludesi ai naufragati di Cornovaglia.
N. 28. — I Monsulmani Albanesi non si astengono dal vino,
e nelle altre parli della Turchia hannovi ben pochi Credenti , che
su questo punto seguano letteralmente il prescritto del Profila.
N. 29. — Palikar, accorciamento del greco vocabolo n<tAixetci
nome generico di tutti i soldati Greci , e degli Albanesi che par-
lano Romaico. U vero significato di questa voce è : giovine.
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•
JV. 50. — Per dare un saggio del dialetto Albanese o Ar-
ti dèli' llliria, tràdùco qui due Gori popolarissimi, che vett-
gono cantati danzaildo dagli uomini indistintaménte e dalle
donne: le prime voci sono un intercalare senza vefun signinV
quelli che trdvansi in molte canzoni Europee.
Bo> Bo, Bo, Bn, Bo, Bo, La, la; iò Tengo , io vengo,
Naciarura , popuso. statti ih silenzio.
Naciamra na civili
Ha pc u derini ti hin .
ì
Ha pc udori
Ti vin ti mar servetini.
Io vengo, m'àfTrettd: aprimi
la portà àccìb possà Entrare.
Apri la pòrta a méta" acciò
possa prendere il mio tur-
bante.
Odifiote me
Ea ha pe pse dua tivr.
Calinola (*) dagli btefai neri
schiudi là porte acciò possa
BuOj Bo, Bò, Bo, Bo,
Gi ègem spilla esimilo.
Caliriote vu le funde
Ede vete tunde tunde.
Caliriote me surme
Ti mi pul e poi mi le.
Lai la, la, sei tu ch'io sentfy
d mia anima !
Una giovine Àmaùta chiusa in
magnifiche vesti s* avanza
con grazia e decori.
Calinola, giovine figlia dagH
occhi neri, dammi un bacio.
(*) Gli A1W.Ì , eà io isprcìr Ve uotmè fcntmtìétfci «dfente CàliHotJ ,
noa ho ro*i potuto penetrarne il perete.
Se ti pula citi mora ~ Da un mio bàcio" fcf* ri-
Si mi ri ni veti ùdo già. Lrarrtttì tu? La mi.-, anima
arde in secreto.
Va le ni il che cadale — Danza lievemente, con gra-
Celo more, more celò. zia : si , con maggior grazia
arìcota.
Piti hari ti tireti Non ergere tanta polvere: essa
Più liuron eia pra seti. lorderà i tuoi ricamati cai-
zari.
Quest'ultima fràifc tràrrAbe tri Impicciò Uri comméfitaW.
In Albania gli Uomini barino calzari ricchissimi : ma Ite donne
te non v* ha dubbio che la canzonte si Affigga ad unà dì esse )
non hanno, sotto i loro gialli stivaletti 0 pianelle, che una
gamba nuda rimarchevole per la forma e per la candidezza.
Le Albanesi sono di gran* lunga" più belle di quello che feieno
le Greche^ il loro costume più pittoresco, e la loro bellezza
più durevole, perchè essé vivono per lo più bd aria ajfcrta.
Devesi osservare che TÀrfiauta non è lingua tdrittas perciò le
parole delle due Canzoni che qui mostro al lettore sono riferite
seguendo la pronunzia. Furono raccolte da un Gteco w Atene
che pài la ed intende benissimo 11 aiàfelfò Arnàuto:
fidi sefda linde ulavbsfc
Vèttimi upri vi lòfsa.
tò sono ferite del tuo àhibté,
òhrmc! io non amo cHte pfer
Ah vaisisso mi jftivl lWse
Si mi rìni mi la VbsJte.
Ahi! giovine figlia, il tuo a-
moré mi consuma : là mi
Dai ferito nel cuore.
Uti tasa roba stua
Siti ève tulali dua.
Ti ho delto che non diman
dava dote alcuna: io non
domando che i tuoi occhi ,
e le tue occhiaie.
Roba stinorì nsidua
Qu mi sini veni
Qurmidi dua civìleni
Roba ti siarmi tildi eni.
Non ho bisogno di questa ma-
ledetta dote ; non ho biso-
gno che di te.
Lascia eh' io possegga i tuoi
vezzi, e che le fiamme di-
vorino la tua dote.
Utara pisa vaisisso m<
ri ii ti hapti.
Eli mi bine a piste si gui
dendroi tiltati.
Udi vura udorini udiri ci co v a
cilti mora.
Udorini talti bolina n ede
caimona mora.
O giovine figlia! Ti ho amato
con tulta 1' anima : e tu mi
abbandonavi come un albero
Che ho ritratto dell' aver posta
la mia mano sul tuo seno ?
Ho ritirata la min mano ;
ma ella è ancora ardente.
Credo che queste due ultime stanze di versi di differente
misura appartengano ad un' altra ballata: il pensiero delle
ultime linee rassomiglia a ciò che disse Socrate , allorché ,
avendo appoggiato il braccio sovra Crilobolo o Cleobolo uno
de' suoi U9-o*0ATJof , il Filosofo si lagnò per più giorni di un
vivo dolore che gli saliva fino alla spalla. Da quel momento
risolvette d' instruire i suoi discepoli senza toccarli.
N. 31. — Queste stanze son prese qua e là da alcune
Canzoni Albanesi : per intenderle mi sono servito delle tradu-
zioni Romaiche o Italiane.
N. 32. — Questa città fu presa d' assalto contro i Francesi
che la difendevano.
N. 53. — - Vedi i frammenti che seguono a queste note.
N. 34. — File, da dove si gode una bellissima vista d'Atene.
Rimangono ancora molte mine di questa citta; ella fu presa
da Trasibolo prima dell' espulsione dei Trenta Tiranni.
JV. 35. — Quando fu conquistata dai Latini, che ne furono
padroni per molti anni. - V. Gibbon.
N. 36. — La Mecca e Medina caddero da qualche tempo
nelle mani dei Wahabi, setta Àraba, che si accresce in forze
di giorno in giorno.
iV. 37. — Hannovi assai montagne , in ispecie quella che
ha il nome di Link ara, sovra le quali la neve non si discioglie
mai .per intero , malgrado V intenso calore dell' estate ; laddove
sul piano scioglicsi anco in tempo d' inverno.
N. 38. — Il monte Pentelico donde fu estratto il marmo
che servi a costruire tutti i pubblici edifizj d' Atene. Questa
montagna chiamasi ora Mendeli: vi si scorge tuttavia una ca-
verna immensa fatta dall' esportazione dei marmi.
N. 39. — „ Siste, viatori — heroa calcas 1 „ Tale era l'epi-
taffio del famoso Conte Merci. — Quali dunque dovranno es-
sere i nostri sentimenti allorquando calpestiamo la tomba dei
dugento (Greci) estinti in Maratona? Questa tomba fu non
ha guari frugata da Fauvel: nulla vi sì rinvenne, o almeno
quasi nulla di ciò che cercavasi , come vasi , medaglie ecc.
Mi fu offerto perchè lo comperassi il piano di Maratona, al
prezzo di sedici mila piastre, ciò che equivale all' incirca a no-
vecento lire inglesi. (22,600 lire tal.). Ohimè! — „ Expende
— quot libras in duce summo — invenies? „ — E le ceneri
di Milziade non varrebbero altrettanto? Non men di questo
avrebbero fruttato vendendole al peso.
19
SUPPLEMENTI
CHE HJkNNO RELAZIORB COLI A «ROTA 53.
1.
Prima di parlare di ima terra della quale ogni Scritiorc ,
viaggiatore o no , si è credulo in dovere di dire qualche cosa,
pregherò Miss Owenson (Lady Morgan) nel caso clic si dis-
ponesse a darci ancora in quattro volumi la storia di qualche
greca Eroina, di aver la bontà di maritarla ad alcuno di mi-
glior condizione che un Dùdar Àga ( il quale per parentesi
non è un Aga ) U più incivile di qualsiasi piccolo uffìziale ,
«d il pio grande patrono di rapine che Atene abbia visto
giammai (toltone Lord Elgin). Egli, il più indegno tra gli
abitanti d' Acropoli ha un annuo stipendio di cento cinquanta
piastre ( 8 lire sterline ) oltre ciò clic gli è necessario per dare
il soldo alla ma Guarnigione, corpo il più indisciplinato fra
tutti i corpi indisciplinati dell' Impero Ottomano. Dico ciò per
amiciria, avendo presente a) pensiero che altra volta per mia
cagione il marito dell'Ida d'Atene fu sul punto di essere ba-
stonato. Il suddetto Disdar è ua marito turbolento, ebe batte
sua moglie, sicché io supplico Miss Owenson a voler solleci-
tare una separazione por la sua Ida. Dopo aver premesso ciò
pei lettori di romanzi, intorno ad una materia di tanto rilievo,
abbandono Ida per occuparmi del luogo della sua nascita.
Lasciando da parte la magia ÓV nomi, e tutte queste asso-
ciazioni d' idee, ebe sarebbe pedantesco, e superfluo riepilogare,
la sola posizione d' Atene basterebbe perchè ogni uomo che ha
occhi per ammirare l'arte e la natura, dovesse preferirla ad
ogni altra terra. 11 clima, almeno pei me , è una perpetua
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primavera : nello spazio di ben otto mesi , non passò un sol
giorno che io non cavalcassi più ore ; la pioggia non vi cade die
rarissimamente; la neve non fermasi mai sul piano, ed un
giorno nuvoloso è cola una gradevole meraviglia. In Ispagna ,
nel Portogallo, ed in ogni parte dell' Oriente da me visitata ,
eccetto 1' Jonia, e 1' Attica, non ho trovato vcron clima che
fosse di tanto superiore al nostro; ed a Costantinopoli dove
soggiornai nei mesi di Maggio, Giugno, ed una parte di Lu-
glio (1810) havvi motivo di maledire al paese, ed avere
cinque volte lo spleen in una sola settimana.
L' aria della Morca è pesante, e poco sana: ma, passato ap-
pena l' Istmo verso la parte di Mcgara il cangiamento è sen-
sibilissimo. Temo bene che Esiodo non sia ancora trovalo
esano nella sua descrizione di un inverno nella Beozia.
A Livadia ci incontrammo in un incredulo : era un Vescovo
Greco. Questo degno ipocrita derideva la propria religione
con somma intrepidezza (non però alla presenza del suo gregge)
e burlavasi della Messa come di una c Era impossibile
per questo concepire una miglior idea di lui; ciò non ostante,
come Beoziano, era molto vivace, malgrado In sua sciocchezza.
Questo fenomeno (all'eccezione di Tebe, delle ruinc di Chc-
ronea, della pianura di Platea, d' Orcomeno, di Livadia , e
della sua grotta di Trofonio) fu la sola cosa rimarchete
che si osservasse passando il monte Citeronc.
La fontana di Dirce fa volgere un molino; almeno il mio
compagno (che avendo risoluto di essere ad un tempo pulito
e classico, volle prendervi un bagno) assicura essere quella
la fontana di Dirce; e chiunque lo giudicherà conveniènte potili
contraddirlo. A Castri be\cmmo dell' acqua attinia da cinque
o sei rigagnoli, fra' quali ve n' era uno poco limpido, prima
di decidere per nostra soddisfazione quale si fos^e là sorgente
Caslalia; quella sulla quale si fermò la nostra scella aveva un
sapore sgradevole, che probabilmente le demava dallo scio-
— Ì92 —
g l'unsi delle nevi; questa esperienza però non costò a noi
quella febbre epica che ebbe a provare il Dottor Chaudler.
Dalla Fortezza di File, di cui rimangono molte rovine, sco-
pronsi ad un tratto, il piano d'Atene, il Pentclico, rimetto,
V Acropoli, ed il mare Egeo. Una tale prospettiva panni
eziandio più magnifica di quella di Cantra e di Costantinopoli .
La vista istessa della Troade che abbraccia t 1 Ida , l' Elles-
ponto, ed il monte Atos in lontananza non potrebbe pareg-
giarla, benché di maggiore estensione.
Aveva sentito lodare molto la bellezza dell' Arcadia , ma ,
se ne togli la vista del Monastero di Megaspelion ( inferiore
a Zilza perchè meno elevalo e non alto a dominare il paese)
e della scesa delle montagne sulla strada da Tripolizza ad
Argo, 1' Arcadia non ha di rimarchevole altro che il nome.
„ Sternimr et dtdccs moricns reminiscilur Argos. ,,
Virgilio non avrebbe potuto mettere questo verso che in bocca
d'un Argivo; e, (sia detto rispettosamente) Argo non merita
adesso tale epiteto.
Se il Polinice di Stazio:
„ In mediis audit duo littora campis „
potesse ora sentire lo strepitare delle due riviere traversando
T Istmo di Corinto avrebbe più fino orecchio di quanti iulra-
prendono questo viaggio.
„ Atene, disse un celebre Geografo, è tuttavia la città più
,, civile di Grecia. ,, Ciò può essere parlando della Grecia,
non de' Greci', chè Giannina in Epiro, è riputata generalmente,
perfino da essi, come superiore per ricchezza, raffinamento di
lusso, istruzione, e dialetto de' suoi abitanti. Gli Ateniesi sono
rimarchevoli per la loro astuzia, e le ultime classi della società
sono ben caratterizzate col Proverbio, che le pone fra i Giudei
di Salonicco, e i Turchi di Negroponte.
Fra i molti stranieri residenti ad Atene, Francesi, Italiani,
Tedeschi, Ragusei ecc. non v'ebbe mai diversità d' opinione
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riguardo all' apprezzare il carattere degli Ateniesi , benché , per
qualsivoglia altro soggetto disputino con grande acrimonia. 11
Signor Fauvel, Console Francese, che stette treni' anni in Alene,
ai talenti ed alle maniere del quale, e come Artista, e come
uomo di distinzione, nessuno di quanti lo conobbero ricuserà
un pubblico omaggio, diceva s^es&o y me presente, che i Greci
non sono degni di essere emancipali; e stabiliva il suo ragio-
namento sulla loro depravazione individuale e nazionale; di-
mentico frattanto che tale depravazione deve attribuirsi alle
cause che possono solamente allontanarsi con quei mezzi ch'egli
riprova.
Il Signor Roque, rispettabile mercatante Francese, che sog-
giorna da gran tempo in Atene , mi diceva colla più piacevole
gravita : „ Signore ! È questa la stessa canali le che era ai tempi
,, di Temistocle! „ Osservazione rilevante pel — laudator
temporis acti. — Gli antichi Greci diedero il bando a Te-
mistocle ; i moderni gabbano il Signor Roque ; i grandi uomini
sono sempre stati trattati cosi! In una parola, tutti i Franchi
stabiliti nel paese, e la maggior parte degl'Inglesi, Tedeschi,
Danesi ecc. che nou fauno clic trascorrerlo, arrivano a grado a
grado a questa sfavorevole opinione, con altrettanto fondamento
di quello che induce un Turco venuto in Inghilterra a vilipen-
dere la nazione tutta perchè il suo lacchè lo ha derubato , o
perchè gli è stato fatto un sopruso dalla lavandaja. Non è certo
un lieve motivo onde arrendersi , il sentire come i Signori Fauvel
e Lusieri (i due più grandi demagoghi che esistano, e che fra
loro dividonsi il potere di Pericle , e la popolarità di Cleonc ,
e tormentano tuttodì il povero Vaivoda colle loro eterne con-
tenzioni ) s' accordino a condannare i Greci in genere , come un
popolo nulla virtute redemptum, ed in particolare gli Ateniesi.
Quanto a me , non ardisco esporre 1' umile mia opiuione ,
perchè penso esservi sotto il torchio non meno di cinque Viag«i
della più gran dimensione, e del più imponente apparalo ti-
— 294 —
pografico , scritti da persone di spirito ed onorate, e che avranno
posto nel repertorio regolare dei libri di questo genere. Ma se
mi si permette esprimere il mio parere senza offendere al-
cuno, panni dpra cosa il protestare così apertamente, e con
tale ostinatezza come hanno fatto i più, che i Greci non sa-
ranno mai migliori, perchè oggi sono cattivi ed inetti.
Eton e Sonnini hanno falsificato il nostro giudizio coi loro
progetti , ed encomj ; ma d' altra parte De Pauw e Thornton
hanno esagerata di troppo la corruzione dei Greci.
Eglino non saranno mai indipendenti ; nè mai saranno come
un tempo Sovrani , — e Dio voglia che noi divengano ! — ma
non potrebbero essere soggetti , senza essere schiavi ? Le nostre
Colonie non sono indipendenti ; ma sono libere ed industriose ;
la Grecia potrebbe farsi tale col tempo.
Al presente , come i Cattolici d' Irlanda, e i Giudei per tutta
quanta la terra, del pari die ogni altro popolo eterodosso e
bastonato, soffrono i Greci quanti mali fisici e morali possono
affliggere l'umanità. La loro vita è una lotta col vero; sono
viziosi per la propria difesa. È cosa tanto straordinaria che
sieno trattati con umanità, che accadendo loro per avventura
di risentirne gli effetti, sospettano tosto di colui che adopera
seco loro la dolcezza , in quella guisa che un cane battuto di
frequente, morde la mano che cerca di carezzarlo. „ Sono in-
„ grati palesemente, e di un* «gratitudine detestabile. „ —
Tale è il grido di tutti; ma, per Nemesi! verso chi mostrerai*
nosi eglino riconoscenti ? Ov' è 1' umana creatura che abbia mai
reso servigio ad un Greco, od ai Greci ? Ben devono essere
ricoooscentissimi ai Turchi de* ceppi che imposero loro sul collo^
ed ai Franchi delle violate promesse, e de* perfidi consigli!
Ben devono esserlo all' Artista che svelle le loro rume, ed al-
l' Antiquario che le invola! Al viaggiatore che li fa frustare dal
suo Giannizzero , e allo Scrittore che U vilipende ne' suoi Gioì-
uali ! Ecco la somma delle loro obbligazioni verso gli stranieri.
Digitizedt>y VjO
Al Coa renio Fr*uce*caB6 Atene, 23 Geirodjo , <8H.
Fra gli avanzi della politica barbala delle prime età, si tro-
vano le traccie del servaggio che oggi àncora esiste in diverse
contrade , i cui abitanti , benché» disgiunti di religione e di co-
stumanze, si accordano quasi tutti nell' oppressione Che eser-
citano.
GT Inglesi hauno avuta pur finalmente compassione de' loro
Negri; e sotto un governo un pò meno ipocrita, verrà tempo
eh' essi affrancheranno del pari i loro fratelli Cattolici ; ma il
solo intervento degli stranieri può dare 1' emancipazione ai
Greci , che altrimenti pare abbiano a sperarla tanto poco dai
luuiii, quanto i Giudei dall' nroan genere.
Del resto noi conosciamo i Greci antichi ; od almeno i giovani
europei dedicano allo studio de' loro scritti , t delle loro Istorie
una gran parte del tempo, che potrebbero con maggior. 1 utilità
adoperare a studiare i proprj Scrittori, e la propria Storta. In 1
quanto ai Greci moderni , vengono essi trascurali fortó più che
non meritano; ed inumo che ogn' individuo ambizioso del nome
di sapiente, impiega la giovinezza, e spesso ancor* l'età matura-
nello stùdio (fella lingua, * dette aringhe dei demagoghi Ate-
niesi in favor* della libertà , i ««fendenti reali o supposti di
questi fieri repubblicani sono abbandonati all' attuale tirannia
de' loro oppressóri , benché un lieve sforzo per pn rie delle na-
zioni europee sia bastante a smezzarne* Be caténe.
Sarebbe pretensione ridicola lo sperare , come i GrCcr fanno,
il ritorno dell'antica loro primazia; che, onde possa ciò avve-
nire, sarebbe d' uopo che il resto del mondo rientrasse rtelT an-
tica barbarie, dopo riconosciuta 1* sovranità della Grecia. Pare
bensì , ( toltane l' apatia dei Franchi ) che non vi sieno rilevanit
— 29« —
ostacoli a rendere la Grecia un* utile dipendenza dell* Impero
Ottomano, od anche uno Stato libero con discrete garanzie; —
pure io non azzardo questo, se non salvo il diritto di ritratta-
zione, dacché molte persone capaci a giudicarne, pensano non
potersi giammai il mio progetto mettere in pratica.
I Greci non perdettero mai la speranza della loro liberazione,
benché sieno essi assai divisi di opinione relativamente a* loro
possibili liberatori. La loro Religione fa sì che abbiano della
confidenza ne' Russi ; ma questa Potenza gli ebbe già delusi ed
.abbandonati due volte , e la terribile lezione avuta dopo la diser-
zione dei Russi nella Morra non è ancora dimenticata. Non
amano i Francesi , quantunque la sottomessionc del rimanente
d'Europa dev'essere probabilmente seguita dalla liberazione
della Grecia Continentale. Gl'Isolani attendono soccorsi dall'In-
ghilterra, vedendo come ella siasi non ha molto impossessata
della Repubblica Jonia, a riserva di Corfù. Ma, sia qual vuoisi
la Potenza che rivolgerà le sue armi in sostegno de' Greci , sarà
sempre per essi la benvenuta. Quando arrivi un tal giorno ,
abbia il Cielo misericordia degli Ottomani 1 Non essi potranno
trovar pietà nel cuore de' Giaurri.
Ma, anziché rammentare ciò che sono stati altra fiata, e in-
vece di dissertare su quello che possono essere nell' avvenire ,
consideriamo ciò che siano al presente.
E qui è impossibile conciliare la divergenza delle opinioni
manifestate dai mercatanti , screditando a tutto potere i Greci: e
dai viaggiatori in genere ponendo alcuni periodi in loro lode, e
pubblicando curiose speculazioni fondate sul loro primitivo stato
di splendore, che non può avere maggior influenza sulla loro
sorte attuale di quello che abbia V esistenza degli Incas sui de-
stini futuri del Perù.
Uno scrittore ingegnosissimo chiama i Greci , gli alleati na-
turali degl' Inglesi; un altro, non meno spiritoso assicura che
non possono essere alleati con veruno, e clic non discendono
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punto dagli antichi Greci: un terzo più vivace ancora dei due
primi , innalza un Impero Greco sopra fondamenta Russe, e ve-
rifica — sulla carta — tutte le chimere di Catterina li. Ri-
guardo alla quistione della loro orìgine, che importa che i Mai-
noiti sieno o no i discendenti in linea retta dai Lacedemoni , o
che gli Ateniesi attuali sieno tanto indigeni quanto le pecchie
dell' Imetlo, o le cicade alle quali venivano un tempo parago-
nati? Quale Inglese mostrasi ansioso di sapere se il suo sangue
sia Danese, Sassone, Normanno, o Trojauo? O chi avvi mai,
se ne eccettui un Welchc, che si accuori pel desiderio di di-
scendere da Carattaco ?
I miseri Greci non sono così abbondevolmente provvisti di
beni di fortuna, perchè i loro diritti ad un'antica origine ab-
biano ad essere altrui oggetto d'invidia. È troppo crudele il
cercare, come fa il Signor Thornton, a turbarli nel possesso di
quanto il tempo ebbe loro lasciato ; cioè a dire la loro origine ,
cui essi sono oltre ogni dire affezionati , siccome quel solo bene
che possano veramente dire lor proprio. Sarebbe curiosa cosa,
in questa circostanza , il pubblicare e confrontare le opere dei
Signori Thornton, e De Pauw, Eton, e Sonnini: paradossi per
una parte, e prevenzioni per l'altra. Il Signor Thornton pretende
d'aver diritto alla pubblica confidenza per aver soggiornato
quattordici anni a Pera. Ciò potrebbe essere per rapporto ai
Turchi ; ma tutto quel lungo spazio di tempo non gli ha però
dati i lumi necessari a decidere del vero stato della Grecia, e
de* suoi abitanti , come il vivere alcuni anni nel Quartiere dei
Marinaj di Londra , non avrebbe potuto fargli conoscere le mon-
tagne della Scozia occidentale.
I Greci di Costantinopoli abitano il Fanale; e se Thornton
non è passato traverso il Corno Dorato più spesso di quello che
sogliano i mercatanti suoi pari, io non potrò avere grande con-
fidenza nelle sue relazioni. Udii non ha molto un di questi Si-
gnori vantarsi delle loro communicazioni rarissime colla città,
— 208 —
ed assicurare con aria di trionfo che per parte sua non era ve-
nuto in Costantinopoli che quattro volte in quattro anni.
Per ciò che si riferisce ai viaggi di Thornton nel Mar Nero
sopra vascelli Greci, essi devono dargli della Grecia la stessa
idea che una gita a Berwick sopra un battello peschereccio
Scozzese gli darebbe di Johnnjr Grofs house.
Su quali fondamenti dunque arrogasi egli il diritto di con-
dannare in massa un popolo del quale conosce s\ pochi indi-
vidui? È ridicolo, come Thornton, che biasima così spesso
Ponqueville quantunque volte eì fa parola dei Turchi , abbia
ricorso all' autorità di lui parlando dei Greci , e gli dia allora
il titolo di osservatore imparziale. Per isventura Pouqueville
non ha diritto ad un tal titolo , come non compete a Thornton
il conferirglielo.
11 fatto si è che noi siamo per mala sorte privi di docu-
menti esatti sui Greci, ed in particolare, sulla loro letteratura;
ed è probabile, che non ne avremo giammai, fiuchè le nostre
relazioni non divengano più intime , ed abbia luogo la loro
indipendenza. I rapporti de* viaggiatori sono poco degni della
nostra confidenza, non meno che le invettive dei commer-
cianti appassionati. Ma, fino a tanto che non possiamo averne
di migliori , dobbiamo starcene paghi a qncl poco che pos-
siam ricavare da tali sorgenti
Sieno esse quanto si voglia difettose, por tuttavia sono da
preferirsi ai paradossi di persone che non lessero che superfi-
cialmente gli antichi autori, e nulla videro de* moderni, come
De Pauw; il quale laddove afferma che la? razza dei cavalli
inglesi è viziata dal New market, (*) e che gli Spartani furono
vili sul campo di battaglia, da a divedere che conosce tanto
poco gli Spartani, quanto i cavalli inglesi.
Le sue — Osservazioni Filosofiche — porterebbero più giu-
(0 Luogo dare ci fanno le corte dei Cavalli.
<
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slaraente il lilolo di — Sogni. È inutile lo sperare da eh!
condanna cos'i sfrontatamente alcune delle più celebri iustitu-
zioni degli antichi, una qualche indulgenza pei Greci moderni;
e per ventura accade che 1* assurdità delle ipotesi sui loro avi
distrugge le di lui asserzioni relative ad essi medesimi.
Crediamo così, che a dispetto delle profezie del De Pauw,
e delle dubbiezze del Signor Thornton, esista una speranza
ragionevole di liberazione in favore di un popolo il quale —
sieno pur grandi gli errori della sua politica, e della sua re-
ligione, — è stato troppo ampiamente punito colla prigionia
di tre secoli e mezzo.
#
3.
Atene, «1 Convento Francescano, il 17 Mano, l8li.
Debbo avere qualche conferenza con questo Sapiente li bano.
Qualche tempo dopo la mia partenza da Costantinopoli
verso costì, ricevei il N.° 31 della Edinburgh Review che,
considerata la somma distanza, era un sommo favore; io lo
dovetti alle cure del Capitano di una fregata Inglese clic
venne a passare presso di Sai ami na. L ' art. 3 di questo nu-
mero, conteneva 1' analisi di una traduzione francese di Stra-
bone; vi erano state aggiunte alcune note intorno ai Greci
moderni, e la loro letteratura, con una breve notizia sopra
Coray uno degli autori della versione francese. Mi ristringerò
ad alcune osservazioni sulle note, ed il luogo da dove le scrivo
mi giustificherà, spero, dell' averle messe iu un* opera le-
gata per più rapporti a questo soggetto. Coray, il più celebre
dei Greci viventi, almeno presso i Franchi, nacque a Scio
(nella Review dicesi nato a Smirne: ho delle ragioni per ere-
— 500 —
dere che la notizia sia inesatta). Oltre la traduzione di Beccaria,
ed altre opere delle quali si fa parola nella R&'iew, ha pub-
blicato un Lessico in Romaico ed in Francese, per ciò che
mi viene assicurato da alcuni Viaggiatori Danesi , che giungono
da Parigi. Ma V ultimo Lessico che ebbimo qui in Francese
ed in Greco è quello di Gregorio Zalikoglou. (*) Coray ebbe
ultimamente una controversia sgradevole con M. Gail (**)
commentatore Parigino, ed editore di alcune traduzioni di
poeti Greci; dacché T Instituto di Francia aveva aggiudicato
ad esso il premio per la sua versione di Ippocrate: Tlifì
Mtop ecc. col sommo malcontento del suo competitore de-
luso. Le opere letterarie, ed il patriottismo di Coray meri-
tano senza dubbio molti elogi; ma una parte di questi non
deve essere già ricusata ai due Zosimado ( mercadanti stabiliti
a Livorno) che lo inviarono a Parigi, e ve lo mantennero
a proprie spese, colla mira determinata di cercare a rischia-
rare le oscurità degli antichi Greci, e di accrescere le ricerclie
moderne de' suoi compatì iotti. Coray però non è cosi celebre
fra i suoi quanto alcuni che viveano nei due ultimi secoli ;
più particolarmente Doroteo di Mitilenc, i cui scritti Ellenici
sono tanto stimati da' Greci, che Melezio li chiama: Mcrèt
ror BovKvìnnv k*Ì Etye^SvTA eipirTOf 'Eààwkow. (Pag. 224,
Istoria Ecclesiastica. Voi. iv.)
(*) Io possiedo on eccellente Lessico, T/iyX«*«», che lo scudiere S. G.
die rumi per cambio di una piccola pietra preziosa. I miei amici Autiquarj
non l'hanno giammai dimenticato, ab mai potranno perdonarmela.
(**) Nell'opuscolo (pamphlet) che il signor Gail pubblicò contro Coray
minaccia di voler gettare V insolente Ellenista dalla finestra. Sopra
di che, un crìtico Francese esclama : „ Dio mio ! Gettar un Ellenista dalla
finestra ! Quale sacrilegio ! " Sarebbe stato al certo un trattamento un pò
aererò per quegli autori che abitano a tetto. Ho citato questo passo al
solo oggetto di far vedere la parità di stile delle controversie di tutte le
contrade civilizzate. Londra ed Edimborgo sosterrebbero con vantaggio
sotto quc*to rapporto il paralello con questa ebollizione parigina.
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*
— 301 -
Panagiotes Kodrikas, traduttore di Fontcìielle, e Kamarasses
che tradusse in Francese V opera d' Ocello Lucano sopra l'Uni-
verso, Christodoulos, e più specialmente Psalida, con cui mi
trattenni a Giannina , hanno anch' essi molta fama fra i let-
terati del loro paese. L'ultimo ha pubblicato in Romaico ed
in Latino un'opera Sulla Vera Felicità, dedicata a Catterinall.
Ma Polyzois, che gli Autori dell' Edinburgh Review dicono
essere il solo Autore vivente che siasi destinato come Coray
alla cognizione dell' Ellenico, se è quello stesso Polyzois
Lampaniuiotes di Giannina che ha pubblicate molte opere in
Romaico, esso è un mercatante viaggiatore di libri, nè più nè
meno, che nuli' altro ha di comune col contenuto di quelli,
fuorché il suo nome posto sulla pagella del titolo per ga-
rantirsi la proprietà nella pubblicazione , ed è inoltre , un
uomo sprovvisto affatto di classiche cognizioni. Pure , come
questo nome è comune, un altro Polyzois può essere staio
V editore delle Lettere d' Aristeneto.
È cosa dolorosa che il sistema continentale abbia chiusa ogni
comunicazione colle Città nelle quali i Greci stampavano i
loro libri, e specialmente con Venezia e Trieste. Le Gram-
matiche comuni per uso dei fanciulli sonosi fatte troppo care
per la bassa classe. Fra i libri originali de' Greci moderni ,
devesi consultare la Geografia di Melezio Arcivescovo d'Atene,
ed un gran novero di in quarto teologici, e di opuscoli poetici.
Le loro Grammatiche e Lessici in due , tre , e quattro lingue
sono numerosi ed eccellenti. La poesia è rimata. 11 più singo-
lare componimento che mi vedessi, poco tempo fa, si è una
Satira a dialogo fra im Russo, un Inglese, ed un Francese
viaggiatore, il Vaivoda di Valacchia (o Blackbey, come essi
lo chiamano) un Arcivescovo, un Mercatante, ed un Cogia
Bachi (o Primate). Compariscono tali personaggi successiva-
mente, e V Autore attribuisce a tutti loro V avvilimeuto at-
tuale dei Greci sotto i Turchi.
DV VjOU
I loro canti sono talvolta graziosi e patetici: ma i metri
sono per lo più sgradevoli alle orecchie di un Franco. Il più
bello di lutti è U famoso, Atìr*, wmht Tw$ 'fiMuWl (Ascol-
tate, figli dei Greci! ecc.) scritto dall'infelice Riga. Ma i„
nn Catalogo di sessanta e più Autori che ho sott' occhio , pos-
soi* rinvenirsene tutto al più quindici ché abbiano trattato di
altre materie che teologiche.
Sono incaricato da «„ Greco di Atene, chiamato Mar-
marotouri, di prendere le disposizioni necessarie onde, se è
possibile, fare stampare a Londra una traduzione in Romaico
del Viaggio £ Amicarsi di Barthélemj. Non ha egli altri
mezzi onde pubblicar* la sua traduzione, fuorché- quello di
spedire il MS. a Vienna, pel Mar Nero, e pel Danubio
L' Autore della Review fa menzione di una scuola stabilita
ad Ecatonesi, e soppressa ad istigazione del Generale Sebastiani 8
U Crmco vuole senza dubbio parlare di Cidonia o a Tm™
a , molestato dalla Porta, sotto
- ridicolo pretesto che i Greci costruivano una Fortezza invece di
on Collegio. Ma , dop> alcune istanze, e per mezzo del paga-
mento di una somma di denaro al Divano, è stato dato il permesso
di proseguire l' insegnamento. U Professore principale chiamato
Vemamin (Beniamino) è riputato uomo di talenti, ma libero
pensatore. Nacque egli a Lesbo; studiò in Italia; insegna l'El-
lenico , U Latino, e qualche lingua Franca; ed ha inoltre al-
ninp iiA-MA.ii - «- a* •
cune nozioni intorno alle
Be0ehè n °" « ia ™» Pensiem di eKendermi di più sovra
■ «-gnu. <P»»1° **mmm» cor, queste p » r „| e: „ Talp can .
. g.»me nl . deve aunbuirsi alle loro d-graaie piu u 0i ,o che ad
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„ una degradazione fisica. „ Può esser vero che i Greci non
sieno degenerati fisicamante, e che Costantinopoli conteneva,
nel giorno eh' ella cangiò di padrone, tanti uomini di sei piedi
e più , quanti ne ebbe ne' giorni della sua prosperità. Ma la
Storia Antica, e i Pubblicisti moderni e' insegnano che fa d'uopo
ben più d'una perfezione fisica per mantenere uno Stato nella
sua forza ed indipendenza; ed i Greci in ispecie sono un tristo
esempio dei rapporti intimi che esistono fra la degradazione mo-
rale, e la decadenza di una nazione.
Lo Scrittore della Review parla d' un piano eh' egli crede
immaginato da Potemkin onde perfezionare il Romaico. Ho fatto
inutili «forzi per procurarmi dei ragguagli sulla di lui esistenza.
Eravi un' Accademia a Pietroborgo pei Greci ; ma è stala sop-
pressa da Paolo, nè il suo successore l'ha più ristabilita.
M'immagino che sia un trascorso della penna del Critico,
nè altro può essere che un trascorso della penna ( a slip of
the pen) che gli abbia fatto dire alla pag. 58, n.° 31 della
Edinburgh Review: — „ Sappiamo, die allorquando la capi-
,, tale dell Oriente cedette a Solimano.... „ — Presuppongo che
in una seconda Edizione della Review, quest'ultimo vocabolo
verrebbe rimpiazzato da quello di Maometto li. (*) — „ Le
(*) In nn precedente Numero della Edinburgh Review, 1 Soft , ti h*gge :
„ Lord Byron ha «issati aironi de' «noi primi anni in Iscoria. Avrebbe
potato apprendervi che il vocabolo pibtoch tanto vale a significare una
n Cornamusa , come un Duetto ad indicate nn Violino. '* Or ditemi - è
egli forse in I scozia che i giovani dell'Edinburgh Review hanno impa-
rato che S 'limano significa Maometto TIt E similmente che critica
voglia significare infalHkilitàl Ed ecco come,
„ Cedimns incroe vicem praebemus crura sagittis. „
L' errore sembra così ad avidenza un» trascorso di penna ( per la somma
somiglianza, delie due voci e pec la mancanza Lutala di errare del
Leviathan léttcrario ) che io 1' avrei parsalo «otto silenzio , siccome nel
tosto, se non avessi osservati nella Edinburgh Review moki scherzi piace-
voli sul proposito di colali scoperte, in ispecie una recente nella quale le
— 504 —
„ Signore di Costantinopoli, prosegue il Giornalista , parla-
„ vano a quest' epoca un dialetto che non sarebbe stato in •
degno di una Ateniese. „ Non so come ciò possa essere :
però emmi penoso il dirlo, le Signore in generale, e le Ate-
niesi in particolare , sono bene scadute in oggi , essendo tanto
lontane dallo scegliere il loro dialetto, e le loro espressioni ,
quanto tutta la stirpe Ateniese è lunge dal giustificare il pro-
verbio :
'fl 'Adwva Trpaórv x«fy*»
TV ycuSApwq rpétptti ra>p<x
Nel Voi. 10 di Gibbon , pag. 161, trovasi il passo che
segue: — „ 11 dialetto volgare di Costantinopoli era grossolano
„ e barbaro abbencbè le composizioni di chiesa e di palazzo
„ affettassero talora di imitare la purezza dei modelli Attici. „
Malgrado quanto avrebbe potuto dirsi a questo proposito , è
ben difficile il credere che le Signore di Costantinopoli par-
lassero, sotto il regno dell'ultimo Cesare, un dialetto più puro
di quello nel quale Anna Comnèna aveva scritto tre secoli
prima, e queste reali pagine non sono certo considerale come
i migliori modelli di eleganza sebbene la principessa ykaÌTTa*
itXtp 'AKPIBftS 'AttixiSouw.
Il miglior Greco è quello che parlasi nel Quartiere del Fa-
nale ed a Giannina. In quest' ultima Città ewi una
rentissima sotto la direzione di Psalida.
Giunse non ha molto ad Atene un allievo dello stesso Psa-
lida, che ha intrapreso un viaggio di osservazioni nella Grecia;
esso è intelligente , e meglio instruito di un allievo della mag-
parole e le sillabe vi tono discuti e e trasportate. Il passo mentovato qui
•opra mi spinge involontariamente a ricordargli quanto più facile sia
1' usare la critica che il far bene. Qoeati Signori che così spAso godono
di nn trionfo dopo simili vittorie, mi permettano per ora questa leggera
ovazione.
— 305 —
gior parte de* nostri Collegj. Riferisco ciò come una prova che
10 spirilo di ricerca e d' osservazione non è estinto al tutto
presso i Greci.
Il Redattore della Review nomina Wright, Autore di un
bel Poema intitolato: Horce Jonicce, come capace a dare
dei minuti ragguagli sopra questi Romani di nome e Greci
degeneri, del pari clic sulla loro lingua. Ma Wright, benché
buon poeta, ed uomo abile, ha commesso un errore asse-
rendo che il dialetto Albanese del Romaico, sta più dappresso
all' Ellenico. Che è pubblicamente nolo parlar gli Albanesi un
dialetto corrotto, quanto lo Scozzese della Contea d' Aberdeen,
o l'Italiano di Napoli. Giannina (dove dopo il Fanale parlasi
11 più puro Greco) benché sia la Capitale delle possessioni di
Ali Bascià, non trovasi in Albania, ma in Epiro; e al di là
di Delvinachi , nell' Albania propria , fino ad Argyrocastro c.
Tebelen (al di là della quale città non mi recai) si parla
nn Greco anche più cattivo di quello della stessa Atene. Ebbi
per un anno e mezzo due di questi singolari montanari
al mio servizio, la cui lingua madre è V Illirica, e giam-
mai non udii eli' essi od i loro compatriota (i quali vidi,
non solo nelle case, ma in numero di 20,000 nell'armata
di Vdi Bascià) si lodassero pel loro Greco; ma bene spesso
erano anzi scherniti pei loro barbarismi di provincia.
Conservo presso di me venticinque lettere circa ( fra le quali
ve ne hanno alcune del Bey di Corinto ) scrittemi da No-
taras, il Cogia Bachi, ed altre del Dragomanno del Caimacam
della Morca (che governa ora in assenza di Vdi Bascià).
Mi fu detto poter essere quelli, considerevoli saggi del loro
stile epistolare. Ne ricevetti eziandio parecchie a Costantinopoli
da diversi individui di distinzione : esse sono scritte nello stile
il più iperbolico, ma colla vera scrittura antica.
Il Redattore della Rcview, dopo alcune osservazioni intorno
alla lingua Greca nel suo stato passato e presente , pretende
20
— m —
stabilire questo paradosso (pag. 59) che la cognizione cMU
sua lingua materna tloveitc nuocere assaissimo a Coray per
apprendere l'antico Greco: come se potesse essere meno capace
d'intenderlo a cagione che egli sa a perfezione il moderno!
A questa osservazione segue un paragrafo dove viene racco-
mandato in termini espliciti lo studio del Romaico come un
polente ttjulo , non solamente pel viaggiatore, o mercatante
straniero, ma ben anco a chi fa l suoi sludj classici: in una
parola, a rutti, eccetto che a colui che può rendersele l'uso fa-
migliare; e per una pan là di ragionamento, il nostro antico
linguaggio è riguardato come più facile ad apprendersi dagli
stranieri) elle da noi medesimi! Tuttavolta io voglio indurmi
a credere che un Tedesco, die studj 1' Inglese ( benché egli
stesso d' origine Sassone ) sarebbe imbarazzai iasimo a spiegare
Sir Trìstrtm , o qualche altro MS. Auchlnlcck, avesse pure
a sua disposizione e dizionario e grammatica. Parrà evidente
non potervi essere altri fuor che un nativo, capace di otte-
nere una coftniiione , non dico già completa , ma competente
de' nostri idiomi vertuti in disuso. L' ingenuità del critico dee
guarentii della sua buona fede: ma noi non ci affideremo a lui
più che al Lìsmafiago di Smollett che sostiene, che l'Inglese
il più puro si parla ad Edimborgo. Che Coray potesse errare ,
è possibile; ma, dove ciò fosse, la colpa è piuttosto dell'uomo
che della lingua materna, che è, e deve essere del più grande
a)uto allo studente Greco. — Qui lo Scrittore della Review
viene alle osservazioni sui traduttori di Strabone, ed io qui
pongo fine alle mie sopra di lui.
Sir W. Drummond, il Sig. Hamilton, Lord Aberdeen,
il Dottor Clarke, il Cap. Leake, i Signori Geli, e Walpole,
ed altri che trovansi di presente in Inghilterra , hanno tutto
quanto è necessario per dare delle notizie certe sopra questa
nazione scaduta. Le poche annotazioni da me pubblicate , non
sarebbero scritte, se 1' articolo in quistione, — e meglio, —
il luogo ove lo lessi, non mi avessero trailo a meditare atien-
tamentc su crucile u&ffine . die il vantaselo delle mia aaaaa*
aionc presente mi metteva in grado d' illustrare, o di pro-
varmi almeno a farlo.
Ho procurato di soffocare tutti i sentimenti personali che
mio malgrado si risvegliano in me , da tutto ciò die riguarda
V Edinburgh Review; non che ambissi a mere a re il favore
de' suoi Scrittori, o cercassi a cancellare la ricordanza di quanto
ho fatto , non ha molto , di pubblica ragione : ma semplice-
mente io sento quanta incongruenza v' abbia nel mescolare
risentimenti privati ad una discussione di simil fatta, princi-
palmente a questa distanza di tempo e di luogo.
I
NOTA RELATIVA AI TURCHI.
_
Le difficolta di viaggiare in Turchia furono dì molto esa-
gerate, o piuttosto scemarono notevolmente da qualche anno,
i Monsulmani hanno acquistata una specie di civilizzazione
assai favorevole ai viaggiatori.
È rischioso l'estendersi troppo parlando dei Torchi, e della
Turchia, dacché non basta il soggiornare con essi una ven-
tina d' anni per imparare a conoscerli, almeno per parte dì
essi medesimi. Per mio riguardo, non ho motivo alcuno di
lagnarmi: che anzi ho ricevute mille pulitezze — dirò pure
tratti di amicizia — ed una agiata ospitalità da Ali Bascià, dal
figlio suo Veli, Nasci:, di Morea, e da molte altre persone di
condizione nelle provincie. Suleyman Aga , ex-Governatore di
Atene, ed ora Governatore di Tebe, era un bori vivant, e di
carattere così socievole che stavasi sempre accoccolato a tavola.
Nel carnovale , quando i nostri compagni facevano delle ma-
scherate , esso ed il suo successore erano più contenti di ricé-
vere le maschere , che di trattenersi con alcuna nsufruttuaria di
Grosvenor-square. Una volta, essendo egli venuto a desinare al
Convento, il suo amico ed ospite il Cadi di Tebe, si lasciò
cadere da tavola, iutanto che il Vaivoda pareva godesse della
caduta di lui.
In tutte le mie relazioni monetarie coi Monsulmani ho tro-
vata sempre la più rigorosa onoratezza, ed il più gran disin-
teresse. Trattando d' affari con essi, non s' incontrano quei
vergognosi peculati conosciuti sotto il nome d' interessi , di
differenza di cambio , di commissione ecc. che si hanno a
soffrire ogni qualunque volta vogliasi dirigere, per ottenerne
dei biglietti di Banco , ai Consoli Greci , ed eziandio alle stesse
prime case di Pera.
Al presente però, dietro un uso stabilito nell'Oriente, ben
di rado vi troverete perdente ; che per una buona lettera di
Cambio generalmente se ne ottiene un' altra di egual valore ,
un cavallo, od uno shawl.
Nella Capitale , ed alla Corte , i cittadini , ed i cortigiani hanno
gli stesti modi di quelli della Cristianità; non esiste però un
carattere più onorevole, più amabile, e più cortese del provin-
ciale Aga veramente Turco, o del gentiluomo Mon sul mano di
Provincia. Non intendo già di parlar qui degli Aga, che per
una specie di dritto feodale posseggono dei beni più o meno
considerevoli nella Grecia , e nell'Asia Minore.
Le ultime classi sono in uno stato di sommessionc cosi tolle-
rabile, che eguagliano la plebe delle contrade che pretendono
d' essere più civilizzate. Un Monsulmano , scorrendo le strade
delle nostre Citta di Provincia si troverebbe più imbarazzato in
Inghilterra, che un Franco in simile circostanza in Turchia.
L' uniforme militare è il miglior costume per viaggiare.
U ragguaglio della loro religione e delle varie sette dell' Isla-
mismo trovasi esattamente riferito nell'opera francese d'Olisson.
I loro modi e costumi sono stati meglio ancora descritti da
*
Thorntou. Gli Ottomani , con tutti i loro difetti non sono già
un popolo da dispregiarsi : eguali per lo meno agli Spagnuoli ,
tono superiori ai Portoghesi. Se è difficile il dire ciò eh' essi
si. no, puossi dire almeno ciò che non sono: non sono traditori,
non sono vili, non bruciano gli eretici, non sono assassini, ne
pure se il nemico si avanzasse verso la loro capitale. Fedeli al
Sultano fino a che non divenga incapace a governarli , sono
votati al loro Dio senza indagare qual sia. Se fossero domani
cacciali da Santa Sofia, se i Bussi, od i Francesi occupassero
il loro Impero, chi fa se l'Europa vi guadagnerebbe? L'In-
ghilterra vi perderebbe certo.
Quanto a questa ignoranza della quale sono cosi generalmente
c talvolta cosi giustamente accusati, può mettersi in dubbio,
lasciale a parte la Francia e l' Inghilterra , se v' abbiano punti
usuali di cognizioni ove sieno sorpassali dalle altre nazioni.
Forse nelle ani abituali della vita ? Nelle manifatture forse ?
Una sciabola turca è ella inferiore ad una di Toledo? O pure,
un Turco è egli più male in arnese di uno Spagnuolo? Od è
alloggiato, e nudrito peggio di lui? O è di lui più ignorante?
I loro Bascià sono forse meno educati di un Grande di Spa-
gna? O un Effendi meno d* un Cavaliere di S. Giacomo? — Non
lo credo.
Mi ricordo che Mahmout, nipote di Ali Rascia mi ebbe ri-
chiesto, «e il mio compagno di viaggio ed io fossimo dell' alta
o bassa Camera del Parlamento? Tale quistione fatta da un
fanciullo di dicci anni , prova che la di lui educazione non era
stata trascurata. Si potrebbe dubitare se un giovine Inglese co-
nosca a quell'età la differenza che passa fra il Divano, e un
Collegio di Dervis : sono però sicurissimo che uno Spaglinolo
non la conosce. Come mai il piccolo Mahmout, circondalo in
ogni tempo da' suoi Governatori Turchi , avrebbe imparato che
esisteva un Parlamento in Inghilterra, se gl'Institulori avessero
ristretta al Corano ogn' istruzione del loro allievo.
— 510 —
In tulle le Moschee, hannovi delle scuole regolarmente fre-
quentale ; ed i poveri sono istruiti senza che ne sia danneggiala
la chiesa turca. Io credo, che il sistema di educazione non sia
ancora stampato (benché esistano già dei torchj turchi, e sieno
stati impressi dei libri per 1* istruzione militare di Nizam Ge~
didd ) \ non ho udito dire se il Muftì , ed i MoUas abbiano
sottoscritto, o se il Caimacara, e il Tefterdar siami allarmati
per timore che il giovine istrutto apprenda a non domandare a
Dio la sua ria. Anche i Greci hanno un Collegio della loro
propria religione a Maynooth, — non ad Hawaii, dove i Cri-
stiani eterodossi ricevono dagli Ottomani quella stessa prote-
tione , che ottiene il Collegio Cattolico dalla legislazione Inglese.
Chi allora oserà affermare, che i Turchi sono ignoranti ipocriti,
mentre mostrano per tal modo la stessa proporzione di carità
cristiana che è tollerala nel più prospero e più ortodosso di tutti
gì' Imperi possibili ? Ma , bench' essi accordino tutte queste cose,
non soffrirebbero che i Greci partecipassero ai loro privilegi ,
_ no: si battano eglino bene in guerra, paghino puntualmente
i loro haratch (tributi): sieno battuti in questo mondo, e dan-
nati nell* altro. Emancipiamo noi forse i nostri Iloti Irlandesi ?
Maometto ce ne guardi! Saremmo allora malvagi Monsulmani,
e indegni Cristiani.
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APPENDICE.
Presso un popolo schiavo , costretto a ricorrere a torchj stra-
nieri, eziandìo pei suoi libri di pietà, è meuo sorprendente il
rinvenire un numero cosi ristretto di pubblicazioni intorno ad
oggetti generali , di quello che lo sia il trovarne alcune sopra
un soggetto qualunque. 11 numero totale dei Greci ,Jj dispersi
nell'Impero Turco, e in qualunque altra parte, può sommare
tutto al più a tre milioni; con tutto ciò, egli è impossibile
trovare una nazione che abbia in proporzione del numero degli
individui che la compongono, una maggiore quantità di libii e
di autori di quella che hanno i Greci del nostro secolo: „Mais'i!
diranno i generosi patrocinatori della schiavitù, i quali nell'atto
che affermano l'ignoranza dei Greci, vietano loro di poterla
dissipare ; „ Maisi ! E la maggior parte di que* libri , se non
„ l' intiero novero, altro non sono che trattati ecclesiastici, e
„ per conseguente buoni da nulla. „ Dio buono! Glie possono
altro scrivere fuor che questo, domando io? È piacevole assai
il sentire un Franca, principalmente Inglese , che insulta cosi
il Governo del proprio paese; od un Francese, die può ingiu-
riare ogni altro Governo fuorclté il suo, e che ha piena facoltà
di scrivere sopra qualsiasi soggetto, filosofico, religioso, scien-
tifico, scettico, o morale, disprezzando le leggende greche!
Un Greco non può scrivere sulla politica, nè può abbozzare al-
cuna scienza per mancanza d'istruzione: solo eh' ei dubiti, è
scomunicalo, è dannato; ed è per questo che i suoi concittadini
non sono avvelenati dalla moderna filosofìa ; ed in quanto agli
scritti morali, grazie all'oppressione dei Turchi, essi non ne
conoscono. Che riman loro adunque, se il cerchio nel quale
debbono aggirarsi è tracciato? La Religione, f la Biografia
— 512 —
sacra: ed e naturalissimo che coloro elle hanno così poco a loro
retaggio nella presente vita, volgano lo sguardo alla futura.
Non abbiamo dunque di che meravigliarci , se in un Catalogo
che ho adesso sott' occhio, di cinquanlacinque Scrittori Greci,
la maggior parte dei quali viveva in questi ultimi anni, se ne
trovino non più di quindici che abbiano trattalo d' altro che di
religione. 11 Catalogo presente è riferito al capo vigesimo sesto
del auarto volume dell' Istoria Ecclesiastica di Meleaio. Estraneo
da questo Caulogo una lista di Autori che hanno scritto sopra
materie generali.
Néophitcs, Diakonos (Diacono) della Morea, ha pubblicato
una Grammatica estesa , ed alcuni Regolamenti Politici
che lasciò non terminati alla sua morte.
Prokopitjs, di Moscopoli (Città dell'Epiro) ha scritto e pub-
blicato un Catalogo di Greci Sapienti.
Sebàprin, di Periclea, è autore di molte opere in lingua turca,
ma scritte con caratteri greci pei Cristiani della Caramania
che non parlano il Romaico, ma leggono questo carattere.
Eustàthius Psalida di Bucharest, medico, fece il viaggio d'In-
ghilterra col fine d' istruirsi x*P tv V-*?***»* ; ma benché il
suo nome venga citato , non si dice che abbia pubblicate
delle opere.
Kat limki's Torgeraus , Patriarca di Costantinopoli. Scrisse di-
versi Poemi , e dei Trattati in prosa ; come pure una Lista
di Patriarchi dall'ultima presa di Costantinopoli.
Anàstàsius Macedon, di Nasso, membro dell'Accademia Reale
di Varsavia, Biografo Ecclesiastico.
Demetrius Pamperes , di Moscopoli , autore di molte opere, in
particolare di un Commentario sullo scudo di Ercole,
d'Esiodo, e Dugento Novelle (non vien detto intorno a
quali soggetti): pubblicò la sua Corrispondenza co] celebre
Giorgio di Trebisonda suo contemporaneo.
Meletius, celebre Geografo, autore del libro da dove si ricava
questa nota.
Dorotheus, di Mitilcne, Filosofo Aristotelico. Le sue opere El-
leniche sono molto stimale. I Greci moderni dicono di lui :
( cito le stesse parole di Meletius : ) Merk rbv BovKviiinr
kol\ Ssvo^otvTA àptfTot 'tLMnvvp. Aggiungo sulT autorità
di un Greco assai istruito, esser costui stalo cosi celebre
fra i suoi compatriotti , che questi aveano in uso di dire:
•Se Tucidide e Seno fonte andassero perduti , egli var-
rebbe a ripararne la perdita.
Marikus, conte Tharboures, di Cefalonia, professore di Chi-
mica all' Accademia di Padova , e membro di essa Acca-
demia, non che di quelle di Stockholm e d' Upsal. Pub-
blicò a Venezia una Descrizione di alcuni animali marini ,
ed un Trattato sulle proprietà del JeiTo.
Marcus fratello del precedente, famoso Meccanico. Ei diresse
il trasporto a Pietioborgo dell'immenso masso di marmo
sul quale fu posla nel 1769 la statua di Pietro il Grande.
Vedi la Dissertazione da lui pubblicata in Parigi nel 1777.
Georgius Constantinus, ha pubblicato un Lessico in quattro
lingue,
Georgius Ventote , stampò un Lessico Francese , Italiano, e
Romaico.
Esìstono molti altri dizionarj in Latino, in Romaico,
in Francese ecc. ed alcune Grammatiche in ogni lingua
moderna, toltane l'Inglese.
Fra gli altri autori viventi, i più celebri sono que'che
seguono. Ho ricavati i lor nomi da alcune Biografìe.
Athànasius Parios: ha scrino un Trattato di Rcttorica Ellenica.
Christodoulos, dell' Acarnania , pubblicò a Vienna alcuni scritti
sulla Fisica in Ellenico.
Pa>Agiotes Kodrikas, Ateniese, traduttore in Romaico della
Pluralità dei Monili di Fontenellc, (opera mollo in pregio
— 314 —
presso i Greci ); è destinalo ad una cattedra di lingua Elle-
nica ed Araba a Parigi , lingue eh' egli possiede in modo
distinto.
Àthanàsius , di Paros, autore di un Trattato sulla Retlorica.
Viceneo Damodos , di Cefalonia , ha scritto ! Eir t* pM*mf$*fW ,
sulla Logica e sulla Fisica.
Giovanni Ramar ases, di Bizanzio , tradusse in francese Ocellus ,
sopra V Universo. Dicesi che sia eccellente Ellenista e La-
tinista.
Gregorio Demetrius pubblico a Vienna un'opera di Geografìa.
Tradusse eziandio alcuni autori Italiani, e stampò le sue
versioui a Venezia.
Le notizie riguardanti Coray e Psalida si diedero prece-
dentemente.
SUPPLEMENTO ALLA NOTA 18.-*
Lord Byron accenna essere in Pouqueville i ragguagli più
disùnti di Ali Bascià. Credo far cosa grata al Lettore trascri-
vendo qui una notizia intorno a quest'uomo straordinario, uscita
nel primo fascicolo del volume nono della Biblioteca Slorica.
Essa va esente dai difetti che Byron rimprovera a Pouqueville.
„ In un Numero antecedente avevamo inserito un riclamo da
un Inglese, che viaggia in Grecia, direttoci contro la cessione
del territorio di Parga clie il suo Governo proponevasi di fare
ad Alt Visir : questa cessione è adesso ultimala. 11 tiranno del-
l' Epiro regna in Parga , ma non vi regna che sopra un de-
serto ; anziché sottomettersi al di lui dominio, gT infelici Par-
ganiotti, d'unanime accordo preferirono di abbandonare i lor«
beni, e la lena nativa; nè giammai forse si mostrarono essi
più degni di vivere neh* amica patria de* loro Padri , quauto
in quell'istante die se ne allontanavano. Si credei ebbe quasi che
il racconto d#lla loro partenza fosse una pagina tolta da Ero-
doto, o da Tucidide. Le grida ncll' imbarcarsi, l'addio dolo-
roso alle rupi che gli aveano visti nascere, tutte le circostante
del loro partire, ci rammentano alni tempi, alni costumi, ed
hanno un' impronta di antichità. Sospettando essi che il barbaro
potesse sfogare il suo furore col sovvertire le tombe de' loro
padri, prima di partire tutte le ricercarono, e riuniti sopra
una pira gli avanzi rinvenuti, vi appiccarono il fuoco. Le ce-
neri della pira fumavano ancora quando gli Albanesi che for-
mavano l'avanguardia del Tiranno entrarono nella vuota Parga.
Parve che il Genio dell' antica Grecia avesse abbandonato l'E-
piro coli' emigrare de' Parganiotti. I seguenti fatti faranno
conoscere se avessero eglino ragione di temere e odiare A l'i
Visir.
„ Egli nacque da Veli , Bey di Tebelen : fino all' età di
ventidue anni visse oscuro, e povero nel villaggio di Tebelen
sua patria, che unito alle sue dipendenze di tre o quattro leghe
di raggio in paese miserabile, formava la giurisdizione di suo
Padre. Era bensì noto a quella regione per carattere ingiusto,
rissoso, e per rilassamento di costumi. Accrebbe la sua fama
coli' assassinio di due suoi fratelli Soliman Bey , e Tahir ,
Bey da lui riputati quali ostacoli alla sua ambizione. Immolò
inoltre alla sua malignità e cupidigia alcuni de' suoi più pros-
simi parenti, sicché fin d'allora fece conoscere quale sarebbe
stalo in appresso.
i, Rimasto Bey di Tebelen alla morte del padre , cercò la
protezione di Chaggi Ali, Bascià di Larissa il quale, per mezzo
d' intrighi fatti colla Porta, era riuscito a spogliare Curt Achmet
Bascià di Bcrat deH* impiego di Vervendgi Bascià ( Ispettore
delle strade) che affidò ad Ali il maneggio di sei Provincie.
Appena insignito di questa carica , intima a queste Provincie
che debbano pagargli il decuplo di quello che pagavano prima:
ed alla testa di un' orda di soldati feroci , scorre il paese come
ladrone, più che come Ispettore, esigendo ad arbitrio danaro
da alcuni, carcerandone altri, e spargendo ovunque la deso- »
Lazione ed il terrore. Curt Achmet, riavuto il posto di Ver-
vendgi Bascik, scaccia Ali Bey dalle Provincie che devastava,
e lo costringe a ritirarsi a Tebelen.
„ Selim, Bascià di Delvino, aveva incorsa la disgrazia della
Porta per aver venduto a' Veneziani il corso della PitrUza ed
il suo lago. Vedendosi sul punto di perdere il Bascialico, e
volendo almeno salvar la testa, fa nominare in sua vece Ali
Bey per V intervenzione de' Veneziani , pensando che un tal
benefizio gli avrebbe procurata 1* amicizia e la protezione del
successore. Ali, eletto Bascià di Delvino, fa trucidare Selim,
ed invia il capo di lui a Costantinopoli. Lordo del sangue del
suo benefattore, si arricchisce delle spoglie della Provincia. 1«
sue estorsioni lo rendono odioso alla Porta, *ì sollevano contro
di lui gli abitanti del suo Bascialico, i quali, passali appena
otto mesi, lo cacciano con violenza ed orrore.
„ Riconciliatosi colla Porta a forza d'oro che sparge nel
Divano , vien nominato Bascià di Tricala in Tessaglia. La nuova
amministrazione è del pari contaminata di avanic, ed estorsioni
di ogni specie; nè commise colà minor numero di ruberie che
non ne avesse commesse a Delvino ; ma i Tessali soflcrirono
più pazientemente.
„ Una superchieria lo fece eleggere Bascià di Giannina. Ap-
pena vedesi al possesso di questo Bascialico, destituisce dai
loro impieghi tutti i Turchi e Greci di una qualche conside-
razione. Mette in lor vece uomini sollevati dal nulla, cicchi
istruraenti del suo tirannico volere, e vili agenti delle sue in-
fami voluttà. In mi paese rinomato per purezza di costume,
posto sotto la salvaguardia di due religioni rivali, ma del pari
severe, abbandonasi impudentemente alla più orribile dissolu-
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tezza , reggendo la violenza delle sue passioni , con tutta la rio-
lenza del potere ; forzando colle minaccio e cogli apparecciij di
morte le donne le più oneste, ad abborainevoli opre e nefande.
„ Lo spaventevole spettacolo di diciassette leggiadre giovi-
nette , attinenti per la maggior parte alle prime famiglie Greche
di Giannina, affogate ad un tempo in un lago per suo ordine,
non ebbe altra causa fuorché la sfrenata di lui libidine, con-
giunta alla più nera crudeltà. La più bella di queste, Eufrosinc
di nome, che i Greci moderni paragonavano all' antica Aspasia
per grazia e spirito, troppo però da quella diversa per castiga-
tezza di costumi, ebbe la disgrazia di piacere al Bascià che
pose tosto m opera a sedurla offerte, promesse, minaccie. Ma
visto come ogni cosa riuscisse vana, giurò di vendicarsi della
sventurata Eufrosinc coti un orribile allentato. Recasi una notte
sollo le finestre del «li lei appartamento, seguito da una schiera
di Sicarj ; col mezzo d' una scala penetra egli stesso colà dove
ella riposa co' figli, e dopo un torrcute d'imprecazioni, e
d'ingiurie, lei nuda e semiviva trascina fuori della casa, e
consegnatala a' satelliti , ordina sia condotta alla . morte. E
onde palliare l'atrocità di una personale vendetta, che ributtava
ad un tempo alla morale ed all'umanità, sotto il pretesto di
una vendetta pubblica, che oltraggiando vie più l'umanità po-
teva almeno aver sembianza di zelo pel costume, fa arrestare
del pari sedici altre donne che il Pubblico sospettava , per la
maggior parte però a torto, clic avessero commercio co' figli
di lui, e le fa tutte gettare con Eufrosinc nel Lago di Gian-
nina. Alcune circostanze accrebbero l'orrore, e la pietà inspi-
rata da tale avvenimento. Una di esse era gravida: questo staio
però non potè salvarla, che suo mai ilo, un mostro per nome
Ricala Janko la fé' consegnare egli slesso al Bascià. Lna fan-
tesca d' Eufrosinc ostinossi a voler seguire la padrona, e le-
nendola stretta nelle braccia affogos&i con essa. Due sorelle ,
distinte per gioventù e bellezza, si rammemorarono, presso a
morire la loro costante unione, e tutti ì piaceli innocenti dei
quali avevano iiuieme goduto: resero grazie al Tiranno che non
le avesse disgiunte nell'istante fatale, ed abbracciatesi si pre-
aitarono unite nel Lago. Tutta quanta Giannina fu presa da
costernazione e terrore, alla nuova dell' orrenda catastrofe: per
più giorni, le porte, e le fi nei tre di tutte le case rimasero
chiuse, le vie deserte, ogni relazione di negozj e di società
interrotta: si sarebbe detto che gli abitanti dell' intiera Città
erano morti con quelle diciassette donne.
„ Tali orrori non sono in Ali Visir che effetti di uno smo-
dato libertinaggio: quanti delitti poi non gli facea tuttodì
commettere l' insaziabile di lui cupidigia ! Talvolta fa che ri-
comincino tremendi processi già ultimati, per istrappare delle
somme alle parti: spoglia tal altra le vedove sensa figli, di-
chiarandosi erede naturale di tutte queste famiglie; e quando
grava d' imposizioni straordinarie un paese , e quando V op-
prime con esorbitanti tributi per la costruzione di palagi e
fortezze, monumenti della sua vanità od ambizione. Mise in
ceppi Mourlach Bejr, individuo appartenente ad una delle pri-
marie famiglie di Giannina, astringendolo cosi a cedergli a vii
prezzo una sontuosa villa da lui posseduta nella Provincia del-
l'Aita. E frutto furono d' assassinj e di ladronecci le immense
terre non solo eh' Ei possiede in questa Provincia , ma tulle
quelle eziandìo della Provincia di Giannina e la maggior parte
di quelle della Tessaglia, ddl' Acarnania , dell' E tolta , della
Locride, e dell' Epiro. Non contento di depredare i particolari,
spoglia eziandio le intere Città: Cetana in Tessaglia, Fosco-
poli nella Macedonia sono in preda al bottino come se fossero
Città nemiche. Quest'ultima, era una grande Città popolosa,
commerciante, istruita: non conta al presente che un ristretto
numero di miserabili abitanti.
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NOTE
AL CANTO TERZO
N. t. — Posto d' onore (pridc of pi ice ) è uu
di Falconeria, e significa il più alio punto del volare — V.
Macbeih ecc.
„ An eagle towering in hit pridc of place,
Was by a mousiug ovvi hwk'd at and kiU'd. , t
„ Elevandosi un' aquila al suo posto d' onore fu da un bar-
„ bagianni, che stava in agguato, inseguita ed uccisa,,,
N. 2. — Vedi la famosa Canzone di Amodio e di Aimo-
gitone. — La miglior traduzione Inglese è quella di Deuman
iiell' Antologia di Bland :
,, With myrtle my sword will I wreathe, „ ecc.
N. 3. — Nella notte che precedette la battaglia, ebbe luogo
per quel che si dice, un ballo, a Brusselle.
N. 4. e 5. — Sir Evan Cameron ed il suo discendente Do-
nald, ti bel Lochici dei quarantacinque.
N. 6. — Si suppone che il bosco di Soignies sia un resto
della foresta delle Anlennc celebre nell* Orlando del Bojardo,
e resa immortale nell' As jou like U. (Come vi piacerà) di
Shakspeare. Ne parla anche Tacito , come di un luogo dove
i Germani si difesero con successo contro le usurpazioni dei
Romani. — Mi piacque adottare un nome clic porta seco no-
bili memorie, a preferenza di quello che non somministra in
origine altro che idee sanguinose.
N. 7. — La Guida che mi condusse dal Monte San Gio-
vanni sopra il campo di battaglia pareva clie fosse intelligente
— 510 ~
ed esatta. Il posto dove cadde il maggiore Howard era poco
lontano da due grossi alberi isolati (ve n'ebbe un terzo, ma
fu troncato o spezzalo nel combattimento) che sono vicini
T uno all' altro accanto ad un sentiero. — Egli mori appiedi
di quegli alberi, e. vi fu sepolto: il corpo ne fu poscia tra-
sportato in Inghilterra. Una lieve cavita rimasta al terreno
indica il luogo dove fu posto, ma probabilmente sarà tolta
ben presto. L'aratro già vi passa sopra, ed oggi evvi semi-
nato del grano.
Dopo avermi indicate le diverse posizioni dove Picton, ed
altri valorosi Capitani morirono, la Guida mi disse: „ Ecco
„ ove cadde il Maggiore Howard : era a* suoi fianchi quando
„ venne ferito. „ Gli dissi, essere quello un mio parente;
pane allora anche più sollecito ad indicarmi in modo pre-
ciso il luogo, e le circostanze di quel crudele avvenimento.
Questo sito è uno di quelli che si possono riconoscere con
maggiore facilità in quel campo , a cagione dei due alberi
già accennati.
Percorsi a cavallo per ben due volte il campo di Waterloo
paragonandolo alle scene simili che mi ricordava. Può essere
effetto della mia immaginazione , ma parmi che questo piano
sia stato fatto per essere il teatro di grandi azioni. Ho vi-
sitali attentamente quei di Platea, di Troja, di Mantinea,
di Leuttra, di Cheronea, e di Maratona; e la pianura che
cinge il Monte San Giovanni , ed Hougoumont pare non man-
car d'altro, che di una causa migliore e di quella indefini-
bile ma eccitatrice aureola che il decorso del tempo diffonde in-
torno ad un luogo illustre , perche possa gareggiare con tutte
le summentovate pianure, meno forse 1' ultima.
A". 8. — I pomi ( favolosi ) delle rive del Lago Asfalto
erano, per quanto dicesi, belli al di fuori, e dentro pieni
di cenere. V. Tacito Istoria L. 5, 7.
N. 9. — Il grande errore di Napoleone , se i nostri Storici
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tono veritieri, fu il continuo spregio ch'egli mostrava per tutti
gli uomini, perchè non aveva alcun sentimento comune con
essi e per essi; spregio più oflensivo forse per la vanità umana,
che 1' attiva crudeltà della ti rat una la più sospettosa.
Tali furono i suoi discorsi alle assemblee pubbliche, del pari
che le sue conversazioni cogli individui; e le sole parole che
si suppone aver egli dette al suo ritorno a Parigi, dopo clie
y inverno di Russia ebbe distrutta l'armata, riscaldandosi le
mani: „ Si stà meglio qui che a Mosca „ hanno probabilmente
alienato da lui un numero maggiore di animi, di quello che
si facessero i disastri che 1* avevano condotto a fare questa os-
servazione.
iV. 10. —
, „ What wants that knave
That a king should bave?,,
„ Che manca perchè questo mariuolo sia fatto Re ? ,,
Furono le parole dette dal Re Giacomo incontratosi in Johnny
Armstrong e ne' suoi colleghi vestiti del grande Uniforme —
V. la Ballata.
iV. 11. — Il Castello di Drachenfels è situato sul più alto
vertice delle .Sette Montagne, in riva al Reno: è tutto rovi-
noso, e da esso vengono alcune singolari tradizioni. È questo
il primo Castello che trovisi sulla strada di Bonn , dalla parte
opposta però della riva. Quasi di fronte a questo curioso mo-
numento, sonovi gli avanzi di un altro Castello detto dei
Giudei, ed un'ampia Croce in commemorazione dell' assassinio
di un Capo fatto da suo fratello. 11 numero dei Castelli e delle
Città poste sulle due sponde del Reno è considerevole, e le
loro situazioni assai pittoresche.
N. 12—11 monumento del giovine, e sventurato Generale
Marceau (ucciso ad Altenkirchcn, l'ultimo giorno dell'Anno 4.»
della Repubblica Francese) esiste tuttavia come l'ho descritto.
21
Le iscrizioni incise sopra questo monumento sono troppo lunghe,
nè erano necessarie ; il nome bastava. I Francesi 1' adoravano,
i nemici lo ammiravano : gli uni e gli altri lo piansero. — I
suoi funerali furono accompagnati dai Generali, e dai distac-
camenti delle due armate. Nella stessa tomba giace pure il Ge-
nerale Hoche : anch 1 esso fu un prode in tutta T estensione del
termine. Ma bench* egli non meno siasi distinto nelle battaglie,
non ebbe però V onore di esservi ucciso. Si sospettò di' ei mo-
risse avvelenato.
Un monumeuto a parte ( che non chiude il corpo , essendo
stato sepolto con quello di Marceau) gli sorge presso di An-
de mach. Questo luogo fu il teatro di una delle sue più me-
morabili intraprese : egli gettò un ponte sul Reno. II monu-
mento differisce per la forma , e per lo stile da quello di
Marceau: la Iscrizione è più semplice, e piace assai più:
l' armata di sambre e mosa
AL SUO GENERALE IH CAPO
HOCHE
•
Ecco il tutto, nè facea mestieri dir altro. Hoche era consi-
derato primo tra' primi Generali della Repubblica avanti che
Buonapnrtc avesse fatto un monopolio de' suoi trionfi. — Era
destinato a comandare 1' Armata d' invasione diretta contro
l' Irlanda.
N. 15. — Ehrenbrcitenstein ( Ehren-breiten -Stein ) cioè la
grande pietra d' onore una delle più potenti Fortezze della
Europa fu smantellata e distrutta dai Francesi alla tregua dì
Leoben. — Ella fu vinta dalla fame, e dal tradimento, nè
poteva esserlo che per esse. Dopo aver viste le Fortificazioni
di Malta e di Gibilterra, molto perde nel confronto, pure la
sua posizione è vantaggiosa. Il Generale Marceau la assediò in
vauo per alcun tempo ; ho dormito in una camera dove mi fu
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mostrata una finestra dalla quale, per ciò che mi fu detto,
osservava Marceau al chiaror della luna i progressi dell' asse-
dio, quando una palla venne a colpire immediatamente sotto
di lui.
N. 14. — La Cappella è distrutta, e la piramide di ossa
fu dì molto diminuita dalla Legione Burgundica al servizio di
Francia, che anelava a cancellale la memoria delle invasioni
malaugurate dei loro antenati. Un breve cumulo di queste ossa
esiste ancora , malgrado tutti gli sforzi dei Borgognoni per più
età (lutti coloro che passavano di colà ne portavano un pezzo al
loro paese), e malgrado i ru baroenti ancor meno perdonabili
de* postiglioni Svizzeri che le prendevano onde venderle ai col-
tellina j i quali, perchè divenute bianchissime, desideravano vi-
vamente di averne per formarne dei manichetti a' coltelli. Mi
arbitrai a portar via un quarto all' incirca delle ossa di un
eroe, e mi valse di scusa il pensare che dove non le togliessi,
il primo che passava le avrebbe prese per farne un indegno uso,
neir atto che io mi propongo di conservarle con cura religiosa.
& 15. — Aventico (presso di Morat) era la Capitale Ro-
mana dell' Elvezia, dove ora trovasi Avenche.
N. 16. — Giulia Alpinula, giovane Sacerdotessa d' Aventico,
morì poco dopo gì' inutili tentativi eh* ella fece onde salvare
suo padre condannato a morte, come traditore, da Aulo Cecina.
11 suo Epitaffio fu scoperto già da molti anni ; — eccolo ; —
JULIA ALPINULA
RIC JACEO
1NFEL1C1S PÀTRIS IN FELIX PROLE*
DE* AVENTI* SACERDOS
EXOR ARE PÀTRIS NECEM NON POTUI
MALE MORI IN FATIS ILLI EKAT
VIXI ANNO* MI1I.
— 324 —
Non conosco alcuno scritto più commovente di questo Epi-
taffio, nè Istoria di maggiore interesse. Ecco nomi ed azioni
che non dovrebbero essere dimenticate, e che si rammentano
sempre con vera e consolante emozione, sviando lo sguardo
dalle miserabili particolarità di questa congerie confusa di bat-
taglie e di conquiste che eccitano per qualche tempo nell'anima
una tumultuosa e falsa simpatìa , che va a terminare in una
profonda nausea prodotta da simile follU.
N. 17. — Questo fu scritto alla vista del Monte Bianco (il
3 Giugno 1816) il quale, eziandio a questa distanza abbagliava
gli occhi (20 Luglio). Osservai oggi, per qualche tempo il ri-
flesso distinto del Monte Bianco, e del Monte Argentiere nel
Lago Lemano die traversai nel mio battello. La distanza di
queste montagne dal Lago è dì sessanta miglia.
A. 18. — 11 colore del Rodano a Ginevra è azzurro; ma
ha tale pienezza di tinta, che non 1' ave a mai osservata cosi
forte in alcuna acqua dolce o salata, eccetto nel Mediterraneo,
e neir Arcipelago.
N. 19. — Questo si riferisce ad un passaggio delle sue
Confessioni, dove racconta la sua passione per la Contessa
D' Houdctot (la Signora di St. Lambert), e la sua lunga pas-
seggiata di ogni mattina ad oggetto di godere del solo bacio,
eh' era il saluto consueto dell' amicizia Francese. La descrizione
clie Rousseau fa dei sentimenti da esso provati in questa occa-
sione può considerarsi come la più pura e la più appassionata
dell'Amore. Non ostante, le impressioni dell'amore sono tali,
clic le parole saranno sempre insufficienti ad esprimerle; un
quadro non può darci se non una imperfetta idea dell'Oceano.
JV. 20. — Ed' uopo che ci rammentiamo , come le più belle
e le più commoventi dottrine del Divin Fondatore del Cristia-
nesimo furono predicate non nei tempj , ma sulla montagna.
Per non agitare quislioni religiose, e per non parlare che
della eloquenza umana, i discorsi i più maestosi, e di mag-
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— 325 —
giorc effetto non sono già stati pronunziati fra due mura. De-
mostene s' indirizzava alle assemblee pubbliche, e popolari ;
Cicerone arringava nel Foro. Che una tale circostanza produ-
cesse maggior effetto sulT animo degli uditori, e sovra quello
dello stesso Oratore, può facilmente concepirsi dalla differenza
delle emozioni clic sappiamo essere state allora destate in quei
pubblici luoghi, e quelle die proviamo noi leggendo i discorsi
di questi Oratori uelle nostre sale di studio. È ben diverso il
leggere l'Iliade al Capo Sigeo, o presso le sorgenti che sca-
turiscono dalle falde del monte Ida , avendo intorno il piano ed
i fiumi dell' Arcipelago , ed il leggerla al chiarore di una candela
in una ristretta biblioteca: — io conosco questa differenza.
2V. 21. — Le burrasche alle quali rife risonisi questi versi,
accaddero il 13 Giugno 1816 a mezza notte. Fra i monti Acro-
ccrauni della Chimera ne ho già vedute delle più terribili,
delle più belle non mai.
N. 22. — „ Ces montagnes (dice Rousseau nella sua Nou-
vclle Hc'loisc, Leti. 17, parte 4, nota) som si hautes, qu'unc
demi-heure après le soleil couebe, leurs somme ts som cncore
éclairés de ses rayons , dont le rouge forme sur ces cimes blan-
ches une belle couleur de rose 1 qu'on apercoit de fon loin. „
Questo si applica più particolarmente alle Montagne poste al
di sopra della Meillerie.
n y al lai à Vevay logcr à la Clef , et pendant deux jourfl
que j'y restai sans voir personne, je pris pour cette ville un
amour qui m'a suivi dans tous mes voyages, et qui m'y a fait
élablir enfin les he'ros de mon Roman. Je dirais volonticrs a
ceux qui ont du goùt et qui sont scnsiblcs: AUcz à Vevay —
visitez le pays, examinez les sites, promenez-vous sur le lac,
et dites si la nature n'a pas fait ce beau pays pour une Julie,
poni- une CI ai re, et pour un SaintPreux; mais oc les y chcr-
cJiez pas. „
Confcssions, livre IV, pag. 306. Lyon, 1796.
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Nel Lugli* 1816 feci una gita intorno al Lago di Ginevra;
e per ciò che le mie proprie osservazioni hanno potuto sugge-
rirmi in una visita attenta, e piena d' interesse per tutte le
prospettive le più celebrate da Rousseau nella sua Hdóise, posso
dire con certezza nulla esservi d'esagerato ne' suoi quadri. Sa-
rebbe difficile vedere Garens (coi siti che lo circondano, Vcvay,
Chillon, Boveret, SaintGingo, La Meillerie, Evian, e lo sbocco del
Rodano nel Lago) senza sentirsi involontariamente colpiti dalla
particolare disposizione di questi luoghi per le persone, e per
gli avvenimenti coi quali sono stati popolati. Ma non basta :
il sentimento che destano in noi le vicinanze di Garens e le
rupi opposte della Meillerie e più elevato e più esteso della
pura simpatia per una passione individuale; è un sentimento
dell' esistenza dell' amore nella sua più grande e più sublime
intensità , e della nostra propria partecipazione a' suoi benefìz)
ed alla sua gloria; è il gran principio dell' universo, che vi «
più addensato, e non meno visibile. Noi con esso, non siamo
più individui , ma ci mescoliamo alla bellezza del tutto.
Se Rousseau non avesse giammai scritto, nè fosse mai esistito,
le stesse associazioni d' idee non avrebbero perù meno apparte-
nuto a tali luoghi : adottandoli per 1' opera sua , non ha fatto
che accrescerne 1* interesse. Ha dato a divedere il suo gusto
squisito per la bellezza, scegliendoli nell* immenso numero di
altre regioni; ma essi hanno fatto per lui ciò che niun mortale
potrebbe fare per essi.
Ebbi la ventura (o la disgrazia , come si voglia) di attraver-
versare il lago, dalla Meillerie (dove soggiornai qualche tempo)
e Saint Gingo nel tempo di una burrasca, che aggiungeva
molto alla magnificenza dello spettacolo, sebbene accidental-
mente accompagnata da pericolo pel nostro battello piccolo e
troppo carico. E fu appunto in questo luogo dove Rousseau
fece tragittare il battello di Saint Preuz e della Signora Vohnar
onde far ritorno alla Meillerie pei ripararvi*! durante k burrasca.
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Arrivando sulla riva di Saint Cingo trovai che il vento era
stato abbastanza gagliardo per abbattere alquanti vecchi tronchi
di quercia alle falde delle montagne. Sulle alture opposte ,
avvi una villa detta il Castello di Clarens: le colline sono co-
perte di vigne, e sparse qua e là di deliziosi boschetti. Uno di
essi chiamavasi il Boschetto di Giulia ; ed è rimarclievole come,
benché venisse da gran tempo tagliato da' Monaci e convertito
in vigneto, gli abitanti di Clarens accennano tuttora il posto
clic esso occupava, chiamandolo col nome che gli ha fatti ce-
lebri, e che soprawiverà al loro.
Rousseau non è stato avventurato al punto da far Vi che si
conservassero i soggiorni locali che avea dati alle aeree sue
creazioni ( airy nothings ). 11 Priore del Gran San Bernardo ha
fatti tagliare alcuni de' boschetti resi sacri da Rousseau , per
formarne dei tini, e Buonaparte ha spianata nna parte delle
rupi della Meillcric per riparare la strada del Sempione. Questa
sttada è bellissima , ma non posso soscrivcrc alla osservazione
che udii fare: „ la route vaut rnieux que les souvenirs. „
N. 23. — Voltaire, e Gibbon.
24. — La Rochcfoucauld ha detto: „ Dans l'advcrsite
de nos mei Deni s amis, nous trouvons souvent quelquc chosc
qui ne nous de piali pas. „
Max. ccxli.
— 528 —
NOTE
AL CANTO QUARTO
2V. 1. — La comunicazione tra il Palazzo Ducale e le
prigioni ha luogo per mezzo di un ponte oscuro , o galleria
coperta, posto al di sopra dell'acqua, e diviso con un muro
di pietra in un andito ed una cella. Le prigioni di Stato dette
pozzi erano praticate nei larghi muri dell' edifizio allorché il
prigione n' era tolto per andare al supplii , si menava tra-
verso la galleria alla parte opposta, e giunto nell'altra distri-
bufone, „ ecUa 5ul CHvi sUoaaU) ^ baMa
cu. .1 n»n .atroducova in q „« u cell. è al « d'oggi
"..rala: ma U passaggio è umor, apcio, ,d i nou, soUoTl
_ , . „ cu e noto sono lì
nome di A>n, c de' Sospiri. I po tti 80no d di ^ ^
mento della camera posta appiè del Ponte. Furono da principio
in numero d. dodici: ma al primo giungere de' Francesi, i
Veneziani furono solleciti a chiudere o demolire il più profondo
carcere secreto. Contultociò vi si può ancora discendere per
mezzo di un' apertura falla nel pavimento, donde a traverso di
buche mezzo ingombrate da mine si penetra fino alla profon-
dila di due piani sotto il primo. Se aveste bisogno di una
qualche consolazione per la caduta del potere patrizio , forse
ciré ne trovereste qui. Appena un raggio di luce splende' lungo
J andito che mena alla cella , ed i luoghi di reclusione sono
aflaiio tenebrali.
„ Breve pertugio dentro dalla muda „
vi lascia penetrare 1' aria umida «V corridoj c serviva ad in-
trodurre ,] nudrimemo a quegl' infelici: un tavolalo dell'altezza
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di un piede era la sola lor suppellettile. Le Guide ti dicono
die non era ad essi accordato lume di sorta. Le celle sono
a un dipresso lunghe cinque passi, larghe due e mezzo, ed
alle sette piedi; trovami T una direttamente sovra dell'altra,
e la respirazione è difficilissima nelle più basse. Quando i Re-
pubblicani Francesi discesero in questi schifosi luoghi non vi
trovarono che un solo detenuto che, dicesi, fosse cola da sedici
anni; ma i prigioni che dimoravano nelle altre carceri, aveanvi
lasciate le traccie del loro pentimento , o della loro dispera-
zione : traccie clic osservansi tuttavia , e che lorse debbono in
parte la loro esistenza a qualche moderna supercluerìa. Alcuni
detenuti pare avessero fatto ingiuria al Clero , altri essere stati
membri essi medesimi di questo sacro corpo ; ne solo si suppone
questo dalle loro sottoscrizioui , ma ben anco dalle Cliicse e
dalle campane tracciate da essi lungo il muro. Al lettore non
sarà forse discaro di vedere qui riportato un saggio delle ri-
flessioni inspirate da una cosi orribile solitudine. Ecco tre di
aitato Iscrizioni trascritte colla maggiore esattezza possibile.
I.
NON TI FIDAR D'ALCI: NO, PERSA e TACI
Se fuggir vuoi di spioni insidie e lacci.
Il pentirti, pentirti nulla giova
Ma e ben di valor tuo la vera prova.
1607. adi 2 r. enaro. Fui re-
tento p' LA BESTIEMMA p' AVER DATO
DA MANZAR A UN MORTO.
Jacomo GUITTI scrisse»
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— 350 —
IL
Un PARLAR poco et
Negare pronto ei
Un pensar al fine può dare la vita
A NOI ALTRI MESCHINI
1605.
Ego John Baptista ad
ECCLESIA» CORTELLARIUS.
III.
Di CHI MI FIDO GUARDAMI DIO
Di CHI NON MI FIDO MI GUARDERÒ IO
VA. LA STA. CH. KA. RNA.
Il copista ha conservato i solecismi senza correggerli ; alcuni
di essi però non sono volontarj, perchè le lettere venivano
evidentemente tracciate nel bujo. Basti osservare che dee leg-
gersi bestemmia e mangiar nella prima Iscrizione scritta pro-
babilmente da un prigioniere rinchiuso per qualche azione empia
commessa ne' funerali ; che Cortellarius. è il nome di una Par-
rocchia sul Continente opposto a Venezia presso il mare , e che
le ultime lettere iniziali sono senza dubbio poste per Viva La
Santa Cfùesa /Cattolica Romana.
N. 2. — Un antico Scrittore, descrivendo Venezia ha ado-
perata la figura istessa , che non sarebbe poetica dove non fosse
vera:
„ Quo fit ut qui superne urbem contempletur turrilam teUuris
„ imaginem medio oceano figtwatam se piUet impiccrc. (*)
(*) Marci Antonii Sabclli, de Venet» Urbis »itu, untati* Edit. T>urin.
i5»7, Eh ». fol. aoi.
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— 331 —
N. 5. — I canti ben noti de* gondolieri , a stanze avvicen-
date, ricavate dalla Gerusalemme del Tasso, sono cessati col-
F indipendenza di Venezia. Le edizioni del poema coli' origi-
nale in una colonna, e la versione veneziana nell'altra, erano
un tempo comuni, e tuttavia se ne trovano. 11 seguente estratto
servirà a mostrare la differenza tra F Epopea Italiana ed i
„ Canti alla Barcariola. „
Originale.
— Canto F arme pietose , e '1 Capitano ,
Che il gran Sepolcro liberò di Cristo ;
Molto egli oprò col senno e colla mano ,
Molto soffrì nel glorioso acquisto :
E iman l'Inferno a lui s'oppose, e invano
S'armò d'Asia e di Libia il popol misto,
Che il Ciel gli die favore, e sotto ai santi
Segni ridusse i suoi compagni erranti.
Veneziano.
— L* arme pietose de cantar gho vogia ,
E de Goffredo la immortai braura,
Che al fin F ha liberà co strassia e dogia
Del nostro buon Gesù la sepoltura ;
De mezo mondo unito e de quel Bogia,
Missier Pluton no 1' ha bu mai paura.
Dio F ha agiutà , e i compagni sparpagnai
Tutti *1 gh' i ha messi insieme i dì del Dai.
Ciò nondimeno alcuni de' più antichi gondolieri cantano ancora
qualche stanza del Bardo eh' era loro un dì si famigliare.
11 7 Gennajo scorso FAulore di Childc Haiold, ed un altro
*
Inglese, quello clic scrisse la presente notizia (*) trassero al
lido con due cantori l'uno de 1 quali era carpentiere , barcaruolo
l'altro. 11 primo posesi a prua, il secondo a poppa della gon-
dola. Poco dopo il nostro allontanarci dalla Piazze ita, comin-
ciarono a cantare, e proseguirono, fino a che fossimo perve-
nuti all'Isola. Ci diedero essi, fra gli altri saggi, la Morte di
Clorinda, ed il Palagio d'Armida, non cantando i versi Ve-
neziani , ma gì' Italiani. 11 carpentiere però che dei due era il
più esperto, ci disse , che avrebbe potuto tradurre V originale,
ed aggiunse: „ Io so quasi trecento stanze; ma non ho il co-
„ raggio (egli adoperò il vocabolo morbin) d'impararne più
,, oltre , nè tampoco di cantare quelle che già imparai ; onde
,, apprendere e ripetere, vuoisi aver tempo superfluo da di-
„ sporne a piacimento, ed io, soggiunse quel meschino, —
„ guardate me, e i miei abiti, — io mi muojo di fame. „
Queste parole ci commossero più assai di quel canto, che l'a-
bitudine sola può rendere gradevole. Il recitativo era acuto,
stridulo, e monotono, ed il barcaruolo rinforzava la voce ap-
poggiando una mano sopra un lato della bocca. Il carpentiere
dava poca azione al suo canto , ed appariva lo sforzo eh' ei
faceva per contenersi : ma era troppo commosso dal soggetto per
comprimerlo affatto. Seppirao da essi che il canto non era esclu-
sivamente riservato ai barcaiuoli , e die eravi una gran parte
d' individui nel basso popolo, cui erano famigliari queste stanze:
ma di rado , o non mai s' udivano cantarle volontariamente.
Non pare clic sia uso dei gondolieri quello di vogare e
cantare ad un tempo. Benché i versi della Gerusalemme or di
rado s' intendano, vi hanno però bene spesso delle serenate
lungo i Canali di Venezia, e ne' giorni di festa gli stranieri
lontani, e non troppo assuefatti alla lingua per distinguere
le paiole, possono immaginarsi che la maggior parte delle
(*) Hobhoiwe.
Gondole risuoni ancora dei versi del Tasso. L' Autore di alcune
osservazioni edite nelle Curiosità della Letteratura mi scuserà
se mi prevalgo del suo scritto per ricavarne due citazioni:
che, ad eccezione di qualche frase un po' troppo ambiziosa e
stravagante, ha data una descrizione esatta non meno che pia-
cevole :
„ A Venezia, i gondolieri hanno a memoria dei lunghi tratti
d'Ariosto e di Tasso, e li cantano sovente con una cantilena
particolare ; ma pare che quest' uso a poco a poco si perda :
almeno, io non ho potuto trovare, ed a fatica, che due persone
le quali potessero in questo modo recitarmi un passaggio del
Tasso. Debbo aggiungere che il fu Signor Berry mi cantò una
volta un di questi squarci, alla guisa, per ciò che mi disse,
de' barcaiuoli.
„ Eglino si accoppiano sempre onde cantare alternativamente
le stanze. Ne sappiamo le arie da Rousseau che le ha fatte
stampare: non sono esse già una melodia propriameute detta;
ma s\ un mezzo fra il canto ferino ed il canto figurato che si
accosta al primo con una declamazione di recitativo, ed al se-
condo con de' passaggi, e de' gorgheggi che protraggono ed ab-
belliscono una sillaba.
„ Entrai in una gondola a mezza notte. Dn cantore posesi
davanti, l'altro di dietro, e ci dirigemmo verso San Giorgio.
Un d'essi cominciò il canto; terminata che fu la sua strofa,
l'altro prosegui la successiva, e cosi di seguito, sempre alterna-
tivamente. Per tutto il tempo che durò il cantare, si udivano
immancabilmente le stesse note; ma secondo il soggetto ed il
contenuto della stanza, ponevano più o meno di enfasi ora
sopra una nota, ed ora sopra un'altra; e cangiavano cosi e-
ziandio il tuono dell' intiera strofa, secondo parca loro esigerlo
T oggetto del poema.
„ Nel complesso, a dir vero, i suoni erano rozzi, ed ingrati
all'orecchio: sembrava che i gondolieri, al modo de' selvaggi
334
^ro consistere 1' eccellenza del canto nella gagliardia della
voce. Vedevasi che volevano superarsi a vicenda colla forra
de' polmoni, sicché ben lungi dal godere di questo spettacolo
(dal fondo della gondola ov' era) mi trovai in una incomoda
„ 11 mio compagno, al quale feci conoscere le impressioni
che ne risentiva , desideroso di riparare P onore de» suoi com-
patrioti! , assicurommi che que'caud erano armoniosissimi uditi
in lontananza. Perciò, noi discendemmo sulla riva, lasciando
uno de' cantori nella gondola , mentre l' altro posesi in disparte
alla distanza di qualche centinajo di passi. Cominciarono cosi
a vicenda, ed io mi posi a passeggiare dall'uno ali* altro,
allontanandomi sempre da quello die cominciava la sua parte.
Spesso ancora mi fermai onde ascoltarli ambedue.
„ Qui propriamente comiuciai a prender piacere da questa
scena La declamazione forte, e il suono acuto del canto giun-
gevano da lunge all'orecchio, e richiamavano tutu la mia at-
tenzione ; i rapidi passaggi , che esigevano di necessita un tuono
più basso, parevano lamenti che succedessero agli slanci del-
l' emozione e dell' affanno. 11 secondo cantore clic attentamente
ascoltava, riprendeva tostochè P altro aveva cessato, rispon-
dendogli con note quando più dolci , e quando più sonore se-
condo lo esigeva il senso della stanza. I canali immersi in
profonda quiete, gli edificj sorgenti, il chiaror della luna, le
spesse ombre delle gondole che muovevano qua e là a foggia
di spiriti, accrescevano la maestà della scena; ed in mezzo a
tutte queste circostanze era agevol cosa rilevare il carattere di
quella mirabile armonia.
„ Ella si affà egregiamente all' ozioso e solingo mariuajo ,
disteso nella sua barca , sur un canale in attesa de' passeggieri.
La noja di questa situazione è in parte alleviata dai canti , e
storie poetiche che ha impresse nella mente. Alza spesso, quanto
più può, la gagliarda sua voce che si propaga a grande distanza
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lungo il flutto tranquillo, e non avendo intorno a sè che
una profonda taciturnità trovasi come nella solitudine , nel
centro di questa vasta popolosa Città. Ei non ode colà strepilo
di vetture , o suonò di passi ; nna gondola chetamente gli
viene ad or ad ora dallato, e appena si fa sentire il battere
de' remi nelle acque.
„ Ad una certa distanza da lui, il gondoliere ascolta nn
altro , la cui voce gli è forse sconosciuta. La melodia ed i versi
mettono ben presto in relazione i due stranieri. Diviene egli
allora quasi un* eco die risponda ; e si sforza di farsi intendere
in quel modo di' egli ha sentita quella voce lontana. Per una
tacila convenzione alternano verso a verso; e sebbene il canto
prolunghisi per tutta quanta la notte , ei s' intertengono cos\
senza fatica : e quanti passano in mezzo a loro prendono parte
a questo trastullo.
„ L' espressione della voce piace singolarmente aduna grande
lontananza : allora ella ha un vezzo indicibile : lamentevole n'è
il metro, ma nulla ewi di tristo nelle sue intonazioni, e qualche
volta è impossibile il ristarsi dal piangere. 11 mio compagno
che non era altrimenti di fibra troppo dilicata, dissemi ad un
tratto : „ E singolare come quel canto intenerisce , e molto più
„ quando lo cantano meglio. „
„ Mi wmie riferito , che le donne di Libo (*) , — un lungo
ordine d' Isole che separano l'Adriatico dalle Lagune, — ed in
particolare quelle dei distretti lontani di Malamocco, e di Pa-
lestnna cantano in questo modo il poema del Tasso, e danno
ai loro canti le medesime modulazioni.
„ Sedute lungo la riva , al giungere della notte , mentre i
loro mariti attendono alla pesca, hanno esse la consuetudine
di gridare ( vociferare ) questi canti , fintanto che ciascuna di
(*) L 1 Autore volle dir Lido, che non •■ già una lunga fila d'Itole, ma
«ibbene uua .«ola lunga isola : — Littu» , la riva.
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esse non giunga a distinguere la voce del marito lontano che
risponde. „ O
L* amore della musica e della poesia dislingue tutte le classi
de' Veneziani , anche in mezzo d' ogni altro popolo armonioso
d' Italia. La stessa Citta può fornire ad un tempo un numeroso
uditorio per due o tre Sale di Opera; ed occorrono ben pochi
incidenti nella vita privata pei quali non veggasi un Sonetto
stampato circolare nelle adunanze. Un Medico od un Avvocato
prendono i loro gradi, un Abate declama il suo primo sermone,
un Chirurgo ha fatta un' operazione, un Arlecchino annunzia la
sua partenza, o la rapprese ut azione a proprio benefizio; ha
luogo un matrimonio, un parto, è stata vinta una lite? E
tosto le muse sono invocate, onde somministrino al poeta un
egual numero di sillabe: e i trionfi individuali fan bella mostra
sopra una carta di candor senza pari, o sopra cartelli colorili
in parte, incollati ad ogni crocicchio della Capitale. L'ultimo
saluto d' una Prima Dotuia fa cadere una pioggia di poetici
omaggi da quelle ultime regioni donde nei nostri teatri non
discendono per lo più che amorini e fiocchi di neve artificiale.
Ed avvi una vera poesia nella vita di un Veneziano; questa
vita, nel suo corso ordinario, è variata da quelle sorprese e
mutazioni tanto ricercate nella finzione, ma così diverse dalla
tetra monotonìa dell' esistenza settentrionale. I passatempi sono
tenuti in conto di doveri; i doveri sono cangiati in passatempi,
ed ogni oggetto, considerato come se facesse parte egualmente
del commercio della vita , viene annunziato ed eseguito colla
stessa indifferenza e collo stesso brìo. La Gazzetta Veneta ter-
mina costantemente col triplice avvertimento che segue:
- > ■ ■
f) Curiosità della Letteratura Voi. 2, pag. ediz. 4807, ed Ap-
pendice 29 alia vita del Tas.o di Blak.
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SCIARADA
Esposizione del SS. Sacramento
nella Cluesa di ... .
TEATRI
*
Sa* Mosé: — Opera.
San Benedetto : — Commedia di carattere.
San Luca: — Riposo.
Se riflettasi a ciò che i Cattolici credono che sia contenuto
nell'Ostia consecrata, potrà forse pensarsi che una nicchia le
si convenisse più onorevole di quella che la pone fra una Scia-
tada ed un Dramma.
N. A. — „ Sparta ebbe molti figli migliori di lui. „ —
Risposta della Madre di Brasida agli Stranieri che le faceano
le lodi di suo figlio.
N. 6. — Il Lione nel suo viaggio agli Invalidi non ha per-
duto altro che il Vangelo che sosteneva con una zampa. I ca-
valli hanno anch' essi ripreso il posto poco scelto da dove erano
slati strappati; e sono come prima mezzo nascosti sotto l'atrio
della Chiesa di San Marco.
La loro Storia dopo lunghe ed infruttuose discussioni fu
spiegata in un modo soddisfacente. Le decisioni e i dubbj d' E-
rizzo, e di Zanetti, e recentemente del Conte Leopoldo Cico-
gna™' accordavano loro un'origine romana, ed un' antichità
— 558 —
cl»e non arrivava clic al regno di Nerone. Ma il Signor De
Schlegel f e ' conoscere ai Veneziani il valore di quel tesoro ;
ed un Greco {') provò definitivamente i diritti che avevano
i suoi compatriota su qucsla produzione nobile dell' arte. Il
Mustoxidi non fu senza replica; pure non ve n'ebbe alcuna
stuoia degna di attenzione. Pare adunque che i cavalli sicno
indubitatamente dell'Isola di Chio, trasferiti a Costantinopoli
da Teodosio. — La Scienza lapidaria è un* occupazione favo-
rita degl'Italiani: essa ha dato fama a più d'un letterato. Un
de* più bei lavori della Tipografia Bodoni e un volume consi-
derevole d'Iscrizioni, tutte scritte dall' amico di lui Paciaudi.
Un gran numero di esse erano stale preparate pel ritorno dei
cavalli: è da supporsi che non fosse scelta la migliore, mentre
leggenti le seguenti parole in lettere d'oro sopra l'atrio della
Cattedrale.
Qt'ATUOR • EQUORUM . SIGSA . A . VeNETIS . BySAHTIO . CAPTA . AD
TEMP . D . MAR . A . a . MCQV . POSITA . QU.t . HOSTLLIS
CVP1DITAS . A . MLHXC1H . AB8TULERAT . FrANC . I . MP.
PAC . ORBI . DAT, E . TROPBAUM . A . MDCCCXV . VICTO« . REDUXIT.
Nulla dirò dei Latino , ma siami permesso 1' osservare , che
T ingiiiatizta de' Veaexiaoi portando via da Costantinopoli questi
cavalli fu per lo meno eguale a quella de' Francesi trasferen-
doli a Parigi, e che sarebbe stato più prudente di scansare
ogni qualsiasi allusione all'uno e all'altro spogli amento.
N. ft- — Dopo moki inutili sforzi per parte dcgl' Italiani ,
onde scuotere il giogo di Federico Barbarossa, ed i tentativi in-
fruttuosi di questo Imperatore per farsi padrone assoluto nei do-
mili j Cisalpini, le lotte sanguinose di 24 anni furono felice-
(*) Sui quattro cavalli delta Basilica di San Marco in Veneiia. Lettera
di Andrea Mustoaidi Corcirvfc. Padova, per Bertoni e romp, 1816.*
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mente terminate nella Città di Venezia. Gli Articoli del Trat-
tato furono prima di lutto convenuti tra il Papa Alessandro m
e Barbarossa ; ed avendo il primo ricevuto un talvo condotto
crasi già da Ferrara trasferito a Venezia cogli Ambasciatori del
Re di Sicilia , ed ì Consoli della Lega Lombarda. Frattanto ,
v'erano rimasti alcuni punti a decidersi; e nel decorso di più
giorni si credette non potere aver luogo la pace. In questa con-
giuntura venne improvvisamente la nuova dell' arrivo dell' Im-
peratore a Cbioggia, citta posta a 15 miglia dalla Capitale. I
Veneziani tosto si sollevano, ed insistono perchè si tragga mi li-
loro mura: i Lombardi spaventati si ritirano dalla parte di
Trevigi. L'istcsso Papa temè qualche disastro, se Federico mar-
ciasse ad un tratto contro di lui; ma fu rassicurato dalla pru-
denza e destrezza del Doge Sebastiano Ziani. Varie imbasciate
ebbero luogo fra Chioggia e Venezia ; fino a che V Imperatore ,
cedendo da alcuna delle sue pretese , si $\ cstì della ferocia di
lione, c prese la dolcezza di agnello^). Il sabbato 23 Luglio 1177
sei galere Veneziane trasportarono Federico , in gran pompa ,
da Chioggia all' Isola del Lido lontana un sol miglio da Venezia.
Nel mattino seguente il Papa, accompagnato dagli Ambasciatori
Siciliani , e dagl' Inviali della Lombardia da esso chiamati da
molti paesi , in mezzo ad unii gran pressa di popolo , recossi
processionalmcntc dal palagio Patriarcale alla Chiesa di San
Marco, e sciolse solennemente l'Imperatore ed i suoi parti-
giani dalla scomunica contro di essi pronunziata. Il Cancelliere
deU' Impero rinunziò a nome del suo Signore agli Antipapi
ed a' loro scismi. Il Doge . con numeroso seguito formato
(*) Qiiihu-> au.litis , iuiperator, operante eo , ipii corda prìncipum sicul
viih ci .piando vnit homìltltr (nel inai, leoniu . feritale dcponM , orinwu
In aii.u-tudi urlìi indulti
Homiuldi Salernitani. Gnronieoa. apud Striptor,
I\er. lui. T. VII. pag t«».
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- 340 —
di membri ecclesiastici e secolari , andò tosto sulle galere onde
accompagnare con tutta pompa V Imperatore dal Lido a Venezia.
Federico discese dalla sua galera alla Pianella. Il Doge, i
Patriarchi, i Vescovi, il Clero, e con essi gran moltitudine
di popolo colle loro croci e bandiere lo precedettero proces-
sionalmcnie sino alla Chiesa di San Marco. Alessandro era se-
duto innanzi al vcstibulo della Basilica, circondato da' suoi
Vescovi e Cardinali, dal Patriarca d' Aquilea, dagli Arcive-
scovi e Vescovi Lombardi, tulli in gran pompa, e vestiti dei
loro abiti pontificali. Federico s'appressò, e venerando T On-
nipotente nella persona di Alessandro, deposta la sua impe-
riale dignità, e spogliatosi del manto, prostrossi colla faccia
per terra a* piedi del Papa. Alessandro colle lagrime agli
occhi, benignamente lo alzò, lo abbracciò, e lo benedisse:
all' istante gli Alemanni del corteggio cantarono ad alta voce
il Te Ih um. Allora l'Imperatore, preso il Papa per la mano
destra, lo condusse alla Chiesa, dove ricevuto la di lui be-
nedizione, ritornosscne al palazzo ducale (*). La ceremonia
d' umiliazione fu ripetuta il dì dopo nel quale il Papa, sulla
domanda di Federico, disse egli stesso la Messa in San Marco.
L* Imperatore spogliossi un' altra volta del suo manto impe-
riale ; e preso in mano un cero , ufficiò a guisa di mazziere
alla testa de' Laici, e precedendo il Pontefice all' altare. Ales-
sandro, recitato il Vangelo, fece un Sermone al popolo.
L* Imperatore si pose presso al pulpito , ncll' atteggiamento
di chi ascolta attentamente ; ed il Pontefice commosso da questo
segno di deferenza, sapendo come Federico non intendesse
una sola parola di quanto diceva , ingiunse al Patriarca d' Aqui-
Icja di tradurre in Tedesco quel latino Sermone. Da poi si
cantò il Credo. Federico fece la sua offerta, baciò il pie del
Papa, ed essendo grande la pressa, lo menò per mano sino
(•) RomnaKli Salernitani. Chronkon, T. VII. p»g. »•&-.
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al suo cavallo bianco : tcnncgli la staffa , ed avrebbe conditilo
il cavallo per le redini, se il Papa non ne V avesse dispensalo,
pago al buon volere, rimandandolo con bonià dopo averlo be-
nedetto. Tale in somma è il racconto trasmessoci dall'Arcive-
scovo di Salerno, presente alla ceremonia, e la cui storia fu
confermata da posteriori relazioni. Gli Stati Lombardi dovet-
tero a questo avvenimento la conferma de' loro privilegi; ed
Alessandro ebbe ragione di ringraziare 1' Onnipotente che avesse
afforzalo un infermo, un vecchio inerme onde soggiogare un
terribile e potente monarca (*).
N. 7. — Il Lettore si ricorderà della esclamazione di quel
montanaro : Oh ! per un' ora di Dundj ! Quando Enrico
Dandolo venne eletto Doge nel 1192 aveva 85 anni, e pei
conseguenza allorché comandava a' Veneziani nella presa di
Costantinopoli, ne avea 97. A quest' eia resesi padrone di quasi
un terzo dell' Impero della Romania (cos'i allora clùamavasi
1' Impero Romano) aggiungendolo ai titoli ed ai dominj del
Doge di Venezia.
I tre ottavi di quest' Impero furono conservali nei diplomi ,
lìncliè Giovanni Dolfìno, die fece uso della suddetta denomina-
zione nell'anno 1357, pervenne al Dogato.
Dandolo diresse in persona l'assedio di Costantinopoli. Due
navigli il Paradiso, ed il Pellegrino furono insieme uniti, ed
un ponte levatoio, o una scala d'assedio discendeva dall' alto
delle antenne fino ai terrapieni, il Doge fu uno de' primi che
si precipitassero nella Città. Fu compiuta allora, dicono i Ve-
neziani , la profezia della Sibilla Eritrea : ,, Un trattato di lega
„ tra i forti avrà luogo nelle acque dell'Adriatico sotto la con-
'*) Vedi Intorno a ciò Romualdo Salernitano. In un sccoudo Sermone
che fece il Papa Alessandro il primo giorno d'Agosto avanti l' Imperatore,
paragonò Federigo al FigUuol Prodigo , e se medesimo al padre che gli
perdona.
— 342 —
- dotta d' un Capitano cieco : circonderanno un becco , — pro-
„ fancraano Bizanzio, — saccheggie ranno gli edifici — ne di-
„ veleranno le spoglie ; un altro capro manderà i suoi belali,
„ sin tanto che abbiano misurata e percorsa uu' estensione di
H 54 piedi, 9 pollici e mezzo. „ (*) Daudolo mori il primo
Giugno 1205, dopo d' aver regnato 15 anni, 6 mesi, e 5
giorni, e fu sepolto nella Chiesa di Santa Sofia a Costantino-
poli. È singolare che il traditore speziale che ricevette la spada
del Doge, e distrusse i' antico Governo nel 1796 — 7, fosse
pur nominato Daudolo.
N. e. — Dopo la perdita della battaglia di Fola, e la presa
di Chioggia il 16 Agosto 1379 i Veneziani furono riduiti allo
stremo dalle flotte riunite de' Genovesi, e di Francesco da Car-
rara Signore di Padova. Un ambasciatore fu mandato a' vin-
citori con un foglio bianco perchè li pregasse d' imporre quelle
condizioni che meglio loro piacesse, e di lasciare a Venezia
solamente la sua indipendenza. U Principe di Padova era in-
clinalo ad accogliere le proposte; ma i Genovesi, che dopo la
vittoria di Fola aveano gridato: A Venezia! A Venezia! Ev-
viva S. Giorgio! erano fissi di annientare i loro rivali: e Pietro
I ) ' Oria , lor Comandante in capo diede a' supplichevoli questa
risposta : „ Alla fe di Dio , Signori Venetiani , non riavrete mai
„ pace dal Signore di Padova, nò dal nostro commune di
„ Genova, se primieramente non mettano le briglie a quelli
„ vostri cavalli sfrenati che sono su la Resa del vostro evan-
„ gelista S. Marco. Infrenati che gli havremo, vi faremo stare
n in buona pace. E questa è la intentione nostra et del nostro
(*) Pict potentium in aquu Adriatici* congregano , ceco predace, Hircum
nmbtgent, Byuntium proprwoabunt , fedine» deuigrabnnt; spolia disprr-
gentar, Hircu. n<wu UUbit usque dom LIV. pedes , et IX. pollice» H
•emis , pnementaratt discurrtnt.
( Chronicon. ibid. par* XXXIV. )
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„ oommune. Questi mici (rateili Genovesi clie avete menati con
„ voi per donarci, non li voglio-, rimenatcgli m dietro, perchè
ii io intendo da qui a pochi giorni venirgli a riscuoter dalle
„ vostre prigioni, e loro e gli altri. „
l Gcuovesi in fatti si avanzarono (ino a Malainoeco alla di-
stanza di cinque miglia dalla Capitale , ma il loro proprio pe-
ricolo, e l'orgoglio de' nemici, diedero coraggio a Veneziani
che fecero mirabili sforzi, e grandi sacrifìzj individuali, accu-
ratamente menzionati dagli Storici. Vittorio Pisani fu posto al
comando di 34 galere. I Genovesi furono cacciati da Malamorco ,
e ritiraronsi a Chioggia iu Ottobre, indi minacciarono di bel
nuovo Venezia che videsi ridutta all'estremo. In questo mentre,
il 1 Gennajo 1380 giunse Carlo Zeno dalle Crociere sulle coste
di Genova con 14 galere. Allora i Veneziani furono forti ab-
bastanza per assediare i Genovesi. D' Oria venne ucciso il 22
Gennajo da una palla di pietra del peso di cento novaniacinque
libbre, lanciala da una Bombarda detta la Trevigiana. Chiodi a
fu strettamente bloccata: cinque mila ausiliarj , fra* quali alcuni
Condottieri Inglesi guidali da un Capitano nominalo Ocello,
raggiunsero i Veneziani. 1 Genovesi a viccuda si affrettarono
a domandar delle trattative ma non ne venne accordala veruna ,
e si arresero a discrezione ; il 24 Giugno 1380 il Doge Con-
tarini fece l' ingresso trionfale in Chioggia. Quattro mila pri-
gioni, dicianove galere, alcuni piccoli navigli e barche con
tutte le loro armi e munizioni vennero a mani del vincitore,
che senza 1* inesorabile risposta del D' Oria avrebbe lestamente
ristretto il suo dominio alla sola Citlà di Venezia. I particolari
di queste transazioni trovansi iu un'opera intitolala : La guerra
di Chiozza scritta da Daniele Chinazzo, che a quell'epoca tro-
vavasi in Venezia (*).
C) Chronka della guerra di Chioza ec. Script. Rer. lui. T< XV. p»|.
699 a 801.
— 341 -
N. 9. — „ Pianta il Lione. „ Vale a dijc. il Lione di San
Marco , stendardo della Repubblica che diede' origine alla pa-
rola Pantalone: — pianta — Leone , Pantalcone , — Pantalone.
N. 10. — La popolazione di Venezia, alla fine del dicias-
settesimo secolo sommava a presso che duecento mila anime.
Nell'ultima verificazione fatta or sono due anni, non ne con-
tava che centotre mila e diminuisce di giorno in giorno. Il
commercio e gli impieghi del Governo eh* erano le sorgenti
inesauste della Veneta grandezza^ sparvero ( # ). Molte case di
Patrizj sono deserte , ed a poco a poco verrebbero a mancare,
se il Governo, inquieto per la demolizione di sctlaniaduc palagi
in questi ultimi anni, non avesse appositamente vietato quel
triste ripiego della povertà. Molti avanzi della nobiltà Veneta
sono oggi dispersi e confusi coi Giudei i più ricchi sulle rive
della Brenta , i cui palagi sono caduti , o cadono tuttodì in
mine. Esiste ancora il motto: Gentiluomo Veneto, e questo e
tutto. La nobiltà non è più clic V ombra di sè medesima , pu-
lita però ed amabile tuttavia. Puossi certamente perdonarle ,
se ella si duolo del perduto potere, per quanto grandi sicno
stali gli errori dalla Repubblica commessi, e benché il termine
naturale della sua esistenza venga considerato dagli stranieri
come giunto all' ultimo periodo ; un solo sentimento deve at-
tendersi da' Veneziani. In verun epoca i sudditi della Repub-
plica furono cosi unanimi nella risoluzione di raccogliersi sotto
lo stendardo di San Marco, come allorché fu spiegato negli
ultimi tempi , e la viltà , ed il tradimento d' un breve stuolo
di patrizj che raccomandavano una neutralità fatale, furono
ristretti ai sóli traditori.
(") NonnuHorum »• nobilitate Immensa* suot opes, adco ut vix xstimari
possiut: iti quod tribù» c rebus oiitnr , partìmouia , commercio, atque
il» emolumenti» , qu<* e Repnb. per ipiimt, fju «* bau'- ob musarti diuturna
l'ore creditur. Vide - De Trini ipatibus Itali», Iractatu*. edit. 163t.
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L' attuale generazione non può pensare a condolersi della
perdita delle sue primitive forme aristocratiche, e del governo
dispotico troppo ; ella non pensa che all' indipeudeuza , ita a
vuoto. I Veneziani sono desolati per questa memoria , che di-
legua per un istante il loro brio. Può dirsi, colle parole della
Scrittura, che Venezia muore ogni giorno ; e la decadenza è
cosi generale e visibile , che lo
avendo il principio
la di lei
celerità di quello che
vilù clie trasse i Veneziani lungo i mari, gli ha costretti, dopo
la loro disgrazia, a cercare un' altra patria, dove si trovano
almeno confusi in mezzo ad una folla di esseri dipendenti, e
non presentano l' umiliante spettacolo di un' intera nazione gra-
vata or ora di ceppi. Il loro brio, la loro cortesia, e quest'av-
venturata indifferenza che sola può dare, la costituzione del
temperamento , ed alla quale aspirerebbe indarno la filosofia ,
non hanno potuto soccombere agli avvenimenti. Ma molte par-
ticolarità di abbigliamenti e di maniere si perdettero a grado
a grado; ed i nobili, coli' orgoglio comune a tutti gì' Italiani
clic ebbero dominio, non hanno pensato a mascherare la loro
insufficienza. Questo splendore , che era una prova , ed una
parte di potere , non vollero essi avvilirlo sotto le catene del
servaggio. Ritiratomi da' palagi che abitavano in mezzo a' loro
concittadini: il continuare a soggiornarvi avrebbe potuto far
credere che si fossero acquietaci «all' onta, e sarebbe parato
un insulto a coloro che sofferirono per le comuni miserie. Dì
ijuc' che rimasero nella avvilita Capitale può dirai , che , an-
zicliè vivere in mezzo ad essi, traggono a visitare i luoghi della
loro potenza svanita. Il pensiero : — Chi opprime , e chi è
oppresso ? — può difficilmente essere soggetto di un comraen-
— 346 —
Urio per colui che è nazionalmente amico ed alleato del vin-
citore. Puossi assentire però, che per coloro che anelano alla
indipendenza, alcuni de' loro padroni abbi. ino ad essere og-
getto di odio, e può dirsi lenza tema di errare, che quesl' odio
inutile non verrà meno prima che Venezia sia scomparsa sotto
il fango de' suoi ingombri canali.
N. 11. — La Storia è raccontata nella vita di Nicia, da
Plutarco.
N. 13. — Venezia salvata — 1 Misteri d* Udoifo - Il Vi-
sionario, o l'Armeno — Il Mercante di Venezia - Otello.
N. 15. — Tannai è plucale di tarme specie d' abete partico-
lare alle Alpi , clw soltanto cresce sulle rupi ove trovasi appena
terra che basti ad ali meritare le sue radici. S' alza colà a tanta
altezza che sopravauza qualunque altro albero di montagna.
N. 14. — La descrizione suddetta parrà fantastica od esa-
gerala a chi non ha visto giammai il cielo orientale e V italiano.
E pure questa altro non è che un' esatta descrizione e fors'auco
debole, di una sera del mese di Agosto (il 18) quale io l'os-
servai in riva della Brenta presso alla Mira in una delle mie
frequenti corse a cavallo.
N. 13. — Grazie al genio critico di uno Scozzese , Laura
ci è nota meno adesso di quello che lo fosse mai. Le scoperte
dell'Abate De Sade, i suoi trionfi, le sue facezie non possono
istruire, o divertire più a lungo. Non dobbiamo credere però
Belisario, o gli Incus, benché un letterato di vaglia il Dottor
ficìiiic ce lo assicuri posiiivsinicntc* bensì 4000 uriti debole siti*
tonta. La fatica dell' A. De Sade non fu inutile affatto; ciò
non pertanto il suo amare, del pari che molte altre passioni , lo
ha reso ridicolo. L' ipotesi che abbatteva le questioni degl' Ita-
liani a questo proposito, e nel suo moto traevasi dietro delle
critiche meno conseguenti, è ella stessa distrutta. Noi abbiamo
un' altra prova che ei fa presagire la possibilità di veder sue-
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cedere l'aulico pregiudizio al più strano paradosso, il più ag-
gradevole iu conseguenza , ed il più autentico in apparenza.
Pare prima di tutto che Laura nascesse, vivesse, e morisse,
c fosse sepolta non ad Avignone, ma in campagna. Le sorgenti
della Sorga, i cespugli di Cabrières possono riprendere le loro
pretensioni, e De la Bastie dileggialo cotanto, può essere con-
sultato con compiacenza. L' ipotesi dell* Abate non ha altro
appoggio che il Sonetto in pergamena, e la medaglia rinve-
Jiut*i ^iil Id ^iA_lni<ì delibi cì^^initi i-Iu^?u6S c^o i^^aìdc^ «
e la nou ma-
noscritta del Virgilio di Petrarca che conservasi nella Biblioteca
Ambrosiana. Se queste prove fossero indubitate, la poesia sa-
rebbe stala scritta, la medaglia immaginata, fuso e deposto il
tutto nello spazio di dodici ore , ed il tutto presso il cadavere
di uua persona morta di peste, e portata in tutta fretta alla
tomba , il giorno is lesso della sua morte. Questi documenti de-
cidono troppo; eglino provano, non già il fatto, ma la sopcr-
chicria. O il Sonetto, o la nou del Virgilio sono una falsifi-
cazione. L' Abate li cita ambedue come indubitatamente auten-
tici e veri; la conseguenza n' è dùara, — o l'uno o 1' altro
sono evidentemente falsi (*).
In secondo luogo, Laura non fu giammai maritata; eli' era
anzi una fiera, e superba pulzella che quella tenera e saggia
sposa che onorò Avignone, facendo questa Citta teatro di una
onesta passione alla Francese, e che si beffò per lo spazio di
ventun' anni del primo Poeta del suo secolo, co' suoi fini rag-
giri di alternati favori, e di concertati rifiuti (**). Sarebbe
(*) Il Sonetto area già eccitali i sospetti di Orazio Valpole. — Vedi la saa
lettera a WHarton, nel 4763.
(•*) ,, Par ce petit manège, celie alternative de fareurs et de rigueu»
„ bien ménagéc*, une femme tendre et »ge imuie, pendant vingt-un
„ ans, le plus grand poète de lon «iècle, »ans faire la moindre brèebe à
ii ìoq honneur. „ Mtm. pour la Vie de rètrargite, Préface aua Francois.
— 348 —
stala in vero cosa troppo ingiusta 1* attribuire ad una donna
undici figli, sulla fede di una abbreviazione mal intesa, e
sulla decisione di un librajo (*). Tutlavolla è soddisfacente il
pensare come l' amor di Petrarca non fosse altrimenti platonico.
Il godimento cui ambiva vivamente di possedere sola una volta
almeno, solo un istante, non era al certo un godimento spi-
rituale (**) , e forse non sarebbe difficile il rilevare da sei luoghi
almeno de' suoi Sonetti qualche cosa di veramente reale, come
a dire uu progetto di matrimonio con una persona ch'egli
chiama una Ninfa acrea (***)• L'amore di Petrarca non era nè
platonico, nè poetico, c se in un passo delle .opere sue lo
chiama amore veementissimo , ma unico ed onesto, confessa
però, in una lettera ad un amico, che questo amore era cri-
•
L' editore italiano dell' eduiono di Londra del Petrarca che ha tradotto
Lord Woodhouselee , interpreta quelle parole : - femme tendrc et snge -
per : raffinata civetta. Riuesȓoui iutoroo a Madonna Laura , pag. 234 ,
Voi. 3, ed«. <8H.
(*) la un dialogo con s. Agostino, Petrarca ha descritta Laura come
avente il corpo rifluito da frequenti ptubs. Gli amichi Editori leggevano
e stampavano perturbationibus ; ma Capperonicr Lihrajo del Re di
Francia nel 1762 che vide il M. S. nella Biblioteca di Parigi affinila , clic:
On lit, et qu'on doit lire, partubus exhaustum. „ DeSade aggiunge
i nomi di Boudot e Bejot a quello di Capperonicr, e in tutto il decorso
di questa discussione sul ptubs , dassi a divedere egli stesso per un let-
terato da nulla. Vedi Riflessioni ec. pag. 267. S. Tommaso d Aquino e
chiamato a testimonio per intendere «e 1' Amica di Petrarca fosse una
catta vergine , od una continente sposa.
(«*) Pigmalion , quanto lodar ti dei
Dell' imagine tua, se mille volte
W avesti quel eh' i* sol una vorrei !
Son. 58. Quando giunse a Simon l'alto concetto ec.
C°) Vedi Riflessioni ec. pag. 291.
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minoso e perverso, die lo tiranneggiava, e che ne aveva il
cuore angustiato ed oppresso (*).
Pure, in questa circostanza, egli era forse travagliato da suoi
colpevoli desiderj , dacché lo stesso A. De Sade , il quale certo
non sarebbe stato cosi scrupoloso e delicato, dove avesse potuto
provare la sua provenienza da Petrarca e da Laura, è costretto
a difendere gagliardamente la virtuosa avola sua. Per ciò
che riguarda al Poeta , non abbiamo forse altro garante
della sua innocenza , che la costanza della passione. Ci assicura
egli nell* Epistola alla Posterità, che, pervenuto al quadrage-
simo anno , aveva non solamente in orrore qualsiasi azion di-
sonesta (sono sue parole), ma che non se ne ricordava alcuna.
E però la nascita della sua figlia naturale non può riferirsi ad
un' epoca al di là del suo trigesimo nono anno. La memoria
o la moralità del Poeta certo incappò , se dimentico Si rese
di questa caduta. (**). Il più debole argomento in favore della
purezza di questo amore è stalo dedotto dalla durata che egli
ebbe , dacché sopravvisse ben anco all' oggetto della sua pas-
sione. La riflessione del De La Bastie: Che la virtù soia è
capace di produrre impressioni che per morte non si cancel-
lino (•**), è una di quelle che tutti applaudiscono, e nessuno
trova veritiera , dopo un esame del proprio cuore , o delle ri*
membranze di sentimenti umani.
Tali apotegmi nulla valgono in favore di Petrarca, o a so-
stegno della morale; e solo possono servire agli spiriti deboli
o giovani. Ma chi varcò di un sol giorno 1' età dell' ignoranza,
(*) Quella rea e perverta passione che solo tutto mi occupava , e mi
regnava nel cuore.
(»*) A questa confessione cosi sincera diede forse occasione una nuora
caduta eh' ei fece. Tiraboschi, Storia eo. T. V. ì.. IV. parte 2, png. 4M.
(*♦*) De Bimard, Barone da la Bastie, nelle Memorie dell' Accademia
delle Inscrizioni e Belle Lettere dal 1740 al 1751. V. RiBesMoni ec. P . 295.
e dell' innocenza non sa arrendersi die alla sola verità. Non
v'è scrino più vano, più nojoso, e meno istruttivo di quello
nel (piale s'imprenda a difendere V onore di un individuo , o
di una nazione, abbencliè un tal genere di opere riscuota sem-
pre maggiori applausi , di una saggia ed illuminata critica 7
che viene attribuita al maligno desiderio di ridurre un gran-
d' nomo alle proporzioni comuni dell' umanità. Dopo tutto ciò
non è inverosimile che il nostro istorico abbia avute delle buone
ragioni per sostenere la sua ipotesi favorita , che rassicura l'Au-
tore , sebbene metta difficilmente al riparo 1' onore della miste-
riosa Amica di Petrarca (*).
jV. 16. — Petrarca ritirossi in Arquà immediatamente dopo
il riiorno da Roma, dove non avea potuto vedere Urbano V,
P anno 1370; ed all' eccezione del celebre viaggio eh' egli
fece a Venezia in compagnia di Francesco Novello da Carrara,
sembra che passasse gli ultimi quattro anni di vita in questa
deliziosa solitudine, ed a Padova. Nello spazio dei quattro
mesi elle precedettero la di lui morte, fu in uno slato con-
tinuo di languidezza, e la manina del 19 Luglio 1574 fu
trovato morto sopra una seggiola a braccioli nella sua biblio-
teca, colla testa appoggiata sur un libro. Conservasi oggi an-
cora cotesta seggiola fra i monumenti preziosi di Arquà , e
dietro la non interrotta venerazione in clic si tennero in ogni
tempo gli oggetti relativi a questo grand' uomo, dal giorno
della sua morte sino a noi , può credersi cl»e essi abbiano
mi i^rado maggiore di autenticità dei monumeuti di Stratford
sull'Arvon, a' quali vuoisi aggiunta la memoria di Shakspeare.
Arqua giace a dodici miglia da Padova, tre miglia circa
distante da Rovigo, in sulla destra della strada, in mezzo ai
ì
f») „ E te la TÌrtù, o la saggezza di Laura fa inesorabile, egli godè, e
potè andar superbo del postelo della Ninfa della poesia Gibbon
Decadenza e caduta ce. Gap. 70, pag. 327, Voi. XII. in S. u
monti Euganei. Dopo un venti minuti di «»«..
una pianura eguale , coperta di alberi , giungesi ad un picelo
Lago azzurro, limpido, profondo, ed alle falde di una ca-
tena di colline, sparse di bei vigneti, e giardini, in mezzo ai
quali veggonsi abeti, melaranci, ed ogni sorta di alberi frut-
tiferi.
Dalle sponde del Lago la strada serpeggia a mezzo delle
colline, e quanto prima scorgesi la Chiesa d' Arqnà a traverso
di una gola formata da due rupi 1* una posta di contro al-
l' altra, e che cingono quasi interamente il villaggio. Le case
sono sparse qua e là sul pendio di queste alture , e quella
del Poeta è posta sopra una breve prominenza che domina
due discese, e da dove si scorgono non solamente i verdi
giardini che cuoprono le valli immediatamente soggette, ma
eziandio le vaste pianure lungo le quali hannovi de' boschetti
di gelsi e di salici, de' vigneti e de' cipressi -, e da hmge si
scoprono i campanili di alcuni casali. Queste pianure si esten-
dono fino alle foci del Po, ed alle rive dell' Adriatico. Il
di queste colline vulcaniche è assai caldo, e le ven-
vi cominciano prima che nelle pianure di Padova. 11
corpo di Petrarca è deposto, che non può dirti sepolto, in
un sarcofago di marmo rosso sostenuto da quattro pilastri,
sopra un'elevata base per togliere che si confonda questo tumulo
cogli altri. Il sarcofago isolato è visibilissimo; ma sarà nascosto
quanto prima dai quattro allori piantativi di fresco. La fontana
di Petrarca, — chè tutto qui porta il suo nome, — scaturisce
e discorre sotto una vòlta artefatta, di poco tratto più al basso
della Chiesa: ella è molto copiosa, talché eziandio nella più
arida stagione conserva qucll' acqua salutare che formò un
tempo la ricchezza de' colli Euganei ; e se non fosse che in
qualche stagione è gremita di vespe e di calabroni, sarebbe
anclie più attraente. Verurr* altra analogia potrebbe rinvenirsi
fra le tombe di Petrarca e di Arcbiloco. Le rivoluzioni dei
«ecoli hanno risparmiate queste valli solitarie, e se fu violalo
il, tenere di Petrarca, lo fu sempre per sola venerazione. Si
cercò una volta di togliere un tanto tesoro dall'urna, ed un
Fiorentino giunse a derubarne un braccio a traverso di una
fenditura che si osserva oggi ancora. L' oltraggio non fu mai
dimenticalo : esso Ita servito a identificare il Poeta con quella
terra ov' era nato, e nella quale non volle soggiornare. Un
giovane paesano di Arquà interrogato chi fosse Petrarca , ri-
spose: che tulli gli abitanti del villaggio conosce vario quanto
aveva rapporto ad esso , ma che sapeva soltanto estere staio
un Fiorentino,
Il Sig. Forsyth (Osservazioni sull'Italia pag. 95 nota, 2>
Edizione) non fu abbastanza esatlo dicendo che Petrarca non
ritornò più in Toscana dacché V ebbe lasciala da giovane.
Pare anzi clie passasse per Firenze nel suo viaggio da Parma
a Roma , e nel ritorno , V anno 1360 e vi soggiornasse per
uno spazio di tempo bastante a procurargli la relazione dei
più distinti personaggi. Un nobile Fiorentino, vergognando
dell' avversione del Poeta per la sua terra natale, si adoperò
studiosamente a distruggere quest' opinione comune e sfavo-
revole nello spirilo del nostro illustre viaggiatore, che egli
conosceva e venerava per 1' ingegno straordinario, e per la
vasta erudizione, e pel gusto raffinato, congiunti a quella
semplicità di modi, clic è stata in ogni tempo riconosciuta
come il più sicuro segno (benché non sia certo indispensa-
bile) di un genio supcriore.
Ogni passo dell* amante di Laura fu investigato con somma
cura. A Venezia mostrasi la casa ov* egli abilò. Gli Aretini
a decidere 1' antica controversia fra la loro città e i loro con-
finami d' Ancisa, luogo dove Petrarca fu condotto all'età di
sette mesi, e dove soggiornò fino al seti imo anno, indica-
rono con una lunga iscrizione il luogo ove nacque il loro
celebre Concittadino. Una lapide marmorea gli fu creila in
Parma nella Cappella di Sant'Agata, nella Cattedrale (*) ,
essendo stato egli Arcidiacono di questo Capitolo, noti tumu-
lato in detta Chiesa a cagione solamente della sua morte
in paese lontano.
Un' altra lapide col di lui busto gli si eresse a Pavia dove
era venuto a passar 1' Autunno nel 1368 col genero Brossano.
La condizione politica che ha per gran tempo distolto gl'Ita-
liani dal criticare i vivi, ha concentrata la loro attenzione
ncU' illustrare i morti.
N. 17. — La lotta è tanto verosimile coi demonj come
coi nostri migliori pensieri. Satanno scelse il deserto per ten*
larvi il Salvatore; ed il nostro casto John Locke preferiva
-
(•) Ecco V Epigrafe :
D. O. M.
FRANCISCO. PF. T a * n C H AE ,
PARMENSI ARCHIDIACONO.
PARENTIBUS PRAECLAHIS, CENERE PERAJOIOUd,
ETHICES CHRISTIANAE SCR1PTORI FXIMIO ,
ROMANA E L1NGUAE RESTITUTORI ,
ETRUSCAE PRINCIPI,
AFRICAE OB CARMEN HAC IN URBE PERACTUM REGIBUS ACQUO
S. P. Q. R. LAUREA DONATO.
TANTI TIRI
JUVENILIUM JUYENIS , SEN1MUM SENEX
STUDIOSISSIMA
COMES NICOLAUS CANONICUS CICOGNARUS ,
MARMOREA PROXIMA ARA LICITATA ,
IBIQUE CONDITO,
DIVAE JANUARIAE CRUENTO CORPORE
H. M. P.
SUFFECTUM
SED INFRA MERITUM FRANCISCI SEPULCHRO ,
SUMMA HAC IN AEDE EFFERRI MANDAMI is\
SI PARMAE OCCUMBERET ,
EXT ERA MORIE HE L NOBIS EREPTf.
23
di starsene in compagina di un fanciulli.», anziché in totale
solitudine.
jV. 18. — Forse il passo nel quale Boilcau sprezza il Tasso
potrebbe servire del pari che molli altri a giustificare V opi-
nione emessa sull' armonia de' versi Francesi:
„ A' Mallierbc , à Racan , préfe'i cr The'ophile
„ Et le clinquanl du Tasse a tout l'or de Virgile. „
(Satire IX. v. 176-7.)
*
Il Biografo Sernsi (*) pieno d' affetto pel Poeta Italiano ,
non meno che pel Francese, si affretta ad osservare che l'Autor
della Satira ritrattò o disapprovò la sua censura, riconoscendo
in seguito 1* Autore della Gerusalemme qual Genio sublime,
vasto, ed atto al sommo ai più grandi slanci di poesia.
Aggiungeremo , che tale ritrattazione è ben lungi dall' essere
soddisfacente , se è vero l'aneddoto riferito dal D'Olivet (**).
La sentenza pronunziata contro di lui dal P. Bouhours (***)
non è ricordata che per confondere il Critico di cui 1' Ita-
liano Serassi non cerca a discoprire la Palinodia che pro-
babilmente non avrebbe voluto ammettere. In quanto poi al-
l' opposizione eh' ebbe la Gerusalemme dagli Accademici della
(*) La Vito del Tasso, lìb. 3, pag. 284 , edii. Bergamo «790.
(••) Histoirc de 1' Académie Francaise, depitu 4652 hisqu' 1 4700, par
I* Abbé d' Olirei, p. 484 , édie. d'Amsterdam 4730. „ Mais, ensuite, ve-
„ nant à 1* usage qu' il a fait de «es talco*, j* aurata montre que le boa
„ «cdj o' ett pas tonjoors ce qui domine che» lui. pag. 482. „ Boileau
diceva di non aver cangiato di opinione: „ J' en ai si peu changé ec. „
(•••) La manière de bien penser dauales ouvrages de l'esprit „ Dialogo
secondo, pag. 489, edb. 4692. Filanto è dalla parto del Tasso, e dice:
„ De tous lrs beaux esprits que l'Italie a portés, le Tasse est peut-ètre
„ celili qui pense le plus oobìeroent. „ Ma Bouhours pare che parli nella
persona di Eudozto che termina con questo assurdo confronto: „ Faites
„ valoir le Tasse Unt qu'il rou* plaira, j« m' en tìens , pour moi , a
„ Virgile. „ ibid. pag. 402.
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Crusca che dichiarò il Tasso incapace J' ogni concorrenza col-
V Ariosto , ponendolo al di sotto di Bojardo e di Pulci , la
vergogna di questa opposizione dee ricadere in parte su di Al-
fonso, e sulla Corte di Ferrara. Che Leonardo Salviati, prima,
e quasi che sola cagione di questa decisione, fu indubitata-
mente (*) sedotto dalla speranza di acquistare il favore delk
Casa d'Este; mira alla quale ei spesava d'aggiungere, esal-
tando la fama di un giovine Poeta a pregiudizio di un rivale
in allora Prigione di Stato.
Le speranze e gii sforzi di Salviati debbono servire aliarci
conoscere V opinione emessa dai contemporanei sulle cagioni
della prigionia del Tasso, e colmare la misura della nostra
indignazione contro il Tiranno che lo catturava. L'effetto delle
critiche del Salviati rispose perfettamente all' espettativa : fu
chiamato alla Corte di Ferrara, dove, bench' egli si sforzasse
ad accrescere i suoi titoli al favore del Duca scrivendo gli e-
logj della di lui famiglia (**) fu a vicenda abbandonato , e
mori indigente. L' opposizione degli Accademici della Crusca
cessò sei anni dopo cominciata la controversia ; e se V Accade-
mia ebbe da prima della rinomanza pel paradosso (***) che aveasi
tolto a sostenere, è probabile che la cura della sua propria ri-
putazione dovesse alleggerire anziché aggravare il rigore della
prigionia dello sventurato Poeta. Il Tasso impiegò molte ore
della sua solitudine alla propria difesa, ed a quella del padre,
caduto anch' esso sotto la censura di Salviati ; ed il prigioniere
sarebbe stato ben poco imbarazzato a confutare dette accuse ,
dove, fra gli altri delitti, veniva incolpato di avere per gelosa
invidia trascurato di menzionare la Cupola di Santa Maria del
(*) La Vito ecc. Hb. 3 , pag. 90 , tomo 2.
(**) Orazioni funebri. . . . Delle ludi di Don Luigi Cardinal D" E»te ,
delle lodi di Donno Alfonso D' Ette. Vedi la Vita L. 3, pag. 117.
(••*) Ku posto nel 1582, e la risposta della Crusca al PtiL-griuu di Ca-
raffa, od all'oca poesia fu pubblicata nel 1584.
— 35C —
Fiore a Firenze nel suo confronto della Francia coli' Italia (*).
L ' ultimo Biografo dell' Ariosto pare che voglia riaccendere la
questione, ponendo in dubbio il giudizio che il Tasso avea
fatto di sè, (* # ) citato nella sua vita dal Serassi. Ma Tirabo-
schi s'era già eretto giudice di questa rivalità, (***) dimo-
strando non esservi fra il Tasso e 1' Ariosto questione di con-
fronto, ma si di preferenza.
JV. 19. — Prima che le reliquie dell* Ariosto venissero tra-
sferite dalla Chiesa de' Benedettini alla Biblioteca di Ferrara,
il suo busto posto sulla tomba fu colpito dalla folgore , e la
corona in bronzo ne rimase fusa. V avvenimento fu riferito da
uno Scrittore dell'ultimo secolo (****). La traslazione di queste
ceneri fatta il 6 Giugno 1801 fu uno de' più splendidi spetta-
coli dell' effimera Repubblica Italiana; e per consecrarc la me-
moria di questa cerimonia , si ferono risorgere gli Intrepidi ;
si famosi un tempo, riorganizzandoli in Accademia Ariostesca.
La gran piazza pubblica a traverso della quale venne a passare
la processione fu detta per la prima volta Piazza dell'Ariosto.
L' Autore dell' Orlando è gelosamente nominato l'Omero, non
dell' Italia , ma di Ferrara (*****).
(*) ,, Cotanto potè sempre in lui il veleno della sua pessima volontà
„ contro alla uazioo Fiorentina La Vita L. 3, pag. 96-98, tomo 2.
(••) Vita di M. L. Ariosto , scrìtta dall' A. Girolamo Baruftaldi giù-
niore, ecc. Ferrara 1807, Un. 3, pag. 262,
(•••) Storia della Lett. ecc. Lib. 3, tomo 7, parte 3, pag. 1220, S. 4.
(****) Mi scontarono que* Monaci eh' estendo caduto un fulmine nella
f, loro Chiesa, schiantò esso dalle tempie la corona di lauro a quell'ini-
„ mortale poeta. „ Op. di Bianconi, voi. 3, pag. 176, ediz. Milano 1802,
Lettera al signor Guido Savini Arcitisiocritico tati' indole di un fulmine
caduto iti Dresda 1* anno 1759.
<••••*) » Appattionato ammiratore ed invitto apologista (t'Y Omero Ter-
„ rareu: ,, Questo titolo fu prima conferito al TUMO ed è citato a con-
fusione Uci lanini, lib. 3, pa S . 262-265, La Vita di M. L. Ariosto ecc.
t
La madre dell' Ariosto era di Reggio, e la casa ove nacque
è accuratamente distinta con una lapide in marmo , e sopravi
P Iscrizione : Qui nacque Ludovico Ariosto il giorno 8 di Set-
tembre dell'Anno MIA. Ma i Ferraresi fanno ben poco conto
che il caso facesse nascere lunge da essi il loro poeta, e lo
riclamano come appartenesse loro esclusivamente. Essi possie-
dono le di lui ossa: ne mostrano la scranna, lo scritto jo, e
gli autografi.
. . . . . Hic illius 'ai-ma ,
Hic currus fuit
La casa ove abitò, la stanza ove mori sono accennate dal
suo proprio monimento ripostovi (*) e da una moderna Iscri-
zione. I Ferraresi sono gelosissimi de* loro diritti , dappoiché
l'odio del Denina, insorto da una causa che i loro apologisti
danno a divedere misteriosamente di conoscere, tentò d'invilire
il loro terreno ed il loro clima sino alla nullità bcoziana , per
tutte le produzioni di spirito. Un Voi. in 4° fu dato alla luce,
onde rispingere l'ingiuria, e questo supplemento alle Memorie
di Baretti sugli illustri Ferraresi fu considerata come una ris-
posta trionfante al Quadro Storico statistico dell'alta Italia.
N. 20. — L' Aquila , il vitello marino , l' alloro (**) e la vite
bianca (***) erano indicati quali preservativi contro il fulmine,
c de' più sicuri. Giove scelse il primo , Augusto Cesare il se-
condo (****) , e Tiberio non omise giammai di cingersi il capo
di una corona del terzo quando il cielo minacciava burra-
sca (*****). Queste superstizioni non devono eccitare le risa in
(•) „ Parva sed apta mìhi , sed nulli obnoxia , «ed non
„ Sordida, parta meo «ed tamen aere domus. „
(**) Aquila , «farina marinus, et lauru» , fulmiuc nou feriuulur. Plinio ,
Stor. Natur. I.ib. 2, Cap. 55^
(•••) Coltimclla, I,. <0.
• (****) Svelonius, in Vita August. Cap. 90.
("•*•) Id. in Tita Tiberii, Cap. 69.
L £L k P T elÌ ma6Ìchc * «diana
non hanno ,„coro perduto aff,.,» U i OIO ^ 8
.1 letto™ non «rt moIlo sorpreso ilet
tato™ * Svetomo abbia tolto ^ d; disapp 31
«rtu .ttnbutte alla corona di Tiberio, raccoaUndo che noci»
anni prima della redazione del Common...: . 1
•«ueniano, un alloro era
«tato a Roma colpito dal fulmine (*).
IV. «. — Il lago Cornano ed il fico Criminale del Foro
«odo colpiti dal fulmine, furono riguardati come sacri e t
nmembranra d, un tale avvenirne*» fu perpetuata con m l
2 e 'n T >VeDte , U '° rm * ^ un po««> , con un. picei
Cappella che copnva la supposta cavi.» faua dalla fol Rorc I
corp, danneggiari e e la perone morte erano considerale coma
.ncorrutubJ, ( ) ad un folminc che tendo non «gionas* la
morte, dava una perpetua dignità db persona così distinta dal
len™!r h "fT ' VeVa ^ •^•-PPtó in un bianco
lenzuolo erano sepolt, in quel luogo istesso dove gli avea colti
Né questa «persone era soltanto ristretta agli adoratori di
G.ovc; , Lomhard. credevano agli augnrj ricvwi dalla folgoro
ed un proto confessa che per me«o di un' arte diabolica pra-
ticata onde ncavare ti futuro dal mono, un indovino annunzio
ad Agdulfo, Duca di Torino un avvenimento che si verifico
e d.egh „n, Regina ed una corona ("•). Bravi pero qualche'
C ™ T ! " qUe ' t ° *» « U *** «"unti di
Roma n,n credevano sempre propizio: e come i terrori hanno
verosundmente maggtor durata che le con»lazi„„i dell, su-
peratone, non dee fu- meravigli, che i Romani del secolo di
fi WOU 2, p,,. «9, et, lajJ , (int.iv. («7.
C - " n "'"' T "~ — « >- «. C, r . Xt.
("•; Pauli Diaconi. De Ge.tis |„n r „i,„i i » ^ ... ,
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Leone, sicno siati sbigottii! da alcune burrasche male inter-
pretate, a segno d'implorare le esortazioni di un erudito, che
mise in opera tutta la sua sciema intorno ai tuoni ed ai ful-
mini onde provare che un tale presagio era favorevole; comin-
ciando da quello che solcava le mura di Vetietri , e termi-
nando con quello che strisciò lungo una porta <K Firenze, e
che predisse il Pontificato ad uno de* tuoi concittadini (*).
A'. 22. -- Chi non riconosce nelle due Stante 42 -e 43 la
parafrasi del famoso Sonetto di Filicaja:
\,J.:. -o ir»l/.Ci«j ». !*">.■ ^ a*,- — . >- - 'f jJu. /'ftft&f :
Italia ! Italia . o tu cui feo la sorte ?
N. 25. — La celebre lettera di Servio Sulpicio a Cicerone
sulla morte di sua figlia, contiene la descrizione esatta oggi
siccome allora, di una strada in Grecia che sovente ho per-
corsa per mare e per terra , in diversi viaggi :
„ Di ritorno dall' Asia , vogando da Egina alla volta di Mc-
„ gara, mi diedi a contemplare l'aspetto delle circostanti terre:
„ Egina era alle spalle ; aveva a fronte Megara , sulla dritta il
„ Pireo, sulla sinistra Corinto: Città tutte famose e fiorenti un
„ giorno, rovesciate ora e sepolte nelle loro rame. A quella
„ vista non potei a meno di non riflettere a me stesso. Ahi
„ lasso ! Or come aw jeue che noi poveri mortali ci crucciamo
„ così vivamente se alcuno de* nostri amici viene a perire ; noi,
„ dico, la cui vita è sì corta, intanto che gli avanzi di tante
„ nobili Città ri parano qui ad un tempo a' miei sguardi? (**) „
N. 24. » Dall'alto del Campidoglio contemplando Poggio
il decadimento di Roma , lasciossi sfuggire questa esclamazione :
*
(•) I. V. Valeriani, De fulminimi ùgnificarionìbu* Declaraatio ap. Graer.
Àntiq. Rom. T. 5 , pag. 593. La declamazione è indiri tu a Giuliano De'
Medici.
*
(••) Dottor Middleton: HUtory of the Life of M. Tullia» Cicero, Se».. 7,
pag. 371, Voi. 2.
— 360 —
„ Ut tome omni decore nudata, prostrala jacct , instar gì-
„ gantei cadaveri* corrupti ataue undique exesi (*).
N. 25. — La vista della Venere de' Medici ci ricorda i versi
delle Stagioni , ed il confronto dell'oggetto colla descrizione
piova, non solo 1* esattela del ritratto, ma ben anco il vezzo
particolare del pensiero , e , per dir cosi , l' immaginazione ses-
suale del Poeta descrittivo. La stessa conseguenza puossi de-
durre da un altro pensiero nello stesso episodio di Musidora ;
che le nozioni di Thompson intorno a' privilegi dell'amore cor-
risposto, dovevano essere affatto primitive, o mancavano di
dilicatezza quando ci pone in bocca della Ninfa riconoscente
al suo discreto Damo ne, che in un momento più venturoso
potrà forse divenirle compagno nel bagno:
The time may come you need noi fly.
( 11 tèmpo potrà arrivare quando voi non sarete co-
stretto a fuggire. )
•
Il lettore rammenterassi 1' aneddoto riferito nella Vita del
D. Johnson: non ci allontaneremo dalla Galleria Fiorentina
senz'aver fatta parola dell* Arrotino. È singolare che il carat-
tere di questa statua , oggetto di tante dispute , non sia ancora
deciso, almeno nello spirito di chiunque ba visto un sarcofago
nel vestibulo della Basilica di S. Paolo, fuori le mura di
Roma, dove V intiero gruppo della favola di Marzia è discre-
tamente conservato: lo Schiavo Scita che aguzza il coltello è
appuntino rappresentato colla stessa posizione di questo celebre
capolavoro. Lo Schiavo non è nudo, ma e più facile lo scio-
gliere questa difficoltà, che il prendere il coltello che la statua
fiorentina ha nella mano per un rasojo ; ciò che potrebbe es-
sere, se, come suppone il Lanzi, l'individuo altro non fosse
(•} He fortuna» «■ anelale urbi* Roma* , et de mini» ejiudem descri|'tio,
»p. Sallrngrr, Thc»aur. T. i. |>»g. 501.
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che il barbiere di Giulio Cesare. Winkelmann , analizzando un
basso rilievo sullo stesso soggetto, segue 1' opinione di Leo-
nardo Agostini, e la sua autorità può giudicarsi come conclu-
dente, quando anche la rassomiglianza non apparisse all'osser-
vatore il meno attento (*)•
In mezzo ai bronzi della stessa collezione, vedesi ancora la
tavoletta recante l'Iscrizione copiala, c commentata da Gib-
bon (**). 11 nostro Storico trovò alquante difficolti» , ma non
abbandonò per questo l'impresa: quanto non dovette estere
afflitto sentendo che ogni sua critica erudizione era stata rove-
sciata da un' Iscrizione riconosciuta ora poco autentica !
N. 26. —
. . . . Atquc oculos pascal uterqne suos.
Ovìd. Amor. L. 2.
27. — Questo nome ci richiamerà alla memoria tutti
coloro non solamente le cui tombe hanno resa Santa Croce il
centro di un pellegrinaggio , ma eziandio colei l' eloquenza della
quale era votata a queste ceneri illustri, e la cui voce è oggi
cosi mula come quelli eh' ella celebrava. Corinna non è più ,
e con essa devono cessare il timore , 1' adulazione , T invidia
che diffusero una nube, o splendente troppo, o troppo oscura
intorno al Genio, ed impedirono eh' ci potesse trar profitto
dagli avvertimenti di una critica imparziale. I ritratti che di
essa si fecero , o sono adulatori , o deformi , secondo che il
pennello era guidalo dall'amicizia, o dal livore: è difficile
tanlo ottenere un fedele ritratto da' contemporanei, clic la voce
di coloro che le sopravvissero non saprà forse mai apprezzare
pel giusto valore l' ingegno singolare di questa celeberrima
donna. La galanteria, l'amore del maraviglioso, e la speranza
(*) Wdi Mommo, Ani. ined. par. \ , Cap. «7, pag. 50. r Storia delle
arti rrr. I,. \T, Cap. i. Tom. 2, pap. 314, not. R.
('*) Nomina, genWiqtH Aoliqu» Itali», pag. 204, tdil. oct.
, — ooz —
di vedersi associati ad una fama die spunto Io strale della cri-
tica, debbono cessare d'esistere. — Tra gli estimi non v' ha
differenza di sesso; egUno più non possono destare la nostra
ammirazione con portenti novelli , o confermare alcun privilegio:
Corinna non è più una donna, ma semplicemente un' autrice ;
e puosà prevedere che ben molti critici sieno per volgere la
lor passa ta compiacenza in una grave severità, alla quale la
stravaganza de' lor primi elogi potrà forse dare V aspetto di
verità. I più tardi posteri (che Ella dee giungere sino ad essi )
pronunzieranno sulle varie di lei produzioni; e quanto più re-
molo sarà l' orizzonte ove compariranno le di lei opere , tanto
sarà per esserne più minuto 1' esame e più certa la giustizia
della decisione. Per lei allora avrà principio quella esistenza
nella quale i grandi Scrittori di ogni età , e di ogni nazione ,
sono, come già lo furono, raunati in un mondo tutto lor pro-
prio, e da questa sfera superiore diffondono la loro eterna in-
fluenza con che servono di guida e di consolazione all' umanità.
Ma T individuo scomparirà a misura che V Autore si farà meglio
conoscere: ond'è che alcune persone ammesse alle privilegiale
società di Coppe t per le grazie di uno spirito naturale, e di
una facile ospitalità , trarranno dall'obbtto queste virtù , le quali,
abbenchè dicasi amino celarsi, sono in costanza più spesso raf-
freddale che eccitate dalle cure domestiche della vita privata.
Ti overassi taluno che dipinga quelle grazie ingenue di che Ella
adoni a vasi nelle sue relazioni di parentado, doveri che possono
assai meglio giudicarsi da chi conosce i secreti dell' interno di
una famiglia, che da colui che nulla considererebbe fuor delle
relazioni pubbliche; doveri che non potrebbero giungere gra-
diti all'orecchio di uno spettatore indifferente se chi imprende
a narrarli non abbia in se tutta la [dilicatezea di una verace
affezione. Provcrassi taluno non a celebrare, ma a descri-
vere 1' amabile padrona di una casa aperta in ogni tempo
all'ospitalità, centro di una società sempre varia, e sempre
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563 —
gradevole ; oclla quale costei scevra d' ambizione e di nrlifizj
di pubbliche rivalità, non risplendeva clic per animare vie
più quel drappello die le faceva corona. La madre tenera-
mente affezionala, e teneramente amata, — l'amica generosa
senza limiti, ma sempre illuminata, — la padrona caritatevole di
tutti gì' infelici, — non può essere dimenticata da coloro di' ella
amò, protesse, nudrì. La sua perdita sarà più sentita colà
dove fu meglio conosciuta : e sia lecito ad uno straniero d'unire
il suo rammarico disinteressato al dolore de' suoi numerosi amici ,
non die di coloro, (e il numero n'è di gran lunga maggiore)
i quali furono da essa beneficati. Fra le sublimi scene del Lago
Leman la più grande soddisfazione eh' egli eblie a provare ai
fu di poter ammirare le belle, seducenti prerogative dell'ama-
bile Corinna.
N. 28. — V affettazione della semplicità nelle Iscrizioni
sepolcrali che ci lascia spesso incerti se il monumento che
abbiamo sou' occhio rinchiuda le ceneri del defunto, o se
pure sia un CenotafBo, od un semplice monumento consecrato
non alla morte, ma alla vita dell 1 individuo, questa affetta-
zione, dico, ha tolte dalla tomba di Macchiavelli tolte le
distinzioni che dovevano aspettarsi dalla sua Iscrizione, come
sarebbe 1' accennare il luogo o 1* epoca della sua nasata , o
della morte, dell' età, o della patria dello Storico.
Tasto nomai sullum par elogium.
Niccolaus Machiavelli.
ì Non s' intende la ragione perchè il nome non sia siato
messo prima della sentenza che vi allude.
jV. 29. — Dante nacque in Firenze uel 1261. Trovossi in due
battaglie ; fu quattordici volte Ambasciatore ed una Priore della
Repubblica. Quando il partito di Carlo d' Angiò vinse i Bianchi
era in ambasciata presso Papa Bonifazio Vili, e fu condan-
nalo a due anni d' csiglio e ad un' ammenda di 8,000 lire ,
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— 364 —
le quali non avendo egli pagate , n' ebbe confiscati tulli i suoi
beni. Nè la Repubblica fu paga a questa sola soddisfazione;
che nel 1772 si scoperse negli Archivj di Firenze una sen-
tenza nella quale Dante è P undecimo inscritlo di una nota
di quindici individui condannati nelPanno 1302 ad essere arsi
vivi: Talis perseniens igne comburatur sic quod morialur. Il
pretesto di un tale giudizio erano baratterie inique, estor-
sioni, e guadagni illeciti (*); Baracteriarum inùjuarum , ex-
torsìonum, et illicilorum lucrorum , e con tale accusa non è
strano che Dante abbia sempre protestato sè innocente , ingiusti
i suoi concittadini. 11 suo riclamo a Firenze fu accompagnato
da un altro all' Imperatore Enrico; e la morte di questo So-
vrano, accaduta tiel 1313, fu il segnale per lui di un bando
perpetuo. Avca, prima d'allora, menata vita di stento a' con-
fini della Toscana colla speranza di essere richiamato: ma
allora posesi in cammino verso il settentrione d' Italia , dove
Verona ebbe la gloria di averlo a lungo tra le sue mura ;
finalmente si stabili a Ravenna che fu P ordinario suo sog-
giorno, non però il solo, fino alla morte. Il rifiuto da' Ve-
neziani fattogli di un'udienza pubblica ria lui dimandata col
mezzo del suo amico e protettore Guide Novello da Polenta,
fu, a quanto dicesi, la principale cagione di questo avveni-
mento che ebbe luogo nel 1321. Fu seppellito in sacra Mi-
norimi AUde a Ravenna in un bel sepolcro erettogli da Guido,
ristorato in seguito (nel 1483) per cura di Bernardo Bembo
Magistrato della Repubblica, la quale ebbe ricusato di ascoltarlo :
e di nuovo dal Cardinal Corsi nel 1692 ; surrogato in fine
da un monumento più sontuoso costruito nel 1780 a spese
del Cardinale Luigi Valenti Gonzaga.
(•) Stor. ddla Leti. lui. T. 5, L. 3, parie 2, pag. 448 — Tirabo*chi *
poco esatto. Le date dei tre Decreti contro Dante «ono: A. D. <302 ,
4304, e 1316.
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— 365 —
La colpa, o la sventura di Dante si fu d'essersi aggregato
ad un partilo abbattuto, e come i suoi Biografi meno indul-
genti nel rimproverano , una troppo grande franchezza nel
parlare , congiunta a modi pieni d' importabile alterigia. Ma
il secolo che segui rese onori pressoché divini all' Esule.
I Fiorentini, avendo tentato spesso, e sempre indarno, di
riavere le sue ossa , incoronarono il di lui ritratto in una
Chiesa (*), e «mesto dipinto è tuttavia uno dcgl' idoli della
loro Cattedrale.
Gli vennero coniate medaglie , — erette staluc. Le Città
d' Italia , non potendo pretendere all' onore di averlo avuto
in grembo dal nascere, dacché il luogo dov' egli venne alla
luce è certo, si disputarono almeno quello del suo gran Poema,
ed i Fiorentini pensano ch'abbia a tornarne loro gloria dal
sostenere com' egli avesse già terminato il settimo Cauto prima
che venisse bandito dalla terra natale. L' anno cinquantesimo
primo dopo la di lui morte, formarono una Cattedra pubblica,
il cui Professore doveva dichiarare i versi di Dante, e Boc-
caccio fu chiamato a questo patriottico impiego. Quest' esempio
fu imitato da Bologna e Pisa, ed i Commentatori, se resero
poco servigio alle lettere , accrebbero la venerazione , che scor-
geva un' allegoria morale o sacra in ogni immagine della sua
mistica Musa. Seppesi che la sua nascila, e la sua infanzia
erano state distinte in un modo straordinario. L' Autore del
Decameron, suo primo Biografo, racconta, clic la madre di lui
venne avvertila in un sogno della dignità del suo portato ed
altri trovarono che all' età di dieci anni avea già manifestata
la sua precoce passione per questa Sapienza, o Teologia, che
sotto il nome di Beatrice fu presa a torto per una sua Amica
terrena.
(*) Così racconta Ficino: ma alcuni opinano la di lui incoronazione
Cft»ert «aata uu' allegorìa. Vedi Stor. ecc. pjg. 453.
Quando fu riconosciuto che la Divina Commedia allro non
era che una creazione mortale, e die, trascorsi due secoli la
critica e la rivalila ehbero moderato il giudizio degl' Italiani,
Dante iu dichiarato pienamente superiore ad Omero (*) , e
benché la preferenza sembrasse a qualche casuist
mia eretica degna delle fiamme , la contesa fu
stenuta per lo spazio di cinquant' anni. Negli «
cerco quali fossero i Signori di Verona che potessero gloriarsi
di avergli data protezione ("), ed il geloso scetticismo di uno
Scrittore vorrebbe niegare a Ravenna il possesso indubitato
delle di lui ceneri. Lo stesso critico Tiraboschi propendeva a
credere che il Poeta avea previsto e predetta una delle sco-
perte di Galilei.
La popolarità di Dante, del pari che quella de» grandi Scrii-
tori delle altre nazioni, non si e sempre mantenuto allo stesso
livello. Lo scorso secolo parca tendere a disprezzarlo e come
tipo, e come libro di studio; e Bettinelli un giorno riprese
il suo allievo Monti perche leggeva le stravaganze barbare e
viete della Divina Commedia! La presente generazione abban-
donale le idolatrìe galliche del Cesarotti, ha ripigliato il culto
antico, e il Danteggiare degl' Italiani del Settentrione è ripu-
tato come indiscreto da' Toscani i più moderati.
Hannovi inoltre alcune curiose notizie intorno alla vita ed
agli scritti di questo grande Poeta , non ancora raccolte dagli
Italiani ; ma il celebre Ogo Foscolo pensa di supplire a questa
mancanza, nè dee far rincrescimento che l'opera nazionale sia
stata riserbata ad uno Scrittore cosi appassionato pel suo paese,
e per la causa della liberta.
(•) Varchi, nel suo Rrcolano. La controversia proseguì dai «570 al *6<6.
Vedi Storia ecc. T. VII, L. 3, parte 3, pag. USO.
(••) Gio: Jacopo DiouUi Canonico di Verona. Serie dì Aneddoti N. 2.
Vedi Storia ecc. Tom. V, 1U>. i, parte 1, |>ag. U,
— 56f
A . 30. — Scipione l'Affricano La la sua tomba ( se pure
non fuvvi seppellito) a Linterno dove crasi ritirato in ostra-
cismo volontario. Questa tomba stava presso alla ripa del mare,
e la storia dell' Iscrizione sovrapposta Isgkata Fatma avendo
sommili i> irato questo nome ad una torre moderna, è un aggra-
devole unzione, dov' ella manchi di verità. Se il Romano non
fu sepolto a Linteruo, è certo eh' ei vi visse (*).
„ In cosi angusta e solitaria villa
„ Era '1 grand* uom che d* Africa s* appella
„ Perchè primo col ferro al vivo aprilla (**)
L' ingratitudine è tenuta generalmente per vizio capitale delle
Repubbliche, e pare vada obbllato, come per un esempio di
circostanza popolare, cento se ne possano numerare della di-
sgrazia de' cortigiani ; i popoli oltre a ciò sonosi talora pentiti ,
i monarchi o di rado, o non mai. Lasciando da parte molte
prove di ciò , una breve storia potrà mostrare la differenza che
passa fra un* aristocrazia , e la moltitudine.
Vittorio Pisani, battuto nel 1354 a Portolongo, e molti anni
dopo dai Genovesi nella battaglia decisiva di Poi a, fu richia-
mato dal Governo Veneto, e posto in ceppi. Gli Avogadori
proposero di farlo decapitare, ma il tribunale supremo si ac-
contentò della sentenza di prigionia. Mentre Pisani sosteneva
questa non meritata pena, Chioggia, in vicinanza della Capi-
tale (*") fu coir intervento del Signor di Padova conquistata
aa Pietro D'Oria. Alla nuova di tale disastro la gran campana
della Torre di San Marco suonò a stormo: il popolo ed i sol-
dati delle galere ricevettero ordine di recarsi tantosto ad op-
(») Vitam Literni egit «ine desiderio orbu. Vedi TiU Ut. HUtor. L. 38.
Tito Lino riferUce, essere stata opinione d" alcuni eh' ei fonte seppellito
a Linterno; di altri che fosse tumulato in Roma, ivi, cap. 55.
;••) Trionfo della Castità, di Tettare*.
<•••) Vedi la Nota della Stanza 13.
— 368 —
porsi a che non si avanzasse il nemico; ma eglino dichiararono
che non si sarebbero mossi di un passo se Pisani non si libe-
rava, e se non si concedeva loro a Capitano.
11 Gran Consiglio fu tosto radunato: chiamossi il prigione ,
e il Doge Andrea Contarmi gli comunicò la domanda del po-
polo , e i danni dello Stato la cui salvezza era tutta riposta nei
suoi sforzi, implorando da esso l'obblio delle offese sostenute
nel di lui servigio: „ Mi sottoposi, rispondeva il magnanimo
repubblicano, „ mi sottoposi senza moyer querela a* vostri giu-
„ dizj: sopportai con pazienza le pene della prigionia, perchè
„ mi venivano inflitte per ordine vostro; non è questo il mo-
„ mento di discutere se le avessi meritale. — Forse lo esi-
, gcva il bene della Repubblica , e tutto quanto la Repubblica
decide è sempre saggiamente stabilito. Vedretcmi ben presto
, sacrificar la vita per la salvazione della mia patria. ,, Pisani
fu nominato Generalissimo, e pel suo valore e per quello di
Carlo Zeno riebbero i Veneziani quanto prima la loro superio-
rità sulle rivali marittime.
Nè meno ingiusti delle Repubbliche Greche furono verso i
loro concittadini i Comuni Italiani. Nelle une come negli altri
la libertà pare essere stata cosa individuale, e malgrado la
pomposa eguaglianza davanti alla Ugge che un antico Scriitor
Greco (*) riputava essere il gran distintivo fra i suoi compa-
triotti, ed i barbari, i mutui diritti de' cittadini non appare
fossero mai lo scopo delle antiche democrazie. L'Autore delle
Repubbliche Italiane ha scritto un Saggio che forse non è an-
cora conosciuto, nel quale ha ingegnosamente stabilita la diffe-
renza che avvi fra la liberta de' primitivi Stati , e la significa-
zione data dall'Inghilterra a questo vocabolo nella sua più
felice costituzione. E pure gì' Italiani , tosto che cessano d'esser
(*) Il Greco vantava.! d' easere Ìrm/uo» Vedi , 1' ultimo CapWolo del L. i
di Dionisio d' Àlicaruasso.
liberi, ricorrono sospirando a que' tempi di turbolenza, quando
ciascun cittadino poteva essere chiamato a dividere il sommo
potere, ignari quanto abbia a pregiarsi il riposo della ro»
narchia.
AT. 31. — I Fiorentini non colsero l'occasione del breve sog-
giorno che Petrarca fece nella loro Città l'anno 1350 onde re
vocare il Decreto che aveva confiscati gli averi del padre sub,
bandito poco tempo dopo l' esiglio di Dante. La sua corona di
lauro non gli abbagliò; ma quando l'anno seguente ebbero bi-
sogno della di lui assistenza ad ordinare l' Università , si penti*
rono della loro ingiustizia, ed inviarono a Padova Boccaccio
perchè lo inducesse a ritornare in patria, e stabilirvi si , fa-
cendogli vedere come avrebbe potuto tranquillamente por fine
all' immortale sua Affrica , e godere, rientrato al possesso
de' beni , della stima d' ogni classe de' suoi concittadini. La-
sciavangli la scelta dell' Opera o della Scienza che intendesse
spiegare: lo chiamavano, la gloria della loro terra: protesta-
vano, d'averlo caro oltreraodo, e che nel diverrebbe ognor
più. Aggiungevano, che dove avesse trovato qualche cosa di
dispiacente nella lor lettera, ritornasse, se non per altro,
per emendare il loro stile (*). Petrarca parve arrendersi in
sulle prime all' adulazione ed alle proposte degli amici : ma
non ritornò a Firenze , e preferì un pellegrinaggio alla tomba
di Laura ed a' boschetti ombrosi di Valchiusa.
N. 32. — Boccaccio fu sepolto nella Chiesa di S. Michele
e S. Giacomo in Certaldo , piccola Città in Valdelsa , che
alcuni Scrittori supposero essere stato il luogo della sua na-
scita. Egli vi passò V ultimo periodo della vita in laboriosi
(*) n Accingiti inoltre, se ci è lecito ancor l' esortarti a compire l'im-
mortai tua Africa Se ti avviene d' incontrare nel nostro stile
„ cosa che ti dispiaccia , ciò debb' essere un altro motivo ad esaudire i
„ desidcrj della tua patria. „
Stor. della Leu. Jtal. Tomo V, parte i, L, 1, pag. 76.
24
— 370 —
studj che accorciai ongli l'esistenza; colà le ceneri avrebbero
dovuto trovare , se non onori , almeno riposo : ma le Jene ipo-
crite di Cert aldo spezzarono la tomba di Boccaccio, e gitia-
ronla fu ora del sacro recinto. L' occasione, e forse la scusa
di questa violazione si fu la riparazione del pavimento della
Chiesa : ma il fatto si è che la pietra del sepolcro di Boc-
caccio fu tolta e gettata in disparte in fondo dell' edifizio.
L* ignoranza può dividerne la vergogna coli' ipocrisia. Sarebbe
doloroso il riferire una tale eccezione alla venerazione che
gì' Italiani conservano pei loro Grandi Uomini , se non fosse
stata accompagnata da un tratto più onorevolmente conforme
al carattere generale della nazione. 11 primo personaggio di
quella terra, l'ultimo rampollo della famiglia De Medici,
tolse a proteggere la memoria dell' oltraggiato defunto, già di-
stinto sopra tutti i di lui contemporanei da' suoi stimabilissimi
Antenati. La Marchesa Lenzoni tolse la tomba del Boccaccio
dall' oscurità ov'era giaciuta alcun tempo, e dielle onorevole
posto nella sua propria abitazione. Fece di più : la casa nella
quale il Poeta avea passata la vita non era stata rispettata più
della tomba; il proprietario indifferente al nome dell' antico
pigionale, la lasciava cadere in rovine. Questa abitazione con-
siste in due o tre camerette, ed una bassa torre sulla quale
Cosimo II fé* porre un' Iscrizione. La Marchesa si adoperò onde
comperarla: ed intende di consacrarvi quelle cure, e quelle
considerazioni clie si deggiono alla culla ed al tetto del Genio.
Non è questo il luogo di far le difese di Boccaccio ; ma
quell' uomo che ogni suo avere consumò ncll' acquisto della
scienza, uno dei primi Sapienti (se non il primo) che facesse
conoscere la scienza e la poesia de' Greci in Italia ; — cl»e non
solo inveutò un nuovo siile, ma creò eziandio, od almeno sta-
bili un nuovo linguaggio; — che s' ebbe l'estimazione di tutte
le Corti civilizzate d' Europa , e fu giudicalo degno delle più
distinte cariche nella Repubblica della sua Patria , e , ciò
— 371 —
che è più , dell' amicizia di Petrarca ; — die visse filosofo e
libero pensatore , e mori nelle ricerche della Scienza ; — un
tal uomo merita maggior considerazione senza dubbio di «fucila
che gli ebbero il Prete da Certaldo ed un Viaggiatore Inglese
che lo disse Scrittore odioso, disprezzevole e licenzioso, le cui
ceneri impure doveano lasciarsi marcire, senza V onore di al-
cuna rimembranza (*). Questo Viaggiatore Inglese (sventura-
tamente per chi ha a deplorare la perdita di una persona ve-
ramente amabile) è superiore a qualunque critica; ma la morte
che non ha protetto Boccaccio contro gì' insulti 'di Eustace
non difenderà certo Eustace. dal giudizio impaniale de' posteri.
La morte potrà canonizzare le sue virlù, non gli errori; e
puossi modestamente osservare, aver egli oltrepassati, come au-
tore non solo, ma come uomo, i limili della model aziono
quando ha evocata 1' ombra del Boccaccio in compagnia «li
quella dell' Aretino, in fra le tombe venerande di Santa Croce
per cacciamola poi indegnamente.
A\ 55. — La nostra venerazione per i Medici comincia da
Cosimo, e terni ina con suo nipote. Questo insedio non è pino
(») Classica! Tour, cap. IX, voi. II , pag. 355, 3, eiliz. „ Nuli» diremo
„ del Boccaccio, il moderno Petronio: l'abusare del genio è più odioso e
l, più disprezzevole che il non averne , e poco importa ove la salina
„ impura di un autore licenzioso vada confusa colla sua polvere natia
,, ( hindred dust. ) Per la stessa ragione il viaggiatore può passar sotto
>, silenzio la tomba dello scostumato Aretino. „
Questa frase ambigua può difficilmente salvare l'autore dal sospetto che
abbia commesso nn altro errore , riguardo al luogo dove fu sepolto 1'
Aretino , la cui tomba era nella Chiesa di s. Luca in Venezia , e diede
luogo alla famosa quistione di che parla Bayle. Ora le parole di Eustace
ci trarrebbero a pensare che questo avello fosse a Firenze, o per lo meno
che si possa in qualche luogo distinguere. Intanto non può in venni conto
decidersi se l' Iscrizione sulla quale tanto si disputò (osse o no collocata
sulla tomba dell' Aretino : che ogni memoria del monumento di questo
autore scomparve dalla Chiesa di s. Luca cangiatasi oggidì iu un magaz-
zino di lampade.
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che alla sorgente; e noi visitiamo la Chiesa di S. Lorenzo iti
Firenze, a solo oggetto di ricercare i monumenti de' virtuosi
Repubblicani di questa famiglia. La splendida Cappella, non
ancora al suo termine, che osservasi in questa Chiesa, destinata
a' Mausolei dei Duchi della Toscana, e circondata di sepolcri
e di corone, non desta altro sentimento fuor che il disprezzo
per la prodiga ambizione d' una stirpe di despoti , inlauto che
una sola pietra del pavimento consecrata semplicemente al Pa-
dre del suo Paese ne riconcilia col nome de' Medici (*). Era
ben naturale che Corinna (**) supponesse la statua innalzata
al Duca d' Urbino nella Cappella de' Depositi , come postavi
al suo grande omonimo: ma Lorenzo il Magnifico non occupa
che angusta tomba giacente in una nicchia nella Sacristia. La
decadenza della Toscana incomincia dalla sovranità dei Medici.
N. 34. — „ E l'accanimento fu tale, e cosi alla pugna gli
„ animi intesi, che non uno dei combattenti ebbe quel terre-
„ moto sentito, clic gran parte delle città d' Italia abbatte, e
„ fiumi repentinamente deviò, e nell' alveo de' fiumi sospinse
„ il mare, ed avvallò montagne con violenta scossa. „ (***) Tale
è il racconto che ne fa Tito Livio. Non so se nel nostro se-
colo sarà ammessa tanta astrazione.
Non si può errare intorno al luogo della battaglia del Tra-
simeno. Viaggiando da Cortona a Casa di Piano, la più pros-
sima Pòsta sulla via di Roma, nel decorso delle due, o tre
prime miglia veggonsi d* intorno, ma più particolarmente a
diritta, le pianure che Annibale devastò onde costringere il Con-
sole Flaminio ad uscire d'Arezzo. A sinistra ed in prospello ■
(*) Connuf Medicei, Decreto pubblico, Pater Patri».
(**) Corinna , L. XVIII, eap. 3, voi. 3. pag. 248.
(***) Tantuaque fuit ardor ammonio* , adeo intenta* ptign* animus , ut
eom terra; motum qui multaruin urbium Italiae magna» partes prostravi^
avertitque cursu rapirlo amnes , mare tlumiuibu* invexit , monte* lapin
ingenti proruit, uemo pugnantiura »cn*erit. Tit. Lir. Lib. XXII, iap. <2.
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— 375 —
» * »
vedesi una giogaja dirigoutesi in pendio verso il Lago Trasi-
meno, delta da Livio Montes Cortonenses , e detta oggi — La
Gualandra. Il Viaggiatore passa più presso a' monti ad Ossaja,
villa che pretcndesi cosìi detta dall' essersi colà rinvenute al-
quante ossa, ma non pur un solo osso può essere stato quivi
scoperto, che la battaglia ebbe luogo dalla parte opposta della
collina. Dopo Ossaja, la strada comincia a salire lievemente,
ma non s* innoltra a mezzo delle montagne che alla sessage-
sima settima pietra migliare da Firenze. Questa salita non è
già rapida, ma prosegue senza interruzione per ben venti mi-
nuti. Scopresi allora il Lago al basso sulla dritta, e Borghetto
di forma circolare a mezzo delle acque ; e le colline in parte
coperte di alberi, a traverso delle quali s' avvolge il sentiero,
discendono a poco a poco, e come per successivi giri sitio alle pa-
ludi che confinano alla Torre. Sotto la strada, verso la dritta in
mezzo di queste larghe boscaglie , cwi il luogo dove Annibale
disponeva la sua Cavalleria (*) nelle gole , o piuttosto al di
sopra dello stretto fra il Lago e la strada attuale, e con tutta
probabilità presso di Borghetto al piede del più basso di questi
tu/nuli (**). Alla sommità di una collina a manca, e più in
alto della strada ewi un edifizio minalo di forma circolare
che i villici chiamano la torre d' Annibale il Cartaginese.
Giunto al più rilevato punto della strada il viaggiatore scuopre
una parte del piano fatale , clic mostrasi intero a' suoi sguardi
al discendere la Gualandra. Trovasi ben presto in una chiusa
vallea, a dritta, in faccia ed alle spalle, fra le colline della
Gualandra che formano un segmento più che semi-circolare ,
e riescono a ciascuna estremità presso il Lago che si dirige
obliquamente a dritta, e forma la corda di questo grand'arco.
*
(*) „ Ecjuitef ad ipaas fance» saliti» , tumuli» ap»e tegentibu» locai. „
Tir. Li», lib. XXII, cap. IV.
("*J „ Ubi maximé monte» Cortonen*c* Ttira«imfnu* »ubit. „ Ibid.
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- 374 —
Dalla pianura dì Cortona non si crederebbe esser tale quel
luogo, e non rassembra si fattamente chiuso se non a chi già
trovisi in mezzo delle montagne. Pare esso adunque un sito
naturalmente preparato per un agguato „ locits insidiis natus. „
Boi-ghetto giace in una gola stretta e paludosa fra la collina
ed il Lago, mentre all' opposta parte non v' è altra uscita che
lungo la piccola ciuk di Passignano costrutta sul declivio della
- Gualandra, e che bagnasi, per dir cosi, nelle acque (*). Evvi
una prominenza sparsa d' alberi che si estende dalle montagne
alla più alta estremità del piano dalla parte di Passignano, e
sopravi un villaggio tutto bianco, detto Torre. Polibio indica
questa altura come quella dove Annibale accampò, e mise in
mostra gli AfTricani, e Spagnuoli di pesanti armature. Di cola
il Generale Cartaginese spedi i suoi frombatori delle Isole Ba-
leari, ed i suoi fanti leggieri a dilungo verso la dritta in mezzo
della Gualandra per modo, che questo distaccamento giungesse
non visto , sinché ponendosi in imboscata al fondo della strada
attuale die attraversa, fosse pronto ad investire 1' ala sinistra
del nemico, nell' atto che k cavalleria chiuderebbcgli il passo
da tergo. Flaminio giunse al Lago presso Borghctto sul tra-
montar del sole, e prima d* inviare verun esploratore avanti
di se, awiossi lungo lo stretto la domane, prima che fosse al
tutto surta l'alba, cosicché non vide la cavalleria ed i fanti
leggeri che soprastavangli circondandolo , e non vide che i Car-
taginesi con pesanti armature, in faccia sull'altura di Torre (**).
U Console cominciò a spiegare la sua armata sid piano, e nel
tempo istesso la cavalleria posta in imboscata occupò dietro a
lui il passo di Borghetto. Cosi i Romani furono interamente
chiusi dal Lago a dritta, dal corpo dell'armata nemica di fronte,
dal poggio di Torre, e dalle colline della Gualaudra gremite
(•) „ Inde colle» awnrgnnt ce. „ Tif. Li», ibid.
<*•) A tergo, et iuper cnp.it deerperc io#idi*. Tit. Uv. ce.
!
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di fanti a manca, ed a tergo dalla cavalleria la quale a mano
a mano che si avanzavano occupava ogni uscita, ed impediva
la ritirata. Una densissima nebbia inoltre surta dal Lago av-
volse tutta l'armata del Console: le alture al contrailo erano
schiarate dal sole nascente, e i diversi corpi posti in agguato
miravano alla parte drlla Torre per vedere il segno dell' at-
tacco. Appena Annibale 1' ebbe dato, che posesi in marcia.
Nello stesso punto tutte le truppe clic soprastavano alle spalle
ed all' ala sinistra dì Flaminio si precipitano nel piano. 1 Ro-
mani che disponevano le loro file al mezzo della nebbia udi-
rono ad un trailo le grida del nemico rimbombale da ogni parte,
e prima che avessero potuto disporsi in battaglia, e sguainare
le spade, e vedere da clù fossero assalili conobbero di ette re
circondati e perduti.
Due piccoli ruscelli che lianno la loro sorgerne nella dna-
landra traversano il piano, e si perdono nel Lago. 11 viaggia-
tore varca il primo un miglio circa dopo di essere disceso al
piano, ed è quello il confine del territorio Toscano, e degli
Stali della Chiesa. Il secondo ruscello, circa un quarto di mi-
glio più lontano, vien denominalo il ttìèèettò sanguinoso; ed
i coloni mostrano a manca, fra il SanguiiicUo e le colline, una
piazza scoperta, che fu, per quanto essi dicono, il principale
teatro della strage. L' altra parte del piano è coperta d' ulivi
piantati a pochissima distanza l'uno dall' altro in mezzo ai
campi di biade, ed è tutto disegnale, eccetto alla riva del
Lago. E probabile che fosse dato V attacco a questa estremità
della valle; poiché i sei mila Romani che al principio della
mischia ruppero le file del nemico, pervennero alla sommità
di una prominenza che dovea trovarsi in questi contorni; al-
trimenti avrebbero dovuto traversare tutta la pianura, ed a-
piirsi il passo in mezzo al grosso dell' armala di Annibale.
I Romani combatterono disperatamente per tre ore ; ma la
morie di Flaminio fu il segno di una rotta generale. La ca-
— 376 —
vai Ieri a Cartaginese piombò allora addosso ai fuggitivi, ed il
lago , e le paludi di Borghetlo , ma in ispecie il piano di San-
guinetlo, e le gole della Gualandra furono coperti di cadaveri.
Presso di qualche vecchio muricciuolo, sopra una elevazione di
terreno a manca del ruscello, furono spesso trovate delle u-
mane ossa, e questo ha confermati i diritti ed il nome del
ruscello di sangue.
Ogni distretto d' Italia vanta il suo Eroe. Nel settentrione
il Genio tutelare del luogo è per lo più un pittore, e lo stra-
niero Giulio Romano divide gli omaggi di Mantova con Virgi-
lio , nativo di essa Città. Nel mezzodì risuonano nomi Romani.
Presso il lago Trasimeno la tradizione è fedele ancora alla
fama di un nemico, ed Annibale il Cartaginese è il solo antico
uome che si ricordi sulle sponde del lago di Perugia. Flaminio
è sconosciuto, ma i postiglioni di questa strada furono ammae-
strati ad accennare il luogo dove fu ucciso il Console Romano.
Di quanti combatterono e perirono alla battaglia di Trasimeno
la Storia non accenna che un solo, dopo i Generali, Maarhale.
Il nome d'Alessandro suona spesso lungo questa strada dalla
parte di Roma. L' Antiquario, cioè a dire il mozzo di stalla
di Spoleto, ti racconta che la sua Città rispinse il vittorioso
nimico, e segna a dito la porta detta oggi ancora: Porta di
Annibale. Merita appena che si accenni l'errore commesso da
un viaggiatore Francese noto sotto il nome del Presidente Du-
paty che credette vedere il lago Trasimeno in quello di Boi-
sena, offertoglisi per ventura lungo il cammino che lo con-
duceva da Siena a Roma.
N. 35. — Nessun libro di Viaggi ha ommesso di estendersi
intorno al tempio di Gli tonno, tra Foligno, e Spoleto; venin
sito, scena veruna, e nella stessa Italia è più meritevole di
una lunga descrizione. Quanto al racconto del saccheggio di
questo tempio si veggano le Historical lllustrations of the
J'ourtk Canto oj Childe Harold.
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— 577 —
TV. 56. — Osservai due volte ad epoche diverse la Cascata
del marmare a Terni; una volta dalla sommità del precipizio,
F altra dal fondo della valle. Questa seconda vista è preferi-
bile d' assai se il viaggiatore non ha il tempo di vederla nei
due punti; ma uell' un modo, o nell'altro, dall'alto, o dal
basso, questo spettacolo è di gran lunga più maestoso di quello
die offre qualsiasi altra cascata, o torrente della Svizzera; lo
Staubach, il Reichenbach, il Pisse Vaehe, la caduta d' Ar-
pena ecc. sono ruscelli al confronto di questa. Quanto alla ca-
duta del Reno a Scialfusa non posso parlarne, non avendola
ancor vista.
N. 57. — Il lettore può aver osservata fra le note di Man-
fredo una breve descrizione del tempo, del luogo, e delle qua-
lità di questa specie d' Iride. La Cascala lift cosi bene l' aspetto
di un inferno d'acque, die Àddisson credeva die il lago senza
fondo per dove Aletto precipitavasi nelle regioni infernali ,
fosse una allusione di questo. È singolare che le due più belle
Cascate di Europa sieno artificiali , '— quella del Velino, e quella
di Tivoli. Raccomando istantemente al viaggiatore di seguire
il Velino sino al piccolo lago detto Piè di Lupo. Il territorio
di Rieti era la valle di Tempc dell'Italia, {*) e Plinio il
Naturalista ha osservato, fra le altre particolarità F Arcoba-
leno perpetuo del lago Velino (**). Un celebre erudito ha fatto
un Trattato espressamente per questo distretto (***).
N. 58. — Queste Stanze richiameranno forse alla mente
del Lettore le osservazioni dell' insegna di Northerton: —
Z>— n Homo — (Al diavolo il vostro homo\ V. il Romanzo
di Tom Jones ). Ma i motivi che ci trassero ad odiare, egli
(*) „ Reatini me ad sua Tempc tluxerunt Ciò. Ep. ad Attic. XV, L. IV.
(**) „ In eodem lacu nullo non die apparare arco* „ Plin. Hut. Nat.
Lib. 2, Cap. 62.
(•••) Aid. Manut. De Reatini orbe agroque , ap. Sallengre The*aur.
Tom. I. pag. 7 73.
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— Sc-
ornerò, ed io Orazio non tono già i medesimi. Io desidero far
conoscere che siamo nauseati di quell'Autore le cui opere ci
vengono poste in mano come un obbligo , prima che ci sia
concesso penetrarne la bellezza ; che s' impara per uso , molto
tempo prima che si possa far ciò per sentimento; che l'incanto
della novità è distrutto , che il piacere e l' utilità avvenire sono
tolte ed annientate da questa anticipazione didattica ad un'età
quando non siamo capaci ancora nè di sentire nè d'intendere
tali opere, a ben gustar le quali fa d' uopo di una certa espe-
rienza della vita non meno di quella del Latino e del Greco.
Per la stessa ragione noi non possiamo giammai sentire tutta la
bellezza di alcuni de* più sublimi tratti di Shakspeare ( per
esempio il lo bc or not to be) perchè fummo costretti a mar-
tellare la memoria prima degli otto anni : che quello era c-
sercizio non d' intelligenza , sibbene di memoria ; cosicché giunti
all' età nella quale saremmo capaci di goderne , il nostro gusto
è perduto, e l'appetito nostro è consumato. In qualche terra
del continente, i giovani si istruiscono negli Autori i più co-
muni, e non leggono i Gassici che ad età matura. Non parlo
già dì questo per qualche senso di dispetto o d' odio eh* io mi
abbia contro il luogo della mia prima educazione. Benché fossi
un fanciullo pigro, imbecille non era; e credo die niuno abbia
potuto essere o possa più affezionato alla scuola di Harrow ,
di quello che lo foss' io; nè senza ragione: una parte del
tempo che vi passai è stata la più felice della mia esistenza ;
ed il mio maestro ( il Rev. Dottore Giuseppe Drury ) fu il
migliore, ed il più degno amico che m' avessi: Troppo ben
mi rammentai de' suoi consigli, — benché un po' tardi, —
dopo eh' ebbi mancato ; ed ogni qual volta fui buono e saggio,
la saggezza e la bontà erano il frutto de' suoi precetti. Se
questo imperfetto testimonio de' miei sentimenti arrivi sino ai
suoi occhi , possa egli risovvenir»i di quegli che non itfiisa
giammai a lui che noi faccia con rieonoscenza e venerazione ,
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. di quegli che sarebbe anche più felice d" essere slato suo
allievo se col seguire più esattamente i saggi ammaestramenti
del maestro, avesse potuto rimandare sopra di lui qualche
gloria.
^V. 39. — Per commentario di questa Stanza e delle due
successive il lettore può consultare le Historical IUustrations
oj the fourth Canto of Childe HaroltL
N. 40. — Orosio fa ascendere il numero de' trionfi a tre-
cento venti Pavinio ha seguita 1" opinione d' Orosio; e Gibbon,
e tutti gli Scrittori moderni hanno seguitata quella di Pa-
vinio.
JV. 41. — Senza i due tratti della vita di Siila a' quali
alludo in questa Stanza, certamente noi dovremmo conside-
rarlo siccome un mostro privo di veruna ammirabile qualità che
velasse o sminuisse i suoi delitti. V Espiazione cui si som-
mise rinunziando volontariamente al potere dee forse non di-
spiacerci, come non dispiacque ai Romani, i quali, dove non
avessero avuto alcun rispetto per Siila , T avrebbero senza
dubbio fatto perire. Nè potè esservi la menoma divisione d* opi-
nioni; tutti dovettero pensare come Eucrate, altro non essere
stato che amor di gloria quanto era partito ambizione ; e reale
grandezza d' animo quella giudicata a torto per orgoglio (*).
N. 42. — 11 3 Settembre, Cromwell riportò la vittoria di
Dumbar; un anno dopo ottenne il suo crmvning merej da
Worcester; e passati pochi altri anni lo stesso giomo, gli ac-
cadde ciò eh' ebbe sempre riputato per sè come la più grande
ventura — mori.
N. 43. — Il progetto di dividere la statua di Pompeo è
già stato accennalo dallo Storico della Decadenza e caduta del
(*> Setgneur, vocis changez tonte* mes idèes de la fac,on dont je vou s
voi» agir. Je croyai» que vou* «rie* de l'ambitioo , mai» «ucun amour
„ pour la gioire : je vorais bien que rotre arae était haute ; mai* je ne
„ *oup«,onnaU pas qu elle fdt grande. Dialogue de Sfila et d' Eucrate.
— 380 —
Romano Impero. Gibbon lo tolse dalle Memorie di Flaminio
Vacca (*) e può aggiungersi a quanto narrasi dei 500 scudi
da Giulio III Papa dati a que' che se la disputavano ceden-
dola poscia al Cardinal Capo di Ferro, che aveva sapulo sviare
da quella cotal nuovo giudizio di Salomone. In una età più
civilizzata , questa statua fu esposta ad una reale mutila-
zione: che i Francesi tratti a rappresentare il Bruto di Vol-
taire nel Colosseo, stabilirono che il loro Cesare cadrebbe ap-
piè di questo Pompeo, che suppouevasi essere stato spruzzato
del sangue del vero Dittatore. L' Eroe di nove piedi venne
dunque trasferito nell'arena dell' Anfiteatro ; e onde fosse con
maggior facilità trasportato, soffri l' amputazione provvisoria
del braccio dritto. I Tragedi Repubblicani dissero, per loro di-
fesa , che il braccio era un pezzo appiccatovi ; ma gli accusa-
tori non credono clic 1' integrità della statua gli avrebbe di-
stolti dal fare quella mutilazione. Il desiderio di trovare della
coincidenza aveva fatto credere che una macchia apparente
presso al ginocchio dritto fosse una stilla del sangue di Cesare :
una critica più fredda ha però smentito il sangue non solo,
ma la stessa immagine, ed ha fatto conoscere che il globo
posto nella mano di essa apparteneva al primo Imperatore aiui
che all' ultimo Capo Repubblicano di Roma. Vinkelmann (**)
accorda a mala pena che fosse quella la statua eroica di un
cittadino Romano: ma l' Agrippa Grimani, quasi che contem-
poraneo è eroico; e le figure Romane tutte nude sono rare è
ben vero, non però affatto proscritte. Il volto s'accorda assai
più coli' hominem integrimi et castum et gravem ( J che con
alcuno de' busti d' Augusto ; ed è troppo severo perchè possa
rappresentare quello, che fu avvenente, dice Svctonio, in ogni
■
(*) Memorie, num. LVH, pag. 9, ap. Monlfaucon — Diarium Italicura.
(•*) Storia delle Arti ec. Lib. 9, cap. I, pag. 321-22, Tom. 2.
(•••) Cicero, Kpist. ad Attic. XI, 6.
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epoca di sua vita. La rassomiglianza pretesa con Alessandro il
Grande non può essere dipinta , ma i traili si riferiscono a
quelli della medaglia di Pompeo (*). 11 globo oggetto di tante
contese può essere slato un' adulazione ben rivolta in Colui che
avea protratti i contini dell' Impero per modo che l'Asia Mi-
nore ne divenisse il punto centrale, mentre dapprima ne era
il termine. Pare che Winkelmann commettesse un errore di-
cndo, non potersi avere alcuna prova fondata della identità
di questa statua con quella che vide il cruento sacrifizio, sulla
considerazione del luogo ove fu scoperta (**). Flaminio Vacca
dice sotto una cantina , e questa cantina si sa essere stata nel
/ icolo cW Lentari appresso alla Cancellerìa, sito che esaua-
mente corrisponde a quello di Giano innanzi alla Basilica del
Tedio di Pompeo, dove Augusto to' trasportare la statua dap-
poiché la Curia era stala bruciata od abbattuta (***). Dna
parte del Portico, ombra di Pompeo (****) esisteva al principio
del decimo quinto secolo, e V At riunì appellavasi ancora Satruni.
Cosi riferisce il Biondi (*****). Comunque sia , tanto imponente
si è la maestà severa della statua , e si memorabile la storia ,
che V immaginazione non lascia allo spirilo la facoltà di eser-
citare i suoi giudizj , e la finzione, s'ella è tale, opera sullo
spettatore con un effetto non meno possente di quello che
farebbe la stessa verità.
N. 44. — L' antica Roma , tome la moderna Siena abbon-
dava probabilmente di immagini della nutrice del suo fonda-
tore : ma hannovi due Lupe delle quali l' istoria fa particolare
(*) Pubblicata da Causeo nel suo Museo Romano.
(**) Storia deUe Arti ec. Lib. 9, cap. <, pag. 321-22, Tom. 2.
(••*) Sreton. in Vita Augusti, cap. 31, et iu Vit. C. J. C»sar. cap. 88.
Appiano dica , eh' ella fu bruciata. V. Uua nota di Pitisco a Svetooio
P«g. 224.
(****) ii Tu modo Pompeja lenta spatiare sub umbra. „ Ovid, De Arte Am.
(••♦♦») Roma Ristaurata L. 2, f. 31.
menzione. Una ne vide in bronzo e di lavoro antico (*) Dio-
nigio d* Àlicarnasso nel tempio di Romolo, alle falde del Pa-
latino, e credesi generalmente esser quella mentovala dall' [-
storico Latino come fosse stata fatta col danaro proveniente
da un' ammenda cai vennero condannati gli usuraj , e posta
sotto il Fico Riiroiwde (**). La seconda è quella che Cicerone
(***) celebrò in prosa ed in versi, ricordata eziandio dallo Sto-
rico Dione che le attribuisce non meno V accidente cui fa al-
lusione l'Oratore (****).
La quistione trattata dagli Arclteologi tende a conoscere se
la Lupa che oggi trovasi nel palazzo de* Conservatori sia quella
di Tito Livio, e di Diouigio d' Àlicarnasso , o quella di Cice-
rone , o ne 1' una nè 1' altra. Gli antichi Scrittori discordano
del pari che i moderni: Ludo Fauno (**•") dice essere quella
(•) Aotiq. Boni. Lib. I.
(*•) „ Ad finirai Ruminalem «irnnlacra infantino» conditorum urbis «ab
„ oberino» lap» po»neraot. „ hit. HUtor. Lib. X, cap. 69. Ciò avvenne
l'anno di Roma 455, o 457.
(*»*) „ Turo statua Nattae, turo simulacra Deorum, Bomulusque et Remus,
cum altrice belluà vi fulmini» icti coocideruut „ De Divinai. 2, 20 „ Ta-
ctu» e»t ille etiaro qui hanc urbem condidit Romulns, quen
in Capitoti© parvorn atque lacUntem, uberibu. lupini. iuhiaotaro
„ meminUti». „ In CatU. IH, 8.
„ Hic «vWeatri» erat Romarti nomini» altri*
Mania , que parvo» Mavorti» «emine nato»
Uberibu* gravidi» vitali rore rigabat,
Qua- turo cum pueri. tiammato fulmini, ictn
Coocidit, atque avulsa pedura vc.tigia liquit. „
t De Consulatu L. 2. — L. i . De Divinai, cap. 2. )
■
(»***) Dioo. HUtor. Lib. XXXVII, pag. 37, ed. di Roberto Stefano, »54S.
(*»•••) In eidem porticu aenea lupa , cupi» liberino* Romulu* ac Remu*
Urtante* inhiant, con.picitnr: de hac Cicero et Virgilio» semptr iulelle-
aére. Livin» hoc «ignum ab a-ditibu» « pecnnii» quibu» mulctati cent
f or ii « rat or cs po«itum innuit. Autea iu comitiU ad Beoni Rumiualem, quo
loco pneri fueranl eaporili locatum, prò cerio e«t. Lucii Fnuni De Aotiq.
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ricordata da Livio e da Cicerone, ciò che è imponibile, e da
Virgilio eziandio, ciò che può essere. Fulvio Orsino (*) la
chiama la Lupa di Dionigio d' Alicamasso , e Marziano ne parla
come fosse quella nominala da Cicerone. Ricchio benché titu-
bante , pur dà la preferenza a quest' ultimo (**). Cardini pro-
pende a credere essere dessa una delle tante Lupe che conser-
vavansi nell' antica Roma ; ma dice , che dovendosi scegliere
fra le due già mentovale s' appiglierebbe a quella di Cice-
rone (***). Montfaucon non ne dubita in niun modo (****). Fra
gli Scrittori più moderni Winkelmann (****♦) dichiara essere
stata trovata nella Chiesa di S. Teodoro, dove, allo stesso
silo, o poco discosto era il tempio di Romolo, e per conse-
guenza essere quella la Lupa di Dionigio d' Alicamasso. Fon-
dasi sul!' autorità di Lucio Fauno il quale però dice solamente
che la Lupa fu posta non trovata presso al Ficus Ruminalis
verso il ComUium, colle qunli parole indica tutt» altro che la
Chiesa di S. Teodoro. Ricchio pel primo ha fatto l'errore, e
Winkelmann (*****•) v i è corso dietro. Flaminio Vacca narra
urbis Rom. L. TI, cap. 17, ap. Salleugre Tom. I. pag. 217. In questo
diciassettesimo capitolo ridice che le statue fossero la , nou che vi fos-
sero state trovate.
(*) Ap. Nardini, Roma vetus Lib. 5, cap. 4.
(**) Martiani, urb. Rom. Topogr. L. II, cap. 9. Dice d* un'altra Lupa
e dei due gemelli nel Vaticano L. V. cap. 21.
(***) Non desunt qui hanc ipsam esse putent, quam adpinximus, qnas
è comitio in Basilicata Lateranam , cum nonnullis aliis antiquitatnm re-
liquiis , atque hinc in Capitolium postea relata sit qnamvis Martianna
antiquam Capitolioam esse maJnit a Tullio descriptam, cui ut io re nimia
dubiu trepide adsentimur. Just. Rvcquii de Capii. Rom. Comm. cap. 34,
pag. 250, Lugd. Batav. 4696.
(••••) Nardini, Roma Vetus Lib. V. cap. 4.
(*'***) »i Lupa hodièque in capitolinis prostat ssdibus , cara vestigio
,, fulmini* quo ietnm narrai Cicero. ,, Diar. Ital. Tom. I. pag. 174.
('•»♦»♦) Storia delle Arti ec. Lib. HI, cap. 3, $ 2, oota i0. Winkelmann
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un' istoria affatto diversa , e dice d' aver sentito raccontare clic
la Lupa coi due gemelli fosse trovata vicino all'Arco trionfale
di Settimio Severo (*). 11 Commentatore di Winkelmann è
della stessa opinione e scagliasi contro Nardino il quale, dice
egli , non ha posto mente come Cicerone parlando della Lupa
colta dal fulmine in Campidoglio, adoperasse il tempo prete-
rito. Ma, con buona pace dell'Abate, Mardini non afferma po-
sitivamente che la Lupa sia quella di Cicerone , e quando pure
lo asserisse ciò non sarebbe stato senza alcun fondamento. Lo
stesso Abate è costretto a riconoscere sulle zampe deretane dell*
attuale Lupa delle traccie mollo somiglianti a quelle che il
fulmine avrebbe potuto lasciare , e per disbrigarsi brevemente
dall' obbiezione , aggiunge che la Lupa vista da Dionigio d'A-
licarnasso può essere stata colta non meno dalla folgore, o può
aver sofferto qualche altro danno analogo.
Esaminiamo la cosa per rapporto a ciò cho dice Cicerone.
Quest'Oratore, in due luoghi, pare che iudichi particolarmente
Romolo e Remo, ed in ispecie il primo, che i suoi uditori
ben sapevano essere stalo in Campidoglio, e colpito dal ful-
mine. Ne' suoi versi , dice che i gemelli e la lupa caddero al
tempo istesso , e che questa altro non n ebbe che le traccie
sulle zampe. Cicerone non dice che la Lupa fosse consumata ;
e Dione rilerisce soltanto ch'ella cadde, senza dire pur una
parola, come l'Abate pretende, ne della gagliardi del colpo,
nè della solidità eh' ella s' avesse alla base. In conseguenza
tutta la forza dell' argomento dell'Abate, riponsi nel solo tempo
ha fatto un errore massiccio nella nota, dicendo che la lupa di Cicerone
non era punto sul Campidoglio, e ch'ebbe torto Dione ad asserirlo.
(*) ,, lutesi dire , che l' Krcole «li bronzo che oggi si trova nella sala
del Campidoglio, fu trovato nel Foro Romaiio oppresso l'arco di Setti-
„ mio , e vi tu trovata anche la Lupa di bronzo che allatta Romolo e
„ Remo, e sta nella Loggia de' Couservatori. „ l'Um. Vacca Memorie,
riunì. IH. pag. I, ap. Muuttaucon. Diar. lui. Turno I,
385 —
preterito; ed esso pure è in parte distrutto se si consideri ,
che la frase prova semplicemente , la statua più non trovarsi
in allora al suo primo posto. Winkclraann osservò gli attuali
gemelli essere lavoro moderno, ed è non meno evidente rio*
venirsi alcune traccio- di doratura nella Lupa, sicché può cre-
dersi eh* ella facesse parte veramente dell' antico gruppo. Si
sa d' altronde che gì' idoli del Campidoglio non veuìvano di-
strutti allora quando erano guasti pel tempo , o per quale! ic
accidente, ma bensì deposti nei sotterranei detti Favissae (*).
Può darsi die la Lupa venisse posta colà, trasferita indi all'a-
perto, dappoiché Vespasiano ebbe rifabbricato il Campidoglio.
Ricchio, senza citare le sue autorità, dice che fu trasportata
dal ComUium alla Basilica di Laterano, c di là in Campido-
glio. Se ella fu trovata presso all' Arco di Severo, può anche
essere stata compresa fra quelle statue che Orosio dice essere
State atterrate dal fulmine nel Foro, quando Alarico s'impa-
dronì di Roma (**), L'Opera slessa prova clic questa Lupa è di
somma antichità; ed ecco perchè Winkelmann supponesse csserr
quella di Dionisio d' Alicarnasso. Ad ogni modo la Lupa del
Campidoglio può essere stata di una data antica tanto quanto
il tempio di Romolo. Lattanzio (***) afferma che a' tempi suoi,
i Romani adoravano una Lupa ; ne si ignora che i Lupercali
(') Lnc. Faun. de Antiq. Urb. Rom. L. 2, cap. 7. ap. Salleogre, toni, r,
pag. 24 7.
(*') Vedi la Nota per la Stanza 80 nelle Hi storica I Illustrai ions.
("*) „ Romuli nutrì x Lupa honoribus est atfecta divinis , et Terreni, ti
,, animai ipsum fuisset , cujus figurami gerit. ,, Lactant. de falsa relig.
L. i y cap. 20, pag. 401 , edit. varior. 4660, cioè a dire che adorerebbe
anzi una Inpa che una meretrice. Osserva il suo Commentatore che V
opinion.- di Livio riguardo Laurenzin rappresentata sotto la forma d'una
Lupa non e generalmente accettata : cosi pure la pensava Strabone. Ricchio
ha torto diceudo che Lattanzio riferisce , la Lupa essere stata nel Cam-
pidoglio.
25
580 -
esisterono gran tempo dopo (*) die tutti gli altri riti dell' an-
tica superstizione erano affatto andati in disuso: ciò che può
valerci a «piegare in die modo abbia potuto giungere fino a noi,
venendo onorata più a lungo d'ogni altro Idolo del paganesimo.
Tuttavia mi si permetta tit osservare che la Lupa era il sim-
bolo di Roma, e che l'adorazione di questo simbolo è un' in-
duzione tratta per troppo zelo da Lattanzio.
Ed allori eziandio che il culto del fondatore di Roma venne
a mancare , si giudicò a proposito di secondare le abitudini
delle buone matrone de questo Città inviandole co' loro bam-
bini infermi alla Chiesa di S. Teodoro, come in altra età al
tempio di Romolo (**),
L uso dora tuttavia : e il luogo della Chiesa suddetta pare sia
ciato identificato con quello del tempio, in guisa che se la Lupa
vi fosse stala rinvenuta , come dice Winkelmann , non rimarrebbe
alcun dubbio die fosse quella di Dionigi d' Alicarnasso (**»).
Ma Fauno, dicendo ch'ella stava presso del Fictts Ruminate
verso il Comùuim non accenna che 1' antica posizione quale
(*) Fino ali" anno 496 di G. C. „ Quia credere possi t „ dice Duroni o
( Arni. Ecciti. Timi». y*II, pog. 602, in «un. vigniate adhuc Rara* ad
Gelasti tempora, qur fuere ante eaordia urbi» aliata in Italiano Luperealia?,,
Gelasio aeriate una lettera di quattro pagine in foglio al Senatore Andro-
maco, e ad altri per mostrar loro doversi rinunciare a queste cerimonie.
(**) „ In essa gli antichi Pontefici per toglier la memoria de' giuochi
,, Lupercali istituiti in onore di Remolo, introdussero 1' oso di portar* i
,, ì bambini oppresai da inferni tà occulte, acciù si liberino per 1' inter-
», cessione di questo Santo , come di continuo ai eeperimeuta. „ Rione ,
DI, Ripa, ac curata e «uccinta detenzione ce. di Roma moderna dell' Ab.
Ridolf. Venuti. 4766.
(•♦») Nardi ni, L. i, eap. IT. convince Pomponio Leto emisi errori*,
avendo questi mesto il lieo (luminal e u«Ua Chte«a di S. Teodoro; ma rame
Livio dice che la Lupa ero preeao «1 Oca Ruminale , e che Dionigi* d'
Alicarnasso la co H oca nel «empio di Krm->t<>, perciò è costretto (eap. 4 )
a confessare che i dna moti a menti erano I' uno accosto all' altro , e che
V autro Lupercale era all' ombra , per dir così , dello stesso lieo.
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- 3»7 -
ce l'I» trasmessa Plinio; ed ami, «love avesse osservalo in qual
patte era stata trovala, non avrebbe parlalo della Qiiesa di &
Teodoro, ma sibbene di una piazza diversa diversissima, dove
in allora v'era opinione che fodero siati ed il ficus Runùnalis
ed il Gomitami , vale a dire quella 4dU ire Colonne
nanza della Chieda di Sonia Maria Liberatrice , all'estremila
del Palatino, dalla parte del forum.
in verità non possoa {arsi che mere coagUiexture nella qui-
stionc che tende a conoscere dove si trovasse questa Lupa (*),
e forse, dopo tutto quanto fu detto, le tracci* della doratura,
e quelle del fulmine sono per coloro che si attengono alla Lupa
di Cicerone un argomento migliore assai di quanti furono ac-
cennati per P opinione contraria. Sia come si voglia, questa
Lupa viene a ragione citata nel testo del Poema come uno
degli amichi monumenti i più imitanti della Otta di Ro-
ma (**), e non v'ha dubbio che se non dell' istessa Lupa, di
una di lei effigie almeno parji Virgilio ne' suoi bej versi:
„ Geminos huic ubera circum
Ludere pendentes pueros et lambcre matrem
Impavidos: illam tereti cervice reflexam
Mulcere altcrnos, et corpora fingere lingua. „ (***)
(*) „ Ad Comitium ficns olim Ruminali» germinabac , sub qud hip*
romani, hoc est, mani ma n , docente Varroue , su x tra ut olim Roiuubu
,, et Remas; nou procul a tempio hodié D. Maria? Libera tricis appellato
ri ubi fortan inventa nobili» i i la aenca «tatua hip* geminos puerulo»
„ tactantis , quam hodié in Capitolili videmus. „ Olai Borrichi , Antiqua
Urbi» Romana* facies, cap. IO; Vedi pure cap. 12. Barrichio scrisse dopo
PL.rdiui nel 1687. Ap. Graev. Antiq. Rom. Tom. IV. pag. 1522.
(*•) Donato L. XI , cap. 18 parla di una medaglia rappresentante , da
una parte la Lupa ncUa «tessa posizione di quella del Campidoglio , e
dall'altra la stessa Lupa che perù nou lui la teste vòlta all' indietro. Que-
sta medaglia si riferisce al tempo di Antonino rio.
(**•) /Eueid. Vili, V. 634. il Dottor Middletou nella sua lettera di Roma
è partigiano della Lupa di Cioeroue seuza però aver esaminata Ja quistione.
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-1 388 -i
N. 45. - V'è luogo ad ottener fama di grandi uomini rimanendo
ben anco inferiori d' assai a Giulio Cesare , che giusta il parer
di Bacone fu il carattere il più perfetto dell' antichità. La na-
tura pare inetta a riunire in un solo tutti i talenti straordinarj
che costituiscono la sua immensa attitudine ad ogni cosa a tal
segno, cl»e fe' stupire gli stessi Romani. 11 primo fra i Capi-
tani il solo uomo di Stato la cui politica abbia trionfato —
nella eloquenza a nessuno minore — pari a qualsivoglia nel-
V esercizio della saggezza, in quel secolo che vide i più grandi
Capitani, Uomini di Stato, Oratori, e Filosofi che esistessero
giammai; — Autore che scrisse nel suo carro da viaggio un per-
fetto modello degli Annali militari — ora disputando con Ca-
tone, ora scrivendo un Trattato sui Bisticci, ed ordinando
una Collezione di arguzie — combattendo ed amoreggiando al
tempo istesso (*) e sul punto di abbandonare V Impero, e l'Amica
per recarsi ad esplorare le Sorgenti del Nilo; — e tale parve
Giidio Cesare a' contemporanei , ed agli uomini delle successive
(•) Nel tuo decimo Libro Lucano lo descrive, tinto ancora del «angue di
di
,, Sanguine Thessalicas dadi» perfiunt adulter
„ AdtnUit Venerem curi» , et miscuit arroit. „
Dopo aver cenato colla 8ua Amica , passa tutta la notte conversando coi
Saggi d' Egitto , e dice ad Atoreo :
„ Spes sit mini certa videndi
Niliacos fontcs, bellum civile relinqnam. ,,
„ Sic velut in tuta «emiri pace trahebant
Noeti» iter medium. „
Tosto dopo combatte di nuovo, e difende tutti i posti:
„ Sed adest defensor ubiqne
Cattar, et hos aditus gladiis, hos ignibu» arcet. „
,, Cacci nocte carini»
Insiluit Caesar iemper feliciter u«us
Prarcipiti 1 wrsn bcllorum et tempore rapto,
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età, 'che furono più propensi a depiotare, clic a maledire □
suo genio fatale.
N. 46. — „ Omiio s pene veteres, qui nihil cognosci ,
„ nihil perei pi , nihil sciti posse dixerunt: angusto* sensus
% irabecilles animos , brevia curi ic ala vita? ; in profuudo veri-
„ tatrin demersam, opinionibus et inslitutis omnia teneri: nihil
„ ventati relinqui : deinceps omnia tenebri* circumfusa esse di-
xerunt (*). „ Mille ottocento anni si volsero dacché Cicerone
scrisse ciò, nè ancora un solo di tali difetti scemò; e le que-
rele degli antichi Filosofi possono (senza che ad altri appaja
ingiusta cosa ed affettata) trascriversi in un odierno poema.
rV. 47. — Àlludesi alla Tomba di Cecilia Metella, detta .
Capo di Bove lungo la via Appia (V. Hislorical JUustrations).
N. 48. — U Monte Palatino è un ammasso di rovine , in
ispecie dalla parte del gran Circo. Lo smesso suolo è formalo
di mattoni ridutti in polvere (V. I listar. Illustrai, pag. 206)
N. 49. — L' Autore della Vita di Cicerone , parlando della
opinione di quest'Oratore, e dei Romani contemporanei verso
i Britanni, dice: „ Questi motteggi sulla barbarie e sulla mi-
,, seria della nostra Isola, ci fanno riflettere sul meraviglioso
„ destino, [e sulle rivoluzioni degli Stati; dacché Roma, si-
„ gnora un tempo del mondo, sede delle arti, del potere, e
„ della gloria, giace oggi immersa nell'ozio, nella ignoranza,
„ e nella povertà inunto che questa lontana
„ regione, soggetto un tempo di risa e di spregio alla classe
„ illuminata de' Romani, s'è fatta 1' asilo felice della libertà,
„ dell' opulenza , delle lettere ; fiorente in tutte le arti ed in
„ qualsivoglia coltura della civilizzazione; e forse intanto ella
„ percorre quella carriera che già Roma ha percorsa , e da una
„ industria virtuosa fa grado alla ricchezza, dalla ricchezza al
„ lusso, dal lusso all' intolleranza della disciplina, ed alla cor.
<•) Acad. I, H.
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■
v razione de' costumi, fintanto die per una degenerazione in-
„ tera, e per la perdita di ogni virtù, tratta all' istante della
„ ma distrazione, preda divenga di qualche audace oppressore,
„ e in un colla perdita della liberta , perdendo quanto ella ha
„ di pregevole, ripiombi a poco a poco nella primitiva bar-
„ barie (*), „
N. 50. — La Colonna di Trajano ha nella sommità San
Pietro; quella d' Aurelio San Paolo (V. Hìslor. Jlustrat.),
jy. 51. — Il nome di Trajano passò in proverbio a signifi-
cale il migliore degl' Imperatori Romani (**) : non so se fosse
più facile il trovare un Sovrano che avesse riuniti m se tutti
. i vizj opposti alle buone q**lhà attribuite a questo Principe,
che il trovarne uno adomo di tutte le sue virtù. „ Allorquando
„ sali il trono, dice lo Storico Dione (***), era robusto del
„ corpo, vigoroso dello spirito; la vecchiezza non aveva aifie-
„ volito verona delle sue facoltà; scevro in tutto da invidia,
„ e da maldicenza: onorava le persone dabbene, o le promuo-
j, veva ; la virtù no» gP inspirava timore nè sdegno ; non por-
„ geva orecchio alle dicerie dei delatori, non era iroso; aste-
„ ncndosi del pari e dalle ingiuste esazioni, e dalle punizioni
„ arbitrarie , ambiva più assai d* essere amato come uomo, die
„ onoralo come Principe; affabile verso il popolo, rispettoso
H The Alstory óf tne Ltfe of M. Tulliu* Cicero, Seaa. VI, Voi. II,
pag. <02. On fatto recente fece conoscere quanto aia vero lo sconvolgi-
mento qui accennato. Va individuo venendo carcerato a Parigi , si cerco
ogni mexzo oude ottenerne la liberazione. Ma il Ministro Francese prose-
guì a detenerlo, sotto pretesto che quello non era già un Inglese, ma so-
lamenti? un Romano. Vedi Iutcresting faets rei at in g to Joachim Mufat ,
pag. i3 9 .
(••) Hujus tantum memori» delatum est, ut, usque ad nostrani «latcm
non ali ter in Senati! priucipibus acclamatur nisi Felicior Augutto, mclior
Trajano. Eutrop. Brtrv. Hbt. Rom. Lib. Vili, C. 5.
(••*) Histor. Romau. Lib. LZVIU, rap. 6 e 7, Tom. 2, pag. 1123,24,
edit. Hainb. 1750.
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„ verso il Senato, venerato da quello e da questo ad un tempo:
„ terrìbile solo al nemico della patria. „
N. 51. — 11 nome e le imprese di Ritnzi debbono esser fa-
migliari al lettore di Gibbon. Alcune notizie ed alcuni mano-
scritti inediti relativi a questo infelice Eroe si troveranno «elle
lUustrations of the Fourth Canto.
N. 55. — La stimabile autorità di Flaminio Vacca ci indur-
rebbe a credere alle tradiuoni sulla grotta di Egeria (*). Assi-
cura egli d' aver visto sul pavimento nn* Iscrizione comprovante
essere queUa la grotta d' Egeria dedicala alle Ninfe. L' Iscri-
zione più non esiste ; ma Monifaucon cita due versi d' Ovidio (**)
incisi sopra una pietra nella villa Giustiniani che pare si rife-
riscano a questa grotta medesima.
La grotta e la valle erano un tempo frequentate in estate ,
ed in ispecie la prima domenica di Maggio , dai Romani de' no-
stri tempi, che attribuivano una salutare proprietà a quelle acque
che zampillando da un orifizio posto in fondo della vòlta , c
diffondendosi fuor da piccoli stagni, vanno serpeggianti fra l'er-
be, ad aggiungersi al ruscello situato nella valle. Questo è il
ruscello che Ovidio soleva chiamar.- Almo y ma le sue qualità
non die il nome vanno perdute nella moderna denomiuazione
•
f ) Poco lontano dal detto luogo il ice ode ad un casaletto, del quale
ne tono padroni li Catare Ili , che con questo nome è chiamato il luogo,
vi è una fontana «otto una gran volta antica, che al presente si gode , e
li Romani vi vanno l estate a ricrearti ; net pavimento di essa fonte si
legge in un epitaffio essere quella la fonte di Egeria, dedicata alle ninfe
« questa, dice l'epitaffio, essere la medesima fonte in cui fu convertita. „
Memorie ec. ap. Nardini, pag. 13. L' epitaffio non ce lo fa conoscere.
(**) ,, In villa Justiniana extat ingens lapis quadratus solidus in quo
•culpta hatc dno Ovidii carmina suoi:
/Egeria est qua; prabet aquas, dea grata Camoenis ;
Illa Num* conjux consiliumque folti
Qui lapis videtur ex eodem -Egerie fonte , aut ejus vicinia isthuc com-
portatus. „ Diar. Ital. pag. 153.
«. 392 —
di Aquataccio. La slcssa valle appellasi Falle di Caffardli dal
nome dei Duchi CaiTarelli che cessero la tonte ai Pallavicini
con sessanta rubbia di terre adjaccnti.
Non v' è luogo a dubitare clic questa lunga vallea non sia
quella cui Giovenale dà nome d'Egeria, ed il luogo dove Om-
brizio veniva a meditare, quantunque la maggior parte dei
Commentatori abbia supposto che il Poeta Satirico c il di lui
Amico scendessero nel boschetto di Aricia, dove la Ninfa s'in-
contrò in Ippolito, e doV ella era specialmente venerata.
11 cammino dalla Porta Capena , alla collina d' Alba ( 15
miglia circa ) sarebbe troppo considerevole , a meno che non
si volesse prestar fede alla singolare co ngl actinia di Vossio
che trasferisce questa Porta dal suo sito attuale, dove assicura
eh* ella era al tempo del governo dei Re , sino al boschetto
d' Aricia, e poi la ripone ali* antico posto, secondo che i li-
miti della Città si ristringevano (*). 11 tufo, o pietra pomice
che il Poeta preferisce al marmo è la sostanza di che componsi
il suolo nel quale è scavata la grotta.
Le Topografie moderne (**) ripongono nella grotta la statua
della Ninfa, e nove nicchie per le Muse, ed un Viaggiatore
de' nostri tempi (***) ha scoperto che la grotta era stata con-
dotta a quel grado di semplicità che il Poeta avrebbe deside-
rato di sostituire ad ornamenti di cattivo gusto. Ma la statua,
priva del capo è piuttosto un individuo maschio che una Ninfa,
e non lascia scorgere alcuno di quegli attributi che le si as-
segnano. Le nove Muse non so come potessero collocarsi in
sei nicch) , e Giovenale certamente non allude ad alcuna grotta
(*) De Magnit. Veter. Rom. ap. Graev. Antiq. Roman. T. IV, pag. 4507.
(•*) Echinard. Deacrisìone di Roma, e dell'agro Romano corretto dall'
Abate Venuti, in Roma <7à0. Essi credono alla grotta ed alla Ninfa:
,, simulacro di questo fonte, essendovi scnlpite le acque a piè di esso „
(•••) CJassical Tour, cap. 6. pag. 217, voi. 2.
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— < 393 —
particolare (*). Non può ricavarsi alcuna indù/ione dalle parole
del Poeta Satirico fuorché .piota : che siavi stalo in vicinanza
della Porla Camena un luogo ove si suppone che Nuraa abbia
avute le sue conferenze notturne colla Ninfa, ed in esso luogo
un bosco ed una fontana sacra , e delle Cappelle destinate un
tempo ai simulacri delle Muse: e che di Ih si scendesse alla
valle d' Egeria che conteneva alcune grotte artificiali. È chiaro
clic le statue non dovessero far parte degli ornamenti , che il
Poeta Satirico trova fuor di luogo in quelle grotte : dacché egli
assegna in termini precisi altre Cappelle (deltiòra) a queste
divinità al di sopra della valle, e ci dice inoltre ch'elleno sono
state atterrate per far posto ai Giudei. In realta , il piccolo
tempio oggidì chiamalo di Bacco , aveva , giusta 1' opinione co-
mune , appartenuto alle Muse, e Nardini (**) le pone in un
boschetto di pioppi situato a' suoi tempi nella parie superiore
della valle.
È probabile, in seguilo dell'Iscrizione, e della situazione,
che la grotta che mostrasi oggi possa essere una delle speluricua
dissirniles veris delle quali trovasi tuttora qualche traccia, più
in alto, adir vero, sotto una macchia di ontani; ma una
grotta unica d'Egeria, è una mera invenzione moderna, fon-
data sull' applicazione dell' epiteto Egeria a queste Ninfe in
(') Substittt ad veteres uni, madidamque Capenam ,
Ilic ubi nocturnae Piuma consti tuebat amica;;
Nunc sacri tonti» nemiu , et delubra locantur
Judaris quorum cophinum icrnumque ttupellex.
Omnia cri ini populo m e ree de m pendere ju&sa est
Arbor, et ejeetis mendicat sylva Catnoenis.
In valli-m /Egeria? desoendimus , et speluncas
Dissirniles veris: quanto prasstantius esset
Numeri .ì.jir.v, viridi si margine clauderet undas
il erba, aec ìngenuum violare ni mar mora tophum.
( Sat. I1L )
(") Lib. IH, cap. 3.
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— 394 —
generale, epiteto che potrebbe mandarci in cerca de' boschetti
di Numa in sulle rive del Tamigi.
11 nostro Giovenale Inglese non Lisci ossi trarre in inganno
da Pope: tu esso conservasi scrupolosamente il numero del più:
„ Thence slowly winding down the walc we view
The Egerian grotsl oh how unlike the true! „
(Di là, a lento passo, scendendo nella valle, vedremo le
grotte di Egeria: oh! quanto poco elle somigliano alla vera!)
La valle è piena di sorgenti (*) ; ed Egeria presiedeva a
queste sorgenti, che le Muse poteano scorgere da' lor boschi
propinqui: le provvedeva di acque, ed era la ninfa delle
grotte traverso le quali scorreano le sue fontane.
Tutti i monumenti nelle vicinanze della valle d' Egeria si
ebbero de* nomi arbitrar), che arbitrariamente tramutarono in
altri. Venuti, confessa (**) non aver potuto rinvenire traccia
veruna de' templi di Giove, di Saturno, di Giunone, di Ve-
nere, e di Diana, die Nardini trovò, o credette trovare. Il
M ut at orami del Circo di Caracalla , il Tempio dell' Onore , e
della Virtù, quello di Bacco, e più che tutti il tempio del
Dio Rediculus sono la disperazione degli Archeologi.
U Circo di Caracalla si rileva da una medaglia di questo
Imperatore citato da Fulvio Orsino, il cui rovescio porta effi-
giato un Circo che da alcuni però dicesi essere il circus ma-
jcùfuts. Questa medaglia da un' idea assai favorevole di questo
luogo di esereizj. Il suolo non n'era che poco alto, se puossi
giudicarne dalla breve cellelta posta all' estremità della Spina,
celletta che è -probabilmente la cappella del Dio Consus. Essa
è coperta per metà dal suolo, come deve essere stala nel
Circo medesimo : perocché Dionigi d'Alicarnasso (***) non poteva
f») „ Undiqtie e solo a<ja* acatitriirot. „ Kardini L. Ili, eap. 3.
(•») Echìoanf, ec. Ci*, ci», P ag. 297-98.
(•••> Aatiq. Roman. L. II, cap. 31.
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persuadersi che questa divinila fosse ri Nettuno Romano, sulla
considerazione che il suo altare era posto sotterra.
N. 54. — „ Ad ogni evento, dice V Autore delle Quistioni
„ accademiche, io credo che la filosofia, qualunque sia per
,, essere il destino delle mie proprie speculazioni, riavrà la
„ stima dovutale. Lo spirito libero e filosofico della nostra
„ nazione fu soggetto di ammirazione per tutto il mondo.
„ L' onoratezza e Y orgoglio dcgl' Inglesi , furono la luminosa
„ sorgente d' ogni lor gloria. Dimenticheremo noi forse i sen-
„ limcnti forti e gravi de' nostri padri, per garrire nella fa-
„ velia della madre, o della nudrice sui vieti pregiudizj ? Non
„ cosi si protegge la causa della verità ; uè cosi 1' ebbero gli
„ Avi sostenuta nelle più belle epoche della nostra Storia. Può
„ ben esso il pregiudizio porsi in guardia di un' esterua rócca
„ per breve spazio di tempo, mentre la ragione sonnecchia
„ nella cittadella ; ma appena la ragione cade in letargo, esso
„ farà all'istante sventolare le bandiere sue proprie. La filo-
„ sofia, la saggezza, e la liberili si reggono scambievolmente;
„ chi non vuol ragionare è un ipocrita; dà non può un i-
I, ti io la. „
(Prefazione pag. 14, 15, Voi. 1, 1805)
N. 55. — . Leggesi in Svetonio che Augusto, seguendo un
avvertimento ricevuto in sogno, ìndossavasi una volta ogni anno
gli abiti di un accattone, e sedutosi avanti la soglia del suo
palazzo, porgeva ia mano in atto di chiedere elemosina (*).
(*) Sreton. in Vit. Augusti, cap. 91. Casaubon, nella sua nota a questo
passo ci dice di cercare nelle vite di Camillo, e di P. Emilio di Plutarco,
non che ne" cuoi Apotegmi il carattere dì questa Deità. La mano sport*
a modo di tazza riputarasi rome l'ultimo grado di umiliazione; e quando
il cadavere del Prefetto Rufino condotto in trionfo dal popolo , mostrossi
rolla mano in quella posizione , una tal vista crebbe al Sommo I' indi-
gnazione.
A
Una statua esistente un tempo nella Villa Borghese, e che ora
dev'essere a Parigi, rappresentava l'Imperatore in questo atto
di mendicante.
L'oggetto di questa umiliazione di sè medesimo era la spe-
ranza di placar Nemesi, quella perpetua persecutrice delle u-
mane venture, la cui potenza doveva essere ognor viva nella
mente dei Romani conquistatori; al quale oggetto ne recavano
alcuni simboli effigiati nel loro carro trionfale. Questi emblemi
erano la sferza ed il crotalo che si trovarono nella Nemesi del
Vaticano. L' atteggiamento di accattone ha fatto credere dap-
prima essere nella statua suddetta raffigurato Belisario, e (Ino
a che la critica di Winkelmann (*) non avesse rettificato l'er-
rore , una nuova supposizione consegui uva sempre a quella che
si abbandonava. E questa stessa temenza di veder cessare re-
pentinamente la propria felicita facea dire ad Amasi re d' E-
gitto in una lettera al suo amico Policratc di Samo, che gli
Dei amavano coloro la cui vita era una vicenda di prosperità
e di sventura. Supponevasi che Nemesi vegliasse precipuamente
onde sorprendere 1* uomo prudente , vale a dire colui V accor-
tezza del quale noi lasciava esposto che a' soli accidenti. La
prima di lei ara elevossi sulle sponde dell' Esopo in Frigia ,
per opera di Adrasto; forse quel Principe di tal nome ch'ebbe
ucciso per sconsideratezza il figlio di Creso. Di là la Diva
prese il nome di Adrastea (**).
La Nemesi Romana era sacra ed augusta: ebbe un tempio
sul Palatino monte, ove adoravasi sotto il nome di Ramnu-
sia (***). La facilita colla quale gli antichi inducevansi ad affi-
(*) Storia delle Arti ec. L. XII , cap. 3 , tomo TI , pag. 42 2. Visconti
chiamarla stallia una Cibele. Mu«eo P. dementino T. I, pag. 40. L'Abate
Fra ( Spiegazione dei rami. Storia ec. tom. Ili, pag. 513 ) la dice Crisippo.
(**) Dictionuaire de Kaylr: Art. Adra«tra.
(**• Vien citato dal Regionary Victor.
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397 —
darsi agli avvenimenti, e ad aver credenza nella Dea della
Fortuna fu cosi grande che sopra questo stesso monte Palatino
cravi un altro tempio consecrato alla Fortuna del giorno (*).
Questa è l' ultima superstizione che abbia conservata la sua
in li lini /a sul cuore umano; e concentrando sopra un solo og-
getto la credulità tanto naturale all'uomo, apparve ognor più
polente sugli spiriti non ancora inceppati in altri articoli di
fede. Gli Antiquarj hanno supposto clic questa Dea fosse la
stessa che la Fortuna, e il Destino (**); ma ella veniva ado-
rata sotto il nome di Nemesi come Dea della vendetta.
iV. 56. — Sia che V ammirabile statua che ha suggerito la
idea di questa, rappresentasse un gladiatore laquearius, come
venne affermalo tenacemente da Winkelmann (***) sia che fosse
un araldo Greco, come affcrmollo positivamente questo grande
Antiquario (****) o debbasi prendere per uno Scudiero Spartano
(') „ Fortuna hujusce diri. „ Cicerone ne parla, de Legib. L. 2.
(*") DEAE NEMESI,
SIVE MIHUSU ,
PISTOAIUS
HUGIANUS
V. C. LEGAT.
LEO. ZIII. O.
COBD.
Vedi „ Questione* Romana? „ ec. ap. Graev. Antiq. Rom , tom. V. pag.
94 2. Vedi pure Muratori, No». Thesaur. Inscript. Vet. tom. I, pag. 88,89,
ove trovami tre Iscrizioni latine ed una greca a Ne mesi , ed altre al Destino.
(*•') Dall'Abate Bracci „ Dissertazione sopra un clipeo votivo „ ec. pre-
fazione, pag. 7, che fondasi sulla corda che è intorno al collo della statua,
non già sul corno , del quale non pare che si servissero i gladiatori.
Nota ( A ) Storia delle Arti, ec. Tom. 2, pag. 205.
(••*•) O Polifonie, araldo di Lajo , acciso da Edipo , o Geprea araldo di
Eurìsteo ucciso dagli Ateniesi nel mentre sforzava*! d' allontanare gli
Erarlidi dall' altare della Misericordia , in onore del quale istituirono dei
giuochi annui, continuati sino a' tempi d* Adriano: o Antemocrito, araldo
giiisla la opinione del suo Editore Italiano (*) sembrerà sempre
però una copia di quel Capolavoro di Ctesilao , rappresentante un
uomo ferito a morie, e che mostrava al vivo quanto poco an-
cor rimandagli di vita. <**). Montfauooa ( # ") e Maffei (****)
credettero che fosse la medesima slama; ma 1' antica era in
bronco, il Gladiatore trovarsi un tempo nella Viltà Ludo»iù 9
e venne comperato da Clemente Xll, IJ braccio diritto fu in-
tieramente rifatto da Michelangelo (•"").
N. 67. — I Gladiatori erano di due specie ; forzati , — e
volontarj. Venivano scelti da diverse classi ; ed erano o schiavi
pagati a quest' oggetto , o colpevoli , o prigioni barbari presi
in guerra, e che dopo aver servito al trionfo mettevansi a
far parte de' giuochi pubblici, o carcerati e condannati come
ribelli, od infine cittadini liberi; e questi ultimi, o combat-
tenti per una mercede {auctorati) o per una prava ambizione.
De' Cavalieri eziandio furono costretti a comparire nell'Arena ;
oltraggio del quale il primo tiranno fu indubitatamente il primo
inventore (**»***). Si videro non meno combattere nel Circo due
nani, e perfino delle donne, atrocità vietata da Severo. I più
meritevoli di compassione furono per certo gli Schiavi barbari ; ed
uno Scrittore Cristiano (*******) dk precisamente a queste classe
Ateniese , ucciso da' Megaresi che mai espiarono la loro empietà. Vedi
Storia delle Arti ec. T. 2, pag. 203 e segg. L. 9, cap. 2.
C) Storia delle arti ec. Tom. 2, pag, 207, aota
(••; „ Vulneratomi uefieieotem foci* io ,quo posai* iotojliaj quantum re-
Btftt «iDiiri^ . yj r i ih * r^&t . HjJit» i> . x a \ j v» £ -A^* * $*»
(•••) Autiq. Tom. UI, parte 2, tav. <55.
<••••) Baco. Sta». Ta*. 64.
(**•**) Mas. Capitol. Tona. Ili, pag. <54, edit.
(*•****) Giulio Cesa» che si alzò auHe rum* 4eh' Aristocrazia fò com-
parire Furio Leptino t-'d A. Calcito noli' Ar nm.
(••«»••») Tertulliano : „ Certe uvidem cf. inikocrtilo gladiatore* in In-
dura veoiuut,, ut rokiptali* poldicae hosUx uaut. M J.iut. Lips. Saturo.
Seri non. L. 2, Qao.» 3»
- 399 —
l'epiteto innocente per distinguerli dai Gladiatori di professione.
Aureliano e Claudio dannarono a quei crudeli eseccizj un gran
numero di queste sventurate vittime: l'uno dopo il suo trionfo,
V altro sotto pretesto di ribellione (*). Veruna guerra , dice
Giusto Lipsio (**), fu giammai cos'i fatale al genere umano quanto
questi sanguinosi spettacoli. Ad onta delle Leggi di Costantino e
dì Costanzo, eglino sopravvissero più di settant'anui alla vecchia
Religione abolita; il coraggio di un Cristiano li soppresse per sem-
pre. Nell'anno 404, ricorrendo le Calende di Gennajo, i Gladia-
tori dovevano rappresentare i loro giuochi nell'Anfiteatro Flavio,
alla presenza d'immenso popolo che secondo il solito vi accorreva.
Almachio, o Telemaco, Monaco d'Oriente, venuto a Roma con
questo santo proponimento, scagliossi al mezzo dell'Arena, e con
quanta avea fona cercò di «eparare i combattenti. Il Pretore Ali-
pio , personaggio appassionato assaissimo per questi giuochi f")
diede all' istante ordine a* Gladiatori di uccidere quel Mouaco :
Telemaco ottenne la palma del martirio , e il titolo di Santo ,
che prima di quell* azione e dappoi non fu meritato mai con
più nobile impresa. Da quel giorno Onorio abou i combatti-
menti de* Gladiatori , che non ebbero più luogo. La storia è
raccontata da Teodoreto (****) e Cassiodoro (*****), e par degna
di fede. Oltre a' torrenti di sangue che scorrevano a' funerali,
negli Anfiteatri, al Circo, al Poro, e sulle altre piazze pubbliche,
i Gladiatori anch' essi comparivano nelle feste e si trucidavano
a vicenda innanzi alle tavole imbandite pe' festini a somma
(•) Vopisctu, in Vit. Aurei, et io Vit. Claud. ibid.
(") ,. Credo, imo «ciò, nnllnm bellum tanta m cladem, ▼utitiemqne
generi huroano intnliaae, qnam hos ad roluptatena Indot. „ Jnst. Lips.
ibid. L. I, cap. 12.
('"*) Angustimi* (L. VI, Confeu. cap. 8.) „ Alrpium tao gladìatorii
•pcctaculi inhiatu incredibiliter abreptum. „ Scribit. ibid. L. I, eap. 42.
(•"•) Hit*, Eccle». cap. 26, Lib. V.
( ) Ca*»iod. Tripartita. L. «0, cap. 14, Saturo, ibid.
— 400 —
soddisfazione de' plaudenti convitati. Ciò nondimeno Giusto Li pio
si pciTOetle di supporre che U valore scemato, e V evidente
degenerazione dcll'uman genere sieno stati la conseguenza imme-
diata dell' abolizione di questi spettacoli cruenti (*).
N. 58. — Allorché un Gladiatore feriva l'altro gridava: Ei
r ha; hoc habet, ovvero luibet. 11 Combattente ferito lasciando
cadere il suo pugnale, s'avanzava all' estremità dell'Arena, e
supplicava agli Spettatori. S'egli aveva combattuto con maestrìa,
il popolo lo salvava; altrimenti, o secondo che gli Spettatori
erano disposti verso di lui , abbassavano i loro pollici, ed esso
era trucidato. La barbarie giunse qualche volta a tale, che la
calca susurrava se la lotta durava più lungamente del solito
senza ferite, od uccisioni. La presenza dell' Imperatore salvava
per lo più il vinto ; e si riferisce come esempio della ferocità
di Caligola T aver egli rimandati ad esplorare il volere del
popolo que' che venivano a chiedergli in grazia la vita in uno
spettacolo a Nicomedia: o in altri termini, — 1' averli man-
dali a morte. Una simile cerimonia osservasi ne' combattimenti
de' Tori in Ispagua. 11 Magistrato presiede, e dopo eh' ebbero
i Cavalieri e i Picadores combattuto contro al Toro, il Ma-
tador si avanza, e domanda la permissione di ucciderlo. Se il
Toro si è dimostrato valente collo sventrare due o tre cavalli,
od un uomo (quest' ultimo caso è assai raro) il popolo manda
alte grida , le dame agitano i loro moccichini , e 1' animale è
salvo; le ferite e la morte de' cavalli sono accompagnate dalle
più vive acclamazioni, e da infiniti segni di soddisfazione, pim-
(•) „ Quod? Non tu, Lipsi, momento!» aliquod babuisse eeoses ad vir-
tutem? Magnnm. Tempora nostra, nosque ipsoa videamus. Oppidntn ecce
unum alterimi v.- captum, dire p tu m est; tumultus circa nos, non in nobis:
et tamen concidimus et turbamur. Ubi robur, ubi tot per anno» meditata
sapienti*» studia? Ubi ille animus qui possit dicere: Si fractus iUabalur
orbùl „ ce. lbid. Uh. 2 , cap. 25. Questo è il prototipo del panegirico
del combattimento del Toro fatto dal Signor VYiudham.
cipalmente pei parte delle donne presenti, non eccettuate le
più eleganti e nobili dame.
Tutto dipende dalle abitudini ! L' Autore di Childe Harold,
il Redattore di questa Nota, ed uno o due altri Inglesi clic
aveano visti sicuramente più d' una volta dei preparativi di
guerre , trovaronsi nell' eslate del 1809 nella Loggia del Go-
vernatore , al grande Anfiteatro di Santa Maria di contro a
Cadice. La morte di uno o due cavalli soddisfece pienamente
alla loro curiosità. Un Gentiluomo presente, vedendoli fremere
ed impallidire, osservò con i stupore le impressioni straordinarie
che traevano da uno spettact.'o cosi delizioso per tante giovani
dame clie osservavano sorridei do ed insistevano a plaudite ap-
pena un cavallo cadente insane uinava l'Arena. Un Toro sventrò
colle corna tre cavalli , e fu salvato con vivi trasporti di gioja.
Un Inglese che può trovar piacere in veggendo due uomini
fare alle pugna cosi violentemente da accopparsi, non può tol-
lerare la vista di un cavallo a galoppo nell'Arena, lo mi bu-
della si strascinano lungo il terreno, e torce lo sguardo dallu
spettacolo e dagli Spettatot i inorridito , e nauseato.
N. 59. — Svctonio c'insegna clic Giulio Cesare fu in modo
particolare soddisfatto di quel Decreto del Senato in virtù del
quale avrebbe potuto cingersi il capo di una corona d' alloro in
ogni occasione: ambiva egli, non di mostrare sé essere il Con-
quistatore del mondo, ma di nascondere la sua calvezza. Un
estrauo a Roma avrebbe dovuto martellarsi ben bene il cervello
prima d' indovinare questo motivo, e noi medesimi non avremmo
potuto conoscerlo, se non ce n'avesse avvertito lo Storico.
N. G0. — Trovasi questo nella Decadenza e Cadala dell'In»*
pero Romano; e puossi vedere una Notizia sul Colosseo nello
Histot ical lllustrations lo the Fourth Canto of Childe Harold.
N. 61. — „ Benché spogliala di tutti i suoi rami e bronzi,
„ dall'anello in fuori che era necessario per conservare l'aper-
„ tura superiore ; benché sia stala soggetta a numerosi inceudj
20
„ ed anche talora ad inondazioni : benché sempre esposta alla
„ pioggia , pure la Rotonda è il monumento dell' amichila che
„ trovisi in migliore stato. Dal culto pagano ella passò con po-
„ die variazioni all' aituale sua destinazione; ed i suoi nicchj
„ erano cosi atri ad uso di altare Cristiano che Michelangelo,
„ Jempre appassionato per le bellette dell' antichità, ne adot-
„ tava le forme come modello per la sua Chiesa Cattolica. „
(Forsytirs Remarks, etc. on Italy, p. 157.)
iV. 02. — Il Panteone venne trasformalo in una specie di
museo per ricevere i busti dei moderni grandi Uomini, od al-
meno quelli d' uomini distinti. I raggi di luce che passano a
traverso della larga apertura circolare della Cupola , e che negli
anticlù tempi riflettevano sul cerchio delle Divinità , splendono
ora sopra un' unione di mortali uno o due de' quali sono stati
per dir cosi deificati dalla venerazione de' loro concittadini.
N. 65. — Questa Stanza, e le tre seguenti alludono alla
Storia della Donzella Romana , ricordata al Viaggiatore dal
luogo , o preteso luogo dell' avvenimento posto ora nella Chiesa
di San Nicola ih carcere, he difficoltà che possono rendere
improbabile questa narrazione si trovano accennate nelle Histo-
rical Rlustrations ecc.
N. 64. — H Castello di Sant'Angelo. V. le Ristoricai II-
Imtralions.
N. 65. — Questa Stanza, e le sei successive si riferiscono
alla Chiesa di S. Pietro. Per la dimensione comparativa di
questa Basilica colle altre grandi Chiese d'Europa V. Il Ta\>é
de Saint-Pierre, ed il Oassical Tour fhrougk halj Voi. 2 ,
pag. 125 e segg. Cap. 4.
N. 66. — Maria mori sul palco, Elisabetta morì d'ambascia,
Carlo V mori eremita; Luigi XIV fallito d'oro e di gloria;
Cronrwell di croccio: ed il piti grande di tutti — Napoleone
— vive prigioniero. Potrebbesi aggiungere ai nomi di questi
„ Diqitiz ed by GoOff
Sovrani una lunga serie ma superflua di nomi illustri del pari
ed infelici.
N. 67. - 11 Villaggio di Nemi era vicino al ritiro Ariciano
d'Egeria, ed a motivo degli alberi che circondavano ed om-
breggiavano il tempio di Diana ha conservato sino al di d'oggi
la sua primitiva denominazione di Boschetto. Nemi è appena
lontano quanto uua passeggiata di sera a cavallo dall' albergo
confort nòie d' Albano.
N. 68. — Tutto il declivio della collina d'Alba è d' un
bello incomparabile; e dal Convento posto nel luogo il più.
alto, dov' era prima il tempio di Giove Lanario , l'occhio scopre
tutti gli oggetti in questa Stanza descritti ; il Mediterraneo ,
tutu la scena dell' ultima metà dell' Eneide , la costa che
si dilunga dalla foce del Tevere, al promontorio Circaeum, e4
il Capo di Termina.
Il rito della villa di Cicerone può supporsi essere stato a
Grotta Ferrata, oppure al Tuscolo del Principe Luciano Bc-
L' opinione generale, alcuni anni addietro inclinava pel primo
luogo ( la Grotta Ferrata ) come può vedersi nella vita di Ci-
cerone scritta da Middleton. Oggidì non v' ba che i Dominicali i
che lo credano. Nove monaci di rito Greco abitano in quel
luogo; e la villa contigua è il soggiorno io estate di un Car-
dinale. L' altra villa detta Ri tffi nella giace al sommo della
collina che domina Frascati, dove furono rinvenute assai pre-
ziose reliquie di Tuscolo, oltre a settantadue siamo, e sette
busti, di merito le une dalle altre diverso. Dalla stessa altura
scopronsi i colli Sabini fra' quali k rinchiusa la lunga vaMe
Rustica. Alcune circostanze ci portano a stabilire l' identità di
questa valle coli' Ustica di Orazio; e par verisimile che il
lastricato a mosaico scoperto da' villici, mentre facevano uno
sfondato per la vigna , appartenesse a detta Villa. Rustica
ha pronunzia breve, e non come l' enunciamo nell'espressione
Usticae cubanti*. E ragionevole il credere clic andiamo errali
pensando die gli abiianti di questa valle solitaria abbiano mu-
talo il loro accento ncll' indicato vocabolo. L'addizione di una
consonante premossa nulla vale : pure , sarebbe possibile che
Rustica fosse voce moderna che i paesani avessero udita da
qualche Antiquario, alterandone la pronunciazionc.
La Villa, o per dir meglio , il Mosaico trovasi in una vigna
posta sur una collina coperta di castagni. Un ruscello serpeggia
nella vallea; e sebbene sia falso clic, come leggesi nelle Guide
de' Viaggiatori , appellisi Licenza , ciò non ostante v' è un
paeselto sopra una ròcca che ha questo nome, e di là può es-
sergli derivata la denominazione di Digcnza. Licenza ha set-
tecento abitanti. Poco lunge di la , sopra un altro giogo vedi
Civitella che ne ha trecento. Alla sponda dell' Anio prima d'in-
noltrarsi nella valle Rustica, a manca, ad un' ora circa dalla
villa, giace un casale detto Vico Varo altra coincidenza favo-
revole col Varia del Poeta. A capo alla valle, dalla parte
dell' Anio cwi una collina scoperta, cui fa corona la piccola
Bardela. Alle falde di questa collina discorre il ruscelletto di
Licenza che si perde presso che tutto in un largo letto di
sabbia prima di giungere all' Anio. Nulla v' c clic più valga
in favore de' versi del Poeta, sia che si consideri il senso
metaforico, od il proprio:
„ Me quotics refìcit gelidus Digentia rivus,
Qucm Mandela bibit, rugosus frigore pagus, „ (*)
■ » .
11 ruscello è limpido alla parte supcriore della valle, ma
prima che arrivi al colle di Bardela appare verde e giallastro
come un ruscello sulfureo.
Rocca Giovanv e villaggio rovinato, giacente sulle colline
alla distanza di niczz' ora dalla vigna ove scorgesi il lastricato
CV Horv. Fiat., F.pUt. L. I. Ep. 17.
in mosaico: pare esservi slato il tempio di Vacuna; ed una
Iscrizione, rinvenuta fola, ci fa conoscere come questo tempio
della Vittoria de' Sabini venisse restaurato da Vespasiano (*).
Con queste indicazioni , ed una posizione che corrisponde esat-
tamente a quanto il Poeta ci dice del suo ritiro , possiamo
quasi con certezza riconoscere il luogo storico.
11 colle che esser dovrebbe il Lucreiilc vien detto Campa-
nile, e lungo il ruscelletto sino alla supposta Bandusia giun-
gesi alle falde del più alto giogo Gennaro. È singolarissimo
che il solo terreno che in tutta la valle sia atto alla cultura
trovisi al sommo del poggio dove Bandusia ha la sorgente.
„ ... Tu frigus amabile
Fessis vomere tauris
Praebes et pecori vago (**). n
I coloni indicano un' altra sorgente, poco lunge dal lastri-
cato a mosaico, da loro detta Oradina, che scorre fra le col-
line, e s* aggiunge ad uno stagno o pescaja di molino, donde
si scarica nella Digenza. Ma non possiamo sperare
„ To trace the Muse» apwards to their spring. „
( di seguire le traccie delle Muse fino alla loro sorgente ) ,
per esplorare ogni sinuosità della valle romantica in cerca della
fontana di Bandusia. È strano che alcuni abbiano potuto pen«
sare che Bandusia fosse una sorgente della Vigenza. — Orazio
nulla ha detto di ciò: e questa fonte immortale fu in sostanza
riconosciuto essere proprietà de' possessori delle buone cose in
(*) IMPERITO* CAESAR VESPASIANI?!
PONTIFEX NAXIMUS TRIB.
POTEST. CENSOK. AKDEM
VICTOBUE. VETVSTATE IM.APS4K
»l/A IMPENSA RFSTITVIT.
(*») Hural. riac. Carni. !.. 3, Od. ij,
- 40* —
Italia — de' Monaci. EUa serviva alla Chiesa de' SS. Gervasia
e Prousio, vicino a Venusia dov'era più verisimile rinve-
nirla (*). Non saremo noi fortunati quanto un moderno viag-
giatore trovando il pino occasionale (the occasionai pine) tut-
tavia sospeso sopra la viJla poetica. Non ewi alcun pina
in tutu quanta la valle; sonovi bensì due cipressi, da lui
presi per avventura per l'albero accennato nell' Ode (**).
]1 vero si è che il pino è oggi, come a' tempi di Vii -
gii io. un albero di giardino, ne era in alcun modo verisimile
di poterlo trovare nelle discoscese balze della valle rustica,
Orazio ebbe probabilmente uno di questi pini nel giardino ,
al di sopra del suo podere, ed abbastanza vicino alla sua
casetta perchè lo coprisse d' ombra , e non sulle balze che tro-
vansi alquanto lunge di la. 11 Torrista (viaggiatore) poteva
agevolmente credere d* aver visto il pino nella forma dei ci-
pressi suddetti; e quanto agli aranci ed ai limoni che rendono
amena Unto e soave la descrizione da esso fatta de' reali giar-
dini di Napoli, debbono ayer minato di luogo, dacché in lor
vece non vi scorgemmo che acacie, ed altri arboscelli comu-
ni (***). 11 sommo sconforto provato da chi sceglie» a guida
nell' Italia il Qassicml Tour dee attribuirsi all' inesattezza, delle
osservazioni , che , lo dico senza tema d' errare , sarà confer-
mata da chiunque abbiale riscontrate, percorrendo la medesima
contrada. Quesi' Autore di fatto, fra quanti Scrittori hanno ot-
tenuta fra noi una fama ìsUntanea , è forse il più inesatto , e
quello che appaghi meno il lettore; ed è ben raro che si possa
credere alla sua narrazione quantunque ci parli di oggetti che
presuma d'aver visti. I suoi errori, dalla semplice esagerazione
(•) Vedi !« Historical Illustrai, ons pag. 43.
(") V. il Classical Tour a*, cap. 7, toI. 2; pag. 250.
("**) Sotto le nostre 6 mi tre , e luogo I* riva del mare ot vi il reala
n giardino, diviso in ajuole , i di cai viali sono ombreggiati da vaghi
„ nlari di aranci „ Claiaical Tour, ec. cap. Il, toI. ì. pag- 365.
- 407 -
ùisiuo a' più grandi farfalloni sono cosi frequenti, da farci
sospettare che non avesse visitati giammai i luoghi da esso
descritti, e che si fosse appoggiato alle asserzioni de' prece-
denti Scrittori. Cosicché U Classical Tour verrebbe allora ad
essere una semplice compilazione delle prime notizie, insieme
annodate per mezzo di qualche osservazione personale, e ri-
dondante di quel belletto che è si agevole lo spacciare, ricor-
rendo per sistema a tutti que' luoghi comuni di meraviglia •
di plauso, i quali, perchè appunto convengono a tutto, signi*
fìcano un bel nulla.
Uno stile che a taluno appaja duro, intralciato ed intolle»
rubile può andar a genio di parecchi altri individui ; leggano
costoro il Classical Tour ed è certo che troveranno in esso
qualche gradevole passatempo. Devesi però dire che dal peso,
e dalla politura estimasi il valore delle cose: e fra le pene
dei dannati una ve n' ha che consiste nel risalire uno scosceso
pendio rotolando un masso enorme.
11 Tornata avea la scelta delle parole, ma il suo sentire
riducevasi al più angusto confine. L'amor della virtù, e della
libertà, distintivo del carattere, adornano gli è vero le pagine
di Eustace, e la finezza di spirito necessaria cotanto nelle pro-
duzioni di un Autore è sensibilissima nel Classical Tour. Ma
queste generose qualità sono sembianti a quelle foglie di tal
dimensione, e tante in numero da imbarazzar la mano che
desideri di cogliere il frutto. L' unzione dello Scrittore come
ministro del culto, e le esortazioni morali, hanno forse resa
quett' opera da più che non è un libro da viaggio. E que-
st' applicazione si acconcia più particolarmente al comune me-
todo d' insegnamento, che consiste sempre a mettere sempre in
iscena un gallico ilota onde scatenarsi e tuonare contro la
tutti gli eccessi della rivoluzione. V odio contro gli atei , e
i regicidi in generale t e quello dimostrato in ispccie contro
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- 40g -
coloro clie sono Francesi, può essere onorevole ed utile come
un ricordo; ma questo antidoto dovrebbe essere amministrato
in qualsiasi altro libro fuorché in un Tour, o per lo meno
dovrebbe starsi in disparte , e non mescersi coir insieme d'nv
formazioni, e di riflessioni, come per diffondere l'amaro sopra
ogni foglio; dacché, ov' é colui che si elegga d'avere a com-
pagno del suo viaggio le antipatie di un uomo, sieno ben
anco giuste? Un Torrista a meno che non ambisca per sé la
gloria di Profeta, non é mallevadore al certo delle mutazioni
che possano aver luogo nella regione che descrìve; ma il let-
tore può a buon dritto reputar nulli i ritratti suoi tutti quanti
e le digressioni politiche, se non valgano ad ajutare il viag-
giatore, o se lo dilunghino dalle sue proprie ricerche.
Non si pretende già di presentar qui un elogio, od un' ac-
cusa di qualsiasi Governo, o Governatore in particolare; ma è
fatto incontrastabile che il cangiamento operato, sia per la sa-
gaci* dell' ultimo sistema dell' Imperiai Governo, sia per le
inmiietudini prodotte da coloro che si succedettero nei Prin-
cipati Italiani, fn Unto considerevole e reale, che non sola-
mente le Filippiche Anligallicane di Eustace, sono un mero
anacronismo, ma spargono ben anco qualche dubbiezza sulla
competenza e buona fede dello stesso loro Autore.
Se la voce cospiratricc delle critiche, e la loro rivalità non
avessero data una grande importanza al Cfassical TottTj non
avrei avuto bisogno di avvertire il Lettore che , quantunque un
tal libro possa valergli ad adornare la sua Biblioteca, non gli
gioverebbe gran fatto nel suo viaggio; e se il giudizio di queste
critiche fosse rimasto sospeso fino al d'i d' oggi , non si sarebbe
già pensato a manifestare una contraria sentenza. Comunque
sia, potrà essere permesso agli uomini, che saranno un giorno
la posterità di Eustace, di chiamare ad esame gli elogj dei
contemporanei ; e forse che eglino saranno tanto più giusti verso
«ii lui quanto più si dilungheranno le cagioni d' amore, o di
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odio. Questo appello era sialo già fallo iti parie, avanti die
queste osservazioni fossero scritte ; clic avendo uno de' più chiari
Stampatori di Firenze, stabilita, dietro le replicate ricerche
de' Viaggiatori dell' Italia meridionale, di ristampare a buon
mercato il Classica! Tour, ne venne distolto da altri Viaggia-
tori Inglesi clic allora appunto aveano fatto quel viaggio, sic-
ché abbandonò V impresa , sebbene avesse già in pronto e carta,
e caratteri, ed uno o due fogli fossero di già stampati.
NOTA CHE SERVE DI SUPPLEMENTO.
i
t
è
Aggiungo al Catalogo degli Autori Greci moderni dato da
Byron alla fine delle Note al secondo Canto, i nomi dei se-
guenti Autori , ricavati in parte dall' Opera di /uso Nérouios
snll' attuale Letteratura Greca , e l' indicazione delle loro Opere
principali. L' interesse che eccitò sempre la causa della Grecia
fa sperare che abbia ad essere ben accolta questa Nota posta
a modo di Supplemento. 1
• • • .1
Daniele Filippide, nativo di Mclea , Borgo alle falde del
Pel icone. Pubblicò nel 1816 una Storia di lla Romania
e de' Popoli di Valacchia , Moldavia , e Bessarabia. Tra-
dussc in Greco moderno la Logica di Condillac la Storia
di Giustino, la Fisica di Brisson, la Chimica di Four-
croy e V Astronomia di Lalande.
Atanasio Psalida, di Giannina (menzionato da Byron) di-
scepolo di Kant, scrisse l'Opera intitolata: Fondamenti
della Religione e della Morale giusta il tittema di Kant*
Stefano DuNkas , Professore di Filosofia nel Collegio di Cou-
routzcsmc sul Bosforo di Traccia , allievo delle Universilà
di Halle e di Goètlinguen, Autore di un Corso di Male-
maliche e di Fisica, non che d' un Trattato di Estetica
e di Morale.
11 Principe Nicolo' Caradza pubblicò in Greco moderno il Sag-
gio sui Costumi e lo Spirito delle Nazioni; la Storia
del Secolo di Luigi XIV, di Voltaire ; e la Storia della
Congiura degli Spatrinoli contro Venezia.
Eugenio Bulgaris di Corfù, scrisse una Logica, ed una Fisica
che stampò in Allcmagna. Pubblicò eziandio dei Tratte-
nimenti Teologici sul Pentateuco, Mosca 1802: Pensieri
dei Filosofi, Vienna 1805; tradusse finalmente le Con-
fessioni di S. Agostino.
Niceforo TMotoky, di Corlu, stampò una Difesa del Nuovo
Testamento contro Voltaire — Vienna 1794; dei Com-
mentari sul Pentateuco , sul Libro De' Re, e su quello
di Giobbe, e degli Elementi di Filosofia naturale o Fir-
sica sperimentale. Lipsia 1706.
11 Celebre Riga nativo di Velcstino in Tessaglia compose ol-
tre i suoi Inni o Canzoni stampate secretamente a Jassy
nel 1814, una Fisica popolare stampata a Vienna.
• ■
NeOFITO Doukas , d' Epiro , pubblicò una traduzione in Greco
moderno della Storia di Tucidide con note, ed ima carta
Geografica , ristampata a Vienna col testo letterale a fronte.
Compilò pure una Grammatica del Greco antico , e di-
cesi che ora volga Omero in versi Greci moderni.
Michele Chrestary di Giannina, tradusse in Greco moderno
1* Economia Politica di Saj- , ed alcune Tragedie Fran-
cesi ed Italiane.
Google
Constai tu* volse in Greco moderno la Storia generale Jdi A.
MUloty ma non se ne pubblicarono che due volumi in
Venezia. ,
Dionysaki scrisse la Storia della Valacchia.
Perrévos compose una Storia di Suli e di Porga contenente
la Cronologia e le Guerre eroiche de' Suliotti contro di
Al» Bascià: fu stampata a Venezia nel 1815.
Giorgio Cancellarmi tradusse in Greco moderno la Storia An-
tica di Rollin.
Giorgio Emanuele — La Grandezza e Decadenza de' Romani.
Cavras — Gli Elementi di Eulero.
Koum a s — La Storia della Filosofia di Tennemaru
Spiridione Valetas — Le migliori Opere diG.G. Rousseau.
Jacovaky Argyropoulo , — Lo Spirilo delle Leggi.
FRA LE DONNE GRECHE CHE TRADUSSERO OPERE
IN GRECO VOLGARE SONO RIMARCHEVOLI:
I
Cristina Soutzo — / Trattenimenti di Focione.
La Principessa Ralod Argyropoulo: — La Storia della Grecia
di Gillies.
FRA i poeti:
Zawbelinos di San Mauro è Autore di alcune Tragedie, una
delle quali stampata a Vienna nel 1818 è intitolata: Tì-
moleone.
Nicolo' Piccolo ha pubblicato una Tragedia il cui soggetto
è Demostene; non che un Poema drammatico in Ire Atti
sulla Caduta di Missolwghi.
412 —
Giorgio Servio tradusse in versi alcune Tragedie Francesi, la
Morte di Cesare, Mcrope ecc.
Atanasio Christopoulo ha fatto stampare in Vienna nel 1811
delle Poesie Anacreontiche rimate, che sono piene di gra-
zia, e semplicità.
Calvos di Zante diede in luce due piccole Raccolte di Odi,
la prima a Ginevra, e la seconda a Parigi nel 1826 con
una versione a fronte: nello slesso Volume trovasi eziandio
una Scelta delle Poesie di Christopotdo , similmente colla
versione.
Salomos pubblicò un Ditirambo alla Libertà , tradotto da
Stanislao Julien , che tradusse del pari in Francese le
prime Odi di Calvos.
FI IVI.
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CATALOGO
DK
SIGNORI ASSOCIATI
DISPOSTO PER ORDINE ALFABETICO
Aprati Emiliano
Arata Emanuele Giuseppe
Arditzoni Francesco
Bacigalupo Stefano S. Capo Uff.
alla Segr. de* Sindaci
Bagnasco Luigi
Balbi Pioverà M. James
Balbi M. Tommaso
Baratta Giacomo
Barelli A. G. Segr. del Con$.
Inglese.
Belvedere Conte ....
Ut-i uni, Antonelli e C. Libraj
a Livorno, per C. 4.
Bianchi Cav. Rocco
Birth M>
Bixio Aw. Cesare Leopoldo
Boccardo Aw. Bartolommeo
Bontà Carlo, per C. 4
Bontà Cav. Giuseppe Prof di
Decretali alla R. Univ.
Bosio Costantino
Bossi Maggior Generale ecc.
Borgatta Aw. Paolo
Brignole Sale (S. E. il March. )
Antonio, Ministro di Stato ,
Ambasciai, di S. M. Sarda
presso il Re de' Frane, ecc.
1 ini, cu Cav. Raimondo , Col.
Maggiore di Piazza.
Bruzzo Cav. Lorenzo
BuonfiglioRev. Antonio C. R. S
Prof, di Belle Lettere.
Cambiaso M.' G. B. fu Lui^i
Cambiaso M. Gio. Maria
Campi Filippo
Canale Avv. Carlo
Capurro Gio. Battista
Carbone Giunio , per C. 4
Carcnzi Galesj C. Emidio, R.
Deleg. agli Studj.
Careggio Giovanni Dirett. del*
l* Insin. e Detn.
Carrega Mar.** Ersilia , vedova
De Franchi
Carrega M. Francesco
Carrega M. Frane. Felice
Casanova Avv. Luigi
Castagnino Antonio
Celesia Paolo
Celle Domenico
Centurioni M. Giulio
Centurioni M. Stefano
Cestiuo Giov. Librajo, p. C. 12
Cevasco Giacomo
Contri Benedetto
Costa Avv. . . .
Costa M. Cesare, Cad. nel Corpo
delle Guardie Nobili di S. S.
Cav. ecc.
Crocco Aw. Antonio
D'Adda M. Vitaliano
Da Passano M. Angelo
De Ferrari Aw. Domenico
De Ferrari Giacomo
De Ferrari Girolamo
De Ferrari M. Raffaele
Del Carretto di Balestrino M.
Giacomo
Del Carretto di Balestrino M.
Luigi
De Filippi Nicolò
De Franceschi M. Gio. Pietro
Degola Girolamo
Delle Piane Gio. Battista
De Mari ( S. E. Rev. Monsig. )
Agostino M. Vescovo della
Diocesi di Savona,
jy. M. C. M.» M.
De Mari M. Domenico
De Mari M. Nicolò
De Mari M. Nicolò Francesco
De Miclieli Bandolino
D. N. M. M.* A
Di Negro Felice
Di Negro M. G.
Di Negro M. Gio. Carlo, p. C. 6
D* Oria Enrico
D'Oria M. Emeno
D' Oria M. Massimiliano
# D'Oria M.» Teresa nata Durazzo
Durazzo M. Agostino
Durazzo M. Bcndinclli
Durazzo M. Carlo
Durazzo M. Cesare
Durazzo M. Giacomo Filippo
Durazzo M. Marcello Frane.
Durazzo M. Marcello Luigi
Pres. agli Studi, Comm. ecc.
Falcone Aw. Luigi Giud. leg.
Fasce Luigi
Frassinelti Angelo
Galliano L. di Domenico
Gargani Luigi Giuseppe
Gavotli Ab. Gio. Lor. Fed.
Prof, di Belle Lettere.
Gazzani Giacomo
Cazzino Nicolò
Gliisolfi Angelo.
Gilelte Domenico
Giovanelli Ambrogio
Giustiniani M. Stefano
Goggi Luigi Dott. in Med,
Grillo Rev. Luigi
GropalloM. Luigi
Invrea M. Aw. Fabio
Lago mais ino Nicolò Capo Uff.
all' Amm. Edili.
Lavagnino Ferdinando
Lazotti Aw. Ottavio
Leale Domenico
Lertora Gio. Ball. Doti, in Ch.
Magioncalda Aw. Francesco
Magnini Ab. Giulio
MarchelK Giulio Dottore in
Medicina
Massone Francesco
Morello Aw. Angelo
Merton! Schaaffhausen Baron.*
Sibilla
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Miroli . . . Proc.
Mojoii Giuseppe Pubblico Dim.
di Chimica, Cons. della Coni.
di Sanità ecc. ecc.
Molinai-i Tommaso Giaciuto
Mongiardino Bartolommco
Morelli Cav. Cap. d'Artigl.
Morelli Avv. Gaeta do
Morando Rev. M. Girolamo
Moro Roberto
Morrò Àw. Giuseppe
Musso Giuseppe
Odini Aw. Domenico
Olcese Filippo
Oliva Luigi Francesco
Onnis Cav. Effisio Mastro Ud.
Paganini Ab. Agostino
P. M. A.
Pallavicini M. Domenico
Pallavicini M. a Eugenia , nata
Raggi
Pallavicini M. Francesco
Pallavicini M. a Teresa, nata
Corsi
Palmarini Gio. Dott. in Med.
Palmarini M. A.
Pareto M.* Beatrice
Pareto M. Damaso Lor. Aut.
Pareto M. Gaetano
Parodi Saredo Giacomo S. Segr.
all'Uni*.
Passano Gio. Battista
Pellegrini Bernardo
Penco Ab. Antonio
Pcrioni Carlo
Persiani Agostino 1.° S. Stgr.
aWUniv.
Persiani Alciame Notaro
Persico Giuseppe
Pescio Adolfo
Pittaluga Giuseppe
Pizzorni P. Serafino
Pizzorno Can. Luigi
Ponta Gioacchino
Quartino Rev. Antonio C. R. S.
Raflb Francesco, Se$r. della
R. Uni*.
Raggi M. Camillo fu Ottav.
Raggi M. Giacomo Filippo fu
A. G.
Raggi M. Giau Filippo fu Ott.
Raggi M. Giulio
Raggi M. Gian Luca
Raggi M. Avv. Ottavio
Randone Gio. Battista
Rapallo M. Gio. Ball. Afagg.
Gen. Com. il Porto, Cav. tee.
Ratto Luigi, Maestro di Lai.
Ravano Francesco
Rebizzo Gio. Battista
Resasco Gio. Batt. Archit. di
Città.
Revello Nicolò Cap.
Riccioli Enrico
Rissctto Alberto
Rivarola Andrea , Pittore Paes.
Roccatagliata Giacomo
Rossi Gio. Battista
Roverano Avv. Gio. Battista
Scassi C. Agostino
Sca tizzi Cav. Nicolo
.Schiattino Antonio, Tesor. di
Città
Schiaffino Michele
Serra M.« Clelia
Serra M. Gerolamo
Serra M. Gerolamo, fa Dom.
Serra M. Gio. Carlo
Serra M. Giovanni Carlo per
C. 8
Serra M. Orso
Serra Vincenzo Segr. dell' Ecc.
R. Sen.
Spinola M. Francesco
Spinola M. Giacomo
Spinola M. Gio. Battista
Spinola M.' Laura
Spinola M. Cav. Paolo Fr.
Spinola M." Violantina , nata
Balbi
Sobolenski C. Giorno
Spotorno P. Gio. Batt. Cav.
Prof, di Eloa. Lat. nella
R. Univ.
Stallo Lorenzo
Taliacarne M.« Barbara
Trucco Rev. Francesco
Vadoni Can. Aw. Cesare
Villa Santo
Villanova Luigi
Weber Giovanni , Prof, di
Lingua Tedesca
Zampi Cap. Filippo, V. Pres.
dell' Accademia Tiberina
Zunini Giovanni.
Ove s' incontrino sentimenti che possano offendere sotto
qualsiasi aspetto, riflettasi, essere questi un abbandono di
fervida, immaginosa fantasia, e proprj d' un Paese dove l'o-
pinione e la libertà non conoscono ostacolo; ne per altra
cagione averli il traduttore esattamente vòlti in Italiano ,
clic per T obbligo che gli corre indispensabile di mostrarsi
fedele all' Originale.
V. Bàrt.° C.o PARODI Rev. Arci*.
V' Se ne permette la stampa.
MAR ONE per la Gran Cancella
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N. B. Non avendo potuto il Traduttore accudire di presenza
alla correzione tipografica , ed essendo perciò occorsi
pia errori , se ne rettificano qui appresso i principali :
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